Sociologia.
Da ragazzo non ho mai amato le feste, non ho mai amato integrarmi. Mi mettevo li ad osservare gli altri, sempre un po’ distaccato. Poi ho cominciato a seguire i corsi di sociologia e mi son detto: “hey, posso trasformarlo in un lavoro!”
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Sociologia.
Da ragazzo non ho mai amato le feste, non ho mai amato integrarmi. Mi mettevo li ad osservare gli altri, sempre un po’ distaccato. Poi ho cominciato a seguire i corsi di sociologia e mi son detto: “hey, posso trasformarlo in un lavoro!”
Meteora.
Meteora, incroci le mi orbite. Spostando il mio asse, squilibrando le mie gravitazioni. Resto qui e ti guardo passare, mentre colori il mio cielo, lasciandomi dubbi sul reale colore delle cose. Quante volte ti ho incrociata nella mia vita? Ogni volta più vicina. Ogni volta ti ho vista allontanare. E resterò qui seduto, chiedendomi se ci sarà il tempo di rivederti avvicinare ancora. In attesa di un impatto che mi potrebbe annullare, solo per poterti sfiorare.
Sperare
Che brutta parola. È l'abbandono di noi stessi sperare. Il rinunciare davanti a qualcosa più grande di noi. La speranza è l'ultima cosa che resta all'uomo sconfitto.
Il mio zaino
La prima volta che ho avuto uno zaino tutto mio è stato in 5a elementare. Era il lontano 1991 e dicevo per la prima volta addio alle cartelle (quelle di cartone plastificato) e agli oggetti di familiari "maggiori", in un sud che si affacciava al consumismo ma che ancora oggi con quel "passaggio" combatte la crisi. Una cifra fra le 80 e le 100 mila lire se non di più, ora non ricordo, all'epoca un capitale che per me e mio fratello significava dover convivere almeno tre o quattro anni con quell'acquisto senza rovinarlo. Nero e giallo per me, nero e verde per lui. Ne andavo molto fiero, anche perché fino ad allora restavo spesso solo ad osservare i miei compagni che andavano vantandosi dei loro grandi marchi, dei vari Invicta, Levi's, Nike. [ Per un paese come il mio, almeno da quello che ricordo, "Seven" era anche troppo innovativo. Si introdusse con forza in un mercato in cui esisteva solo Invicta, con prezzi molto più bassi - Proprio Invicta, un brand vittima della crisi dei Lovemarks acquistata dalla stessa Seven nel 2006.] Passavano gli anni e il mio zaino si rovinava poco. Nonostante il carico di libri le medie erano molto vicino casa e al biennio delle superiori in fondo mi serviva solo lo spazio per i quaderni di tutte le materie (sempre tutti insieme, rigorosamente utilizzati da entrambi i lati per due discipline) e per il pallone. Verso la fine del biennio di quell'ITIS cominciò la mia insofferenza, nasceva il mio cambiamento e il senso di rifiuto verso tutto ciò che sembrava non appartenerti più. Lo imbrattai a penna, con il bianchetto e non ricordo cosa per dargli un animo più ribelle che forse cercavo in me. Lo rovinai così tanto che convinsi i miei a comprarne uno nuovo, un Seven Murales rosso in edizione limitata, doppia tasca, supporto per la schiena e dei murales cuciti sui lati, così evitavo anche di esibirmi ancora nelle mie pessime doti di disegno. Così per un paio d'anni mi dimenticai del mio vecchio zaino giallo, per una passione rosso fiammante a cui presto cominciai a trovare dei difetti. Troppo pesante, troppo anni '90. Un oggetto senza nulla da raccontare che in alcuni casi sostituii con quello verde di mio fratello ormai diplomato. Per fortuna una madre non butta via niente e così, parecchi lavaggi dopo, ricominciai ad usare il mio zaino... Da allora: il 5° anno, il militare, l'università, i viaggi... e lui porta tutti i segni di questi anni: le macchie di penna non andate più via, le cuciture e le toppe che man mano ho aggiunto per rimetterlo in sesto. Verso la fine dell'estate compirà 22 anni e forse è l'unico a conoscere alcune delle mie storie, delle mie esperienze. E mi ritrovo qua, con ago e filo per non lasciare che si perdano.
L'onda perfetta
Conosco quell'incapacità di tirare fuori delle emozioni su comando e c'è solo una regola che mi sono imposto di seguire. Se hai qualcosa da dire, anche se non ti sembra di aver trovato ancora le parole giuste, anche se non è "completa" come vorresti, dovresti dirla...non esiste l'onda perfetta, l'emozione perfetta. Allora prendi quella tavola e buttati in mare, di sicuro è meglio che stare sulla spiaggia ad aspettare. Perché se poi passa troppo tempo, per quanto bello o sentito sarà quello che avremo da dire, non avrà più senso, non avrà più lo stesso significato...e sarà troppo buio per cavalcare quell'onda.
Fab.io