Quattro per Quattro
Apeirofobia dal greco ἄπειρον e φοβία: paura dell'infinito
Un leggero fischio avvertì che il caffè era pronto, Antonio allungò il braccio, spense il fornelletto elettrico e, versandosene una tazza, ritornò a scrutare l'oscurità fuori dalla finestra. Era una tranquilla notte come tante lungo l'autostrada: poche automobili sfilavano nel buio, rallentavano in prossimità del casello e, una volta sollevatasi la sbarra, ripartivano lasciando solo un'evanescente striscia luminosa a testimoniare il loro passaggio. Da sette anni faceva il casellante, da sette anni ormai la sua vita scorreva tra lo stanzino di quattro metri per quattro dove lavorava e quello poco più grande dove viveva, convinto di non avere bisogno di altro; fermo, a lato della strada, aveva visto passare davanti ai suoi occhi l'infinito serpente metallico dei migranti in fuga dalla grande città, tutti con il loro personale motivo, tutti con la loro storia ma tutti in costante movimento. Per andare dove? Ecco, ciò che più di tutto spaventava Antonio era il domani; Il giorno dopo avrebbe ancora lavorato nel suo casello, così come il giorno dopo e quello dopo ancora, ma un domani, forse, non l'avrebbe più fatto. L'indefinito lo minacciava ad ogni angolo, l'unica sua certezza era il suo casello, sicuro e inamovibile come uno scoglio in mezzo alla bufera di rischi e incognite che gli impazzava intorno. Non era sempre stato così. C'era stato un tempo in cui Antonio viveva la sua vita un giorno dopo l'altro, in cui, nel continuo tentativo di stare al passo del suo cuore, non poteva fare a meno di essere continuamente proiettato nel futuro al fianco della sua Diana. Quante città, quante case..i loro occhi innamorati comprendevano tutta l'immensità delle loro giovani vite e bastava allungare una mano per impossessarsene o almeno per sognarlo. Purtroppo ben altra mano aveva toccato Diana: una malattia dal nome aspro, che Antonio non riusciva nemmeno a pronunciare, gliel'aveva portata via e l'aveva relegato in quello stanzino dove, in origine, aveva avuto intenzione di passare solo pochi mesi. Così i giorni si erano susseguiti nel loro ciclo infinito, il mondo era andato avanti lasciando Antonio chiuso nei suoi quattro metri per quattro, con in mano la sua tazza di caffè e le spalle voltate alla strada, incapace perfino di guardare oltre la sua barriera. Il solo pensiero di quella lingua d'asfalto, sconosciuta e sperduta tra le colline che mai aveva visitato, gli provocava un'inquietudine tale da farlo vacillare; solamente fissare di nuovo lo sguardo sulla strada dritta e piatta che tanto spesso aveva percorso riusciva a restituirgli, a poco a poco, la calma perduta. Stava per versarsi un'ulteriore tazza di caffè, quando un forte rumore metallico proveniente da fuori la finestra lo fece sobbalzare; una volta affacciatosi vide la sbarra bianca e rossa bloccata a mezz'aria durante la discesa. Imprecando tra sé e sé sì coprì con il suo vecchio giaccone e uscì nella fredda notte; il cielo era stranamente limpido e soffiava con forza un vento gelido che lo costrinse a voltare le spalle alla città per riuscire ad esaminare l'entità del danno. Era appunto inginocchiato all'estremità della sbarra quando si scoprì, sorpreso, per la prima volta a scrutare il disegno tracciato dalla strada sperduta tra le colline, non aveva mai fatto caso, per esempio, al modo in cui si eclissava dolcemente dietro i morbidi rilievi e a come, ogni volta, ne uscisse come rinnovata ed arricchita anche solo dal fatto di aver seguito una svolta inaspettata: alla pallida luce della luna quello che aveva davanti si mostrò per quello che era in realtà: non un dedalo di vie dove perdersi ma un'unica, grande strada che avrebbe potuto portarlo ovunque se avesse avuto il coraggio di percorrerla. Accarezzando con lo sguardo le sue curve, le sue onde, Antonio riusciva di nuovo a leggervi l'irresistibile richiamo del futuro, la canzone che per tanto tempo aveva ignorato, ben diverso da ciò che sapeva essere alle sue spalle, la lunga e piatta routine d'asfalto che aveva conosciuto fin troppo bene. Seguendo quella melodia Antonio mosse i primi passi verso le colline Uno, Due, Tre, Quattro Molto lentamente, incurante della sbarra alzata che si era lasciato alle spalle Cinque, Sei, Sette, Otto Più veloce, senza sentire più lo sfrecciare delle macchine nella notte Nove, Dieci, Undici, Dodici Ormai correndo, perso nella notte illuminata solo dai fari, sempre più vicini Tredici, Quattordici. (è stato davvero un parto difficile, con tutto il tempo che ci ho messo per metterlo giù avrebbe dovuto essere un mattone di cento pagine..invece è pure corto e c'è ancora qualcosa che non mi soddisfa fino in fondo ma pazienza, stavo cominciando ad odiarlo e rischiavo di distruggere tutto quanto. quindi eccolo qui, come al solito sono apprezzate le critiche, è sempre tutto un work in progress)












