Parabola del buon pastore
Una notte dei ladri sconosciuti entrarono nell’ovile di un pastore e rubarono alcuni dei migliori agnelli del suo gregge; il buon pastore appena se ne accorse se ne dispiacque moltissimo, si rattristò, quasi tutti i nuovi nati erano stati portati via e l’alternativa era usare quelli rimasti per le ricorrenze e per i rituali previsti dalla sua cultura e dalla sua religione, oppure venderli per sopravvivere.
Dopo qualche anno un imprevisto lo costrinse ad allontanarsi dal suo gregge, ma fece in modo da affidarlo a persone di sua completa fiducia dietro un lauto compenso promesso loro.
Al suo ritorno il pastore si accorse che le persone avevano venduto a pastori itineranti non soltanto tutti i suoi agnelli, ma anche le pecore migliori e persino il suo unico montone.
Allora si stracciò le vesti e si cosparse il capo di cenere, perse l’appetito per giorni, si disperò, lanciò imprecazioni irripetibili e il suo animo si accese alla vendetta, per questo si armò del coltello con cui sgozzava il bestiame e tagliò la gola a tutti i pastori che l’avevano beffato.
Durante il processo per omicidio gli fu chiesto come mai non aveva reagito allo stesso modo contro i ladri del primo furto, e lui disse con estrema semplicità che i primi erano ladri, notoriamente conosciuti, che era nella loro natura rubare, e che per quanto grave fosse il loro crimine, la responsabilità del furto era in gran parte loro e in minima parte sua che non aveva vigilato abbastanza: dei ladri non bisogna fidarsi.
Nel secondo caso, quelle persone godevano della sua completa fiducia ed erano da lui state pagate lautamente, egli non si aspettava che lo tradissero in quel modo, per cui il carcere che spetta ai ladri a lui non bastava per punire il crimine, bisognava punire pure la fiducia tradita, e quello solo il suo coltello poteva farlo.
Ora, un ladro che ruba poco o tanto e che fa del ladrocinio il suo mestiere e il suo stile di vita, le persone oneste devono premurarsi, e pretendere che lo Stato li catturi e faccia giustizia.
Ma se un funzionario di Stato, mettiamo il caso di un sindaco, di un presidente di regione, di un politico, di un ministro o di un amministratore, che invece di fare l’interesse dei cittadini, ne tradisce la fiducia e fa gli interessi propri e quelli dei suoi sodali, allora merita una pena ben più gravosa del semplice ladro, anche se hanno rubato entrambi.
Se poi questo funzionario colto con le mani nel sacco, auspicasse delle leggi per farla franca nel caso volesse replicare la sua condotta truffaldina, se ritenesse di aver agito correttamente nonostante intercettazioni telefoniche che lo smentiscono (il versante giudiziario è un’altra cosa, ma se sei stato eletto dai cittadini non rispondi solo alla giustizia delle tue azioni ma anche a chi ti ha dato il voto), se dichiarasse di essere il miglior amministratore in circolazione e che ciò che doveva gestire non è mai stato amministrato meglio: beh, allora si merita di essere preso pure a calci in culo e sputi in faccia.
Nel Far West i ciarlatani e i truffatori venivano cosparsi di melassa e coperti di piume d’uccello, e dovevano attraversare tutta la main street prima di potersela dare a gambe e non farsi più rivedere; i ladri, poi, venivano persino impiccati se recidivi o se ladri di cavalli.
Se siamo in uno stato di diritto il Far west è una barbarie, ma se lo stato di diritto è scomparso e il ladro può circolare liberamente dopo poche settimane dall’arresto e fare dichiarazioni spavalde, spalleggiato dagli amicuzzi, allora il Far West ritorna auspicabile e inevitabile.











