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Grande romanziere mai sufficientemente ricordato, Marco Denevi sa mutare con estrema versatilità lo stile a seconda del personaggio, con umorismo, maestria, opulenza verbale, calibrato dosaggio di citazioni. Non solo. Lo scrittore argentino ha saputo creare un proprio modus operandi: in maniera simile a Rashomon di Kurosawa, in cui ogni attore fornisce una versione diversa dell’accaduto, nelle storie di Denevi, sempre a metà tra narrativa e giallo (ammesso che al giorno d’oggi sia ancora possibile e consentito operare una simile distinzione, e su questo tema rinviamo al prezioso e sintetico saggio di Camilleri), gli eventi sono esposti dai personaggi sulla base del loro singolare punto di vista. La Verità, ovviamente, sarà svelata solo nel finale e apparirà, secondo le migliori regole del giallo, inaspettata e sorprendente. Fino a metà circa del libro, la trama si snoda con tranquillo fluire, anche se l’autore lascia sapientemente cadere indizi sempre più evidenti di una imminente catastrofe. A questo punto la catastrofe temuta si verifica e la seconda parte si dipana in modo diverso: in Rosaura alle dieci ognuno racconta la sua verità in prima persona e con uno stile caratteristico, dalla proprietaria della pensione, donna di mezza età, ciarliera ed emotiva, che si lascia guidare nei suoi giudizi da sentimentalismi, proverbi e luoghi comuni, al coltissimo avvocato che srotola a perdifiato la sua interpretazione dei fatti diametralmente opposta rispetto a quella della locandiera, fino alla ‘confessione’ del presunto assassino sotto forma di dialogo teatrale.
Nella seconda parte di Musica di amor perduto vengono introdotti nuovi, curiosissimi personaggi: un procuratore cripto-omosessuale e un avvocato particolarmente avvenente. La tragedia prenderà, allo stesso tempo, l’aspetto di un noir (un po’ macabro) alla Edgar Allan Poe e di un cold case. Cambiano quindi le figure che si muovono nelle due metà del racconto (il loro legame con la trama sarà svelato a poco a poco), l’intreccio è abilmente elaborato e il finale scaturisce del tutto inaspettato. Originale, coinvolgente e scritto con particolare maestria.
Cerimonia segreta: ricorda, come ha detto Fernando Sorrentino, La caduta della casa Usher di Poe. Nel 1968 Joseph Losey ne ha tratto un film con Mia Farrow, Robert Mitchum e una intensissima Elizabeth Taylor.
Assassini dei giorni di festa (dove giorni è genitivo oggettivo) ci presenta una “molteplice mistificazione”: sei fratelli decidono, per noia o per pura crudeltà, di frequentare le veglie funebri di persone sconosciute “finché si imbattono in un morto senza parenti, in una ricca casa che conserva cimeli di ogni tipo e rinserra il segreto di un morboso amore. E il piano, che quasi automaticamente escogitano per impadronirsi di quelle ricchezze, li costringe a recitare se stessi di fronte a se stessi, a inscenare la loro stessa irredimibile aridità, in una drammatizzazione del cui umor nero, macabro e cattivo, non si rendono conto ma che li trascina in una specie di espiazione che non li illumina e non li emenda”. Umorismo, mistero e tragedia finale compresi in un perfetto meccanismo narrativo.
Sono recentissime pubblicazioni di Adelphi tre libri di Simenon: La mano e due raccolte di racconti. Il giallo è ambientato nel Connecticut e fa vibrare tutte le corde cui l’autore ci ha abituati: lettura a perdifiato e profondo scavo psicologico, al punto che non si ha mai la certezza su chi sia il vero colpevole. L’ambiguità dei personaggi, forse anche nell’autocoscienza, la mancanza di un autentico rapporto partecipativo sia in famiglia sia con gli amici d’infanzia, un sistema di valori basato esclusivamente sul successo non possono che portare all’inesorabile dramma. Una narrazione stringente, priva della stucchevole retorica dei legami affettivi e, finalmente, politicamente scorretta, una storia che fa riflettere sui rischi che si possono correre, Bergman docet, all’interno di un nucleo familiare in assenza di sincerità e condivisione, quando la base dell’unione non è solidificata da sentimenti forti: la mancanza di comunicazione genera pericolosi fraintendimenti dalle conseguenze irreparabili.
Lo scialle di Marie Dudon: dieci racconti, otto dei quali inediti in Italia. Il processo di identificazione nei personaggi instancabilmente cercato da Simenon in tutta la sua sconfinata opera narrativa, nel racconto che dà il titolo alla raccolta trova il suo obiettivo in una lavandaia stanca, con il mal di schiena e le mani terree e squamose a forza di stare immerse nell’acqua. Ma, improvvisamente, le cose cambiano: guardando fuori dalla finestra, ha forse assistito a un omicidio, proprio come Miss Marple dal finestrino del treno in Istantanea di un delitto?
Annette e la signora bionda: inaspettatamente un lieto fine nel racconto che dà il titolo alla raccolta, un “tono lieve e scanzonato, simile a quello di una commedia sofisticata” non frequente in Simenon e che incuriosisce ancora di più il lettore appassionato dell’instancabile inventore del commissario Jules Maigret.
Rex Stout Il guanto: un altro grande giallista che esce dai ranghi. Questa volta è il padre del pantagruelico Nero Wolfe a tradire la sua creatura per dedicarsi a una investigatrice in gonnella, la giovane Theodolinda (alias Dol) Bonner, figlia di un finanziere vittima del crollo di Wall Street, alle prese con un mistero più grande di lei. Sapiente intreccio poliziesco e severa analisi sociale in questo godibilissimo libretto che vi consigliamo insieme al suo ‘parallelo’ Due rampe per l’abisso: uno dei primi lavori, ingiustamente bocciato dalla critica, in realtà si tratta di una costruzione originalissima. La vicenda viene ripensata dal protagonista mentre sale le scale che inesorabilmente lo porteranno alla conclusione della vicenda.
A 18 anni dalla scomparsa, gli editori stanno pescando nel preziosissimo barile degli inediti di Manuel Vázquez Montalbán: Assassinio a Prado del Rey è una delle ultime pubblicazioni, che ci fa rimpiangere la mancanza dell’infallibile, anomalo detective privato Pepe Carvalho. In questa raccolta le qualità dell’ombroso investigatore catalano si dispiegano in tutto il loro repertorio, comprese le grandi abbuffate favorite da vini e liquori di pregio in compagnia del vecchio amico Fuster nella villetta di Vallvidrera. A tal punto incolmabile è il vuoto lasciato da Pepe, che si è pensato di incaricare lo scrittore Carlos Zanón di farlo rivivere: è nato così Problemi di identità, in cui Carvalho si esprime in prima persona (un trucco, spiega l’autore in un’intervista, “per farlo sentire più mio”) e si cimenta in vari filoni di indagine.
E ancora, la raccolta (non-Rocco Schiavone) Ogni riferimento è puramente casuale di Antonio Manzini: lettura estemporanea, divertente e autoreferenziale (il tema è lo stesso di Sull’orlo del precipizio: “una satira spietata … Una distopia alla Fahrenheit 451, dove è il mondo dei libri a bruciare se stesso”), perché certo ci deve essere qualcosa di autobiografico in questi sette racconti ambientati nel mondo dell’editoria (lo si intuisce anche dal titolo). La morale? Vendere l’anima al diavolo e sacrificare l’amore per la letteratura alla squallida legge del profitto forse non conviene. Una struttura ad anello collega la prima all’ultima novella, ma da un punto di vista speculare e con finale rovesciato. La chiusa (L’arringa finale) è un crescendo rossiniano e sigilla questi racconti che con disinvolta originalità passano dal grottesco (Lost in presentation), al thriller macabro (Racconto andino), al paranormale (È tardi), attraverso la rivisitazione dei tradizionali Ringraziamenti, lo studio degli effetti del feng shui applicato ad una libreria (La parete azzurra) e l’invenzione di un acrostico per cavarsi da un impasse piuttosto imbarazzante (Critica della ragione). Inventiva, sfoggio mai pedantesco di erudizione, fantasia lessicale, grande ironia.
È composta da agili libretti la ‘quadrilogia della famiglia’ (a tutt’oggi ancora una trilogia) di Fabio Bartolomei che comprende: Morti ma senza esagerare, che ci farà riabbracciare i nostri genitori con rinnovato affetto, Diciotto anni e dieci giorni, un romanzo di formazione al femminile, e Tutto perfetto tranne la madre, una vicenda drammatica raccontata con ironia e intelligenza.
Chi meglio di Alice Basso, scrittrice e redattrice milanese, ora trapiantata in un borgo medievale del Piemonte, può parlarci con competenza e precisione storica della situazione femminile nell’Italia fascista degli anni ’30? Con questi due recenti lavori, Il morso della vipera e Il grido della rosa, l’autrice inaugura una nuova serie (dopo quella fortunata della ghostwriter Vani Sarca) che ha come protagonista Anita Bo, intelligente dattilografa alle prese con romanzi gialli d’autore, lavoro difficilissimo in un periodo che vedrà presto il Minculpop proibire questo genere letterario, inviso a Mussolini e al fascismo.
Vi consigliamo, infine, l’ultimo libro di Sacha Naspini, La voce di Robert Wright, storia di un doppiatore rimasto improvvisamente orfano del suo alter ego sullo schermo. “Un thriller psicologico sulla disgregazione dell’identità che guarda alla tragedia classica e al teatro dell’assurdo”. L’autore di Nives e Le case del malcontento “con una scrittura che si riconferma ancora una volta densa e avvincente … ci lascia penetrare nella psiche contorta e morbosa di un personaggio espressamente pirandelliano, arricchendo il suo repertorio di figure sempre in bilico tra l’iconico e il grottesco e sempre, in un modo ogni volta diverso, troppo umane”.