La fine del mondo era in ogni luogo delle nostre solitudini intrecciate, i posti dove il tempo era un liquido denso in cui potevamo vivere al nostro ritmo naturale. Non si trattava più di una singola stanza, ovunque era il nostro posto alla fine del mondo. Basta guardarsi intorno per trovare un’infinità di posti anonimi, pieni di gente ma abitati da nessuno. Tutti contemporaneamente nello stesso posto ma tutti chiusi nella propria testa e noi fra loro. Un giorno, in un McDonald qualunque ed identico a qualunque altro (potevamo essere anche a Shangai, per quanto ne so), ti ho detto qualcosa tipo “siamo l’uno il prodotto dell’immaginazione dell’altro/ proiezioni mentali su corpi di carne/ immaginanti immaginati.” Non eravamo tanto diversi dalla gente di passaggio, ma avevamo un trucco. Ci mimetizzavamo fra le ondate di persone e nessuno lo notava, ma noi vivevamo quei posti. Leggevo Marc Augé su una poltrona del centro commerciale mentre tu, all’ingresso, raccontavi un aneddoto piuttosto privato ad uno sconosciuto come ringraziamento per l’accendino che ti aveva appena prestato, solo per scoprire che reazione aveva ad un inappropriato contatto umano. Lo facevi ovunque andassimo e mi piaceva, mi piaceva perché io non riuscivo a farlo e forse non ci sarei riuscito mai. Occupavamo un tavolo di un ristorante all'aeroporto per ore, tutti correvano da un capo all'altro del mondo e noi stavamo fermi, miriadi di storie familiari si intrecciavano nei corridoi ampi e sterili, tutti uguali che era così facile perdersi e dividersi, per sempre o almeno per un po’. Quel locale dove tutti erano così impegnati a procurarsi un altro effimero rapporto sessuale da dimenticare il prima possibile mentre ti sbattevo contro il muro del bagno ricoperto di scritte indelebili colorate illuminate da un neon freddo, ed urlavi ma la musica era troppo alta e solo io potevo sentirti. In quei luoghi affollati eravamo soli quanto prima, ma ci bastava che li vivessimo noi, gli altri li lasciavamo alle loro ansie, alle loro corse contro il tempo nello spazio di passaggio fra una perdita e l’altra, al loro rintanarsi dietro le quinte di un salotto o di una camera da letto ben ordinata e rassettata. Noi correvamo nei posti di tutti che non appartengono davvero a nessuno, li riempivamo di cacce al tesoro, li strappavamo al pubblico dominio per farli temporaneamente nostri. Quel mondo era la nostra sala giochi personale, il nostro laboratorio antropologico segreto. Correvamo ma non volevamo andare da nessuna parte, era solo un gioco, eravamo un gioco. Non c'era posto in cui arrivare, nessuno obbiettivo finale, né spirituale né tanto meno materiale. Potevamo andare ovunque e sarei sempre rimasto fermo; la mia casa eri tu.