Ho comprato una tastiera meccanica. Mi piace il rumore dei tasti, così tanto giornalista di metà secolo, dattilografa ancora nubile, compagno sergente che registra la confessione spontanea dell’ennesimo traditore della Madrepatria. Si illuminano i tasti, anche. Dovreste vedere il mio computer, è una cosa pacchiana, che fa ridere: ci sono le ventole coi led che cambiano colore, le luci sul tappetino (che è di grafite), sul mouse, lo schermo di dimensioni truzze. È una cosa pacchiana.
L’anonimo di prima, chissà cosa intende. Come faceva Nietzsche? Derido chi si dice buono perché non ha le unghie abbastanza forti... ma no, non è questo il punto. Piuttosto, S.: fra le persone che conosco, tu sei quello che merita di più il Paradiso. Così mi diceva. Poi, certo, non vuole vedermi, per nessuna ragione al mondo. Ovviamente le ho fatto molto male.
Ma, teologicamente, credo ci sia qualcosa di interessante, sepolto sotto secoli di in hoc signo vinces e gott mit uns, icone del pantocratore, megachiese e prosperity gospel, boy scout coi sorrisi ebeti. Sotto quel ciccione di Adinolfi, persino, sopravvive questo: Luca 6, 20-23, così diretto, asciutto, anche rispetto all’equivalente di Matteo. Il Paradiso è solo il rovescio del dolore, il carnevale attraverso cui Dio recupera la propria alterità rispetto al mondo. I poveri saranno ricchi, gli affamati sazi, i deboli forti: ma al di là del ponte, oltre il confine, perché questo non è quello.
Così, certo, tout se tient. Di me si potrebbe dire che mi commuovono dolorosamente, profondamente gli occhi dei cani e i pesci negli acquari e le foto dei porcospini, mi trema la voce interiore a pronunciare dittici logori come amici animali, bimbi malati, povera gente; mando i soldi per arginare il pianto perché odio piangere, come si compra una medicina: mi arrivano in cambio calendari di Padre Pio, lettere di ringraziamento firmate da ragazzini somali a cui, sembra, ho contribuito a pagare gli studi. Cazzo studi a fare, vorrei rispondere, ma non credo si possa.
Diceva Caraco - ecco, ancora lui, è il segno dei tempi - che la carità serve solo a perpetuare la massa di perdizione. Sono d’accordo. Sospetto della benevolenza, sospetto dell’amore, sospetto dei doni. Solo della pena non sospetto. Ci scambiamo sguardi di pena, e questo significa essere umani. E così a S. chiedevo se ci sarebbe venuta con me in Paradiso. No, rispondeva, io voglio vivere. Ecco.
Possano tutti gli esseri viventi restare liberi dal dolore. Qui io sto, come Lutero ma sulle ossa di Schopenhauer, questa è la mia fede. Assomiglia così tanto alla fine del mondo, assomiglia alla morte. Insomma, anonimo, sono una persona così.