Dopo
Brexit ha rilanciato un’idea fin’ora osteggiata da più parti, cioè che il suffragio universale non sia poi forse la cosa migliore. Sbagliato. Sbagliato che sia Brexit a innescare questo tipo di ragionamento, quando a farlo dovrebbe essere il pensiero critico.
Mi è parso opportuno differenziare tra chi in quest’idea ci si ritrova per caso e chi quest’idea l’ha ragionata da tempo.
Anzitutto, è sbagliato pensare che sia una misura atta a far trionfare chi la mette in atto o chi la supporta. Non è questo il motivo che mi muove, perlomeno. Serve invece perché è sbagliato che il voto di ciascuno abbia la stessa valenza.
Gli attacchi contro i ragazzi in maniche di camicia che dall’alto delle aule universitarie disprezzano l’operaio e chiedono di escluderlo non hanno senso alcuno. Non disprezzo l’operaio in quanto tale, in quanto rappresentante di una classe meno abbiente e quindi meno acculturata o informata.
Il diritto di un operaio a sedersi sul divano e guardare la partita, per citare alcuni in questi giorni di Campionati Europei, è sacrosanto. Non accetto però che lo stesso operaio, avendo trascurato di informarsi su modalità, candidati e obiettivi, si presenti alle elezioni con lo stesso potere che mi ritrovo io in mano. Internet oggi ci rende tutti uguali, almeno sotto questo punto di vista: il discrimine diventa la volontà di leggere e di capire, fondamentali per un voto consapevole (cioè un voto valido).
Ecco perché la proposta non è un ritorno al voto per censo, o per età. La proposta è una sorta di “patentino” di voto. Per guidare bisogna superare un esame, perché in strada si mettono in pericolo anche le vite delle altre persone. Votando inconsapevolmente si prospettano conseguenze anche più gravi.
Un patentino semplice da ottenere: 40 domande a crocette sulla Costituzione e sul diritto pubblico (e chiaramente non intendo domande sulla legislazione marittima). Esclude qualche forza politica? Esclude le classi meno abbienti? Esclude gli anziani?
Esclude solamente chi sceglie di esserne escluso. Non è richiesta una mente eccelsa per capire il funzionamento di massima dell’apparato pubblico, il meccanismo elettorale, le funzioni delle cariche dello stato. Perché coloro che gridano al presidente “non eletto” non possono esprimere una preferenza su cose che nemmeno hanno compreso. Qualche giorno di studio, qualche settimana, se serve. Questo è l’impegno che richiedo per decidere del paese. Se lo sforzo è troppo, non siete obbligati a compierlo. Se invece siete interessati, non avrete problemi a studiare. E l’operaio, arrivato a casa dalla fabbrica, sacrificherà un’ora di televisione o un’ora di sonno per capire meglio cosa succede, e allora il suo diritto e il suo peso sarà come quello di chiunque altro superi l’esame, laureato o nullatenente.
È una panacea? No. Anche questa metodologia ha i suoi difetti. Ma il suffragio universale l’abbiamo già provato, questa non ancora.
Mi sono state sollevate obiezioni, a cui ho già cercato di rispondere in corpo a questo post. Spero me ne verranno sollevate altre, a cui cercherò di rispondere con le riflessioni che mi hanno accompagnato in questi anni. Così come io sono aperto alla discussione però vorrei che lo fossero anche i lettori che sono arrivati a quest’ultimo paragrafo: l’ostacolo principale a questa proposta è la retorica infissa e ormai consolidata del suffragio universale come cosa buona e giusta. Nessuno nega sia stato necessario, utile e forse anche giusto, a suo tempo. Ma ora liberiamoci di quella retorica: dopo servirà qualcosa di nuovo.














