Devo imparare a conviverci. A sopportarlo. Come un marito tedioso che ti afferra le braccia quando non vuoi. Come questa giornata che t'ha preso alla gola al mattino presto. Come una mano che stringe. A convivere con il vuoto, io devo impararlo. Questa vita che ha scelto la sfida giusta per me: quella che voleva essere forte, piena di forze da dare anche agli altri; ero io. Una che del vuoto non sa proprio che farsene. Eppure eccolo qua, che striscia ovunque e s'insinua. Mentre scrivo. Tra le dita. E quindi io devo imparare a gestirlo. Senza vederlo, come il dolore per qualcosa che hai perso. Non c'é più, eppure ne soffri. Come se si fosse trasformato in un pugnale che scandisce i giorni. E ho paura. Ogni giorno ho paura del vuoto. Perché é una voragine che mi argina sempre. Sta intorno, come le cornici. Lui fa galleggiare le cose. Il paesaggio, le voci, le auto nelle gallerie. Fa in modo che nulla sia tutto. Che tutto sia niente. E tutto si perde in lui, ma mai diventando parte. É quello che odi. Che é strano quando poi una mattina ti svegli e non c'è. Così che finisci per cercarlo. Nel tutto. In tutto ciò che lui ha già sfiorato: te stessa, il tuo cuore, le auto nelle gallerie.
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