Ciò che l’espressionismo invoca non è la chiara meccanica della quantità di movimento nel solido e nel fluido, bensí un’oscura vita paludosa in cui affondano tutte le cose, sia tagliate dalle ombre, sia sommerse nelle nebbie. La vita non-organica delle cose, una vita terribile che ignora il senno e i limiti dell’organismo, ecco il principio fondamentale dell’espressionismo, valido per l’intera Natura, cioè per lo spirito incosciente perduto nelle tenebre, luce divenuta opaca, lumen opacatum. Da questo punto di vista, le sostanze naturali e i prodotti artificiali, i candelabri e gli alberi, la turbina e il sole, non hanno piú alcuna differenza. Un muro che vive è qualcosa di spaventoso; ma altrettanto lo sono gli utensili, i mobili, le case con i loro tetti che pendono, si restringono, spiano o inghiottono. Le ombre delle case inseguono colui che corre per la strada. Ciò che si oppone all’organico in tutti questi casi non è il meccanico, ma il vitale come potente germinalità pre-organica, comune all’animato come all’inanimato, a una materia che si erge sino alla vita e a una vita che si spande a tutta la materia. L’animale ha perduto l’organico nella stessa misura in cui la materia ha conquistato la vita. L’espressionismo può rivendicare per se stesso una pura cinetica, un violento movimento che non rispetta il contorno organico né le determinazioni meccaniche dell’orizzontale e della verticale; il suo percorso è quello di una linea perennemente spezzata, ove ogni cambio di direzione segna al contempo la forza di un ostacolo e la potenza di un nuovo impulso, insomma la subordinazione dell’estensivo all’intensità. Fu Worringer il teorico che per primo creò il termine «espressionismo», da lui definito facendo ricorso all’opposizione dello slancio vitale e della rappresentazione organica, invocando la linea decorativa, «gotica o settentrionale»: linea spezzata che non forma alcun contorno in cui si potrebbero distinguere la forma e lo sfondo, ma che passa tra le cose zigzagando, a volte trascinandole in un’assenza di fondo in cui si perde essa stessa, a volte facendole volteggiare in un’assenza di forma in cui si rovescia in uno stato di “disordinata convulsione”. Gli automi, i robot e i burattini non sono dunque piú meccanismi che fanno valere o amplificano una quantità di movimento, bensí sonnambuli, zombi o golem che esprimono l’intensità di tale vita non-organica: non soltanto Il Golem di Wegener, ma anche il film gotico del terrore intorno al 1930, dal Frankenstein e La moglie di Frankenstein di Whale a White Zombie di Halperin.