Ore 13.30. Salgo sul treno. La musica nervosamente assordante accompagna il brusio dei miei oscuri pensieri. Mi guardo intorno, mi scorgo nel finestrino, mi vedo evanescenza, mi vedo scomparire. Le ombre intorno a me si attengono al giocoso scherzo della vita: si muovono e danzano rivelandosi inutili pedine nella partita del mondo. Tutto appare finto e controllato da un maestro d’orchestra abilmente nascosto nei più bui angoli della mia mente. Sono illusione, o creatrice di essa? Più precisamente, chi sono? Mi sento vuoto, vacuità vagante in un mondo che mira alla pienezza, senza mai raggiungerla. Sì, intorno a me, si professa il culto della pienezza, come se fosse qualcosa di tangibile. Si ricerca la tasca piena, la vita piena, gli ambienti pieni, a scapito dell’obiettivo assai più alto di una mente piena e di un cuore vuoto. Ma io, nella mia vuotezza, mi ritrovo ad osservare quegli ovattati corpi malformi, mascherati dietro una facciata di falsa esuberanza, nascosti dietro un pareo di sfacciata irriverenza. Mi trovo a fissare il mondo esterno nella mia piccolezza e nella mia umile invisibilità. Mi penso piccola parte di un tutto assai più grande e complesso, assai più incomprensibile. Ma la vera battaglia, non so se sia davvero quella contro l’esterno o quella dentro di me. Mi sento in guerra, costantemente, ma la mia è una guerra fredda, congelata. Mancano colpi di armi da fuoco: li ho esauriti, mancano cannoni e schieramenti: li ho annientati. Rimango io, sola e maledettamente infelice, a combattere il dramma della mia Grande Depressione e la tragedia della mia Grande Guerra interiore. Non si intravede pace, non c’è un accordo in previsione. Mi scopro ogni giorno nuova e diversa ed ogni giorno scopro nuovi e diversi nemici. Il tempo mi ha trasformato, o forse io ho trasformato il tempo, e dall’interno o dall’esterno, sento di non essere o di essere, ma senza percepire. Sento il bisogno dello sfogo, dello scoppio. La troppa diplomazia fa male, il troppo controllo logora. Lo scoppio del conflitto porta invece alla risoluzione che, per quanto lunga e lontana, arriverà. Ma senza scoppio, questa riconciliazione appare pura illusione ed irraggiungibile speranza. Persa nel buio dei miei pensieri, lontana da me e lontana dagli altri, mi chiedo se mai mi scoprirò o riscoprirò essere vivo, essere umano. Mi sento un’automa che diligentemente riavvolge il nastro della vita, senza sapere quando esso finirà e senza domandarselo. Al tempo stesso, mi sento fuscello trasportato dal vento, sballottato dalle troppe idee, catturato da vortici di pensieri. Un fragile fuscello ed un potente automa. L’automa protegge il fuscello, l’automa resta, il fuscello vaga. Chi dei due io sia veramente, non lo capisco. Sento dentro di me un flusso costante di ingarbugliati pensieri e mi chiedo se voi, esterni e lontani, mi chiedo se voi proviate lo stesso. Mi sento una, nessuna o forse mille persone. Mi sento vuota e troppo facilmente riempibile. Vi guardo e mi sembrate distanti, vi guardo e lo spazio che ci separa mi sembra incolmabile. Vi guardo, come perfettamente e diligentemente prendete posto nel plotone che tenacemente affronta la quotidiana lotta dell’esistenza umana. Ed in quello stesso schieramento, mi sembra di non riuscire ad entrare, mi sembra che nessuno abbia contemplato la mia presenza. E’ la storia della mia vita, provare ad entrare, provare ad appartenere e fallire sempre, miseramente fallire. Non apparterrò mai a niente, non parliamo la stessa lingua, né viaggiamo sullo stesso treno. Siamo su due frequenze diverse, su due binari opposti e io rimango qui. Siedo cupamente nel mio angusto sedile, e guardo voi, piccoli umani, incapace di provare disprezzo o ammirazione, incapace di vedermi parte di un tutto, incapace di sentirmi altro in voi. Semplicemente, non vi capisco, e mai vi capirò. Semplicemente mi sembrate così terribilmente vuoti e così terribilmente pieni. E si sa, che vasi pieni non si incastrano l’uno nell’altro.















