Roger McGough, "La resa dei conti" (Medusa Edizioni) - Qui comincia - Con Arturo Stàlteri. Regia e scelte musicali di Ennio Speranza | Roger McGough, "La resa dei conti", a cura di Franco Nasi (Medusa Edizioni) || Emilia Barbato, "Primo piano increspato", a cura di Maurizio Cucchi (Stampa 2009) | «La gente va avanti con la propria vita e la poesia tiene il passo: tutto lì. Niente di ciò che succede alla nostra specie è fuori dalla portata della poesia, e la poesia giustifica la propria esistenza con il suo trovarsi lì, ad ogni angolo della vita di ciascuno». Così scrive Roger McGough in uno dei suoi rari interventi critici, e così ha sempre fatto la sua poesia. È stata presente in ogni angolo della vita dell'autore, e ne ha raccontato ogni stagione: dall'adolescenza nella Liverpool distrutta dalla Seconda guerra mondiale, alla vibrante giovinezza degli anni 60 del Mersey Sound e della Swinging London, alle crisi di mezza età, alla piena maturità e alla vecchiaia. E come solo la buona poesia sa fare, pur parlando di un io, parla di ciascuno di noi. La poesia stessa e alcuni dei suoi protagonisti sono al centro di numerose composizioni qui proposte, così come lo sono gli eventi nei quali ci sentiamo soffocare ogni giorno, da una orwelliana e distopica Banca delle Parole alla solitudine della pandemia. Sono temi che ci riguardano e che McGough tratta con la sua peculiare arguzia e leggera profondità. Marche stilistiche che segnano anche il modo in cui affronta il tema qui più ricorrente: l'invecchiamento. La vecchiaia non è una malattia. È una stagione come le altre, né più né meno complicata, irrequieta e strana dell'adolescenza. La Awkward Age di McGough non è certo rose e fiori, ma non è ingrata: è una stagione ancora produttiva e fantastica, piena anche di apparizioni che vengono dal passato, come ricordi a volte deformati, a volte gioiosi, a volte malinconici, ma raramente nostalgici, raccontati con lo spirito giocondo, ironico e "grato di esserci" di uno dei più amati funamboli inglesi della parola. || L'estrema aleatorietà dell'esserci è un concetto implicito che attraversa il tessuto di questi versi di Emilia Barbato, nei quali una lievità concisa è un tratto specifico e di qualità. Momenti di malinconia diffusa non offuscano la complessità di un paesaggio d'assieme, che si pone come una sorta di impeccabile specchio in cui si riflettono immagini di una natura misteriosa e in movimento e sprazzi di vita quotidiana. Nella raffinatezza del tocco, Barbato, compone inquiete trame narrative, portando in superficie un reale còlto anche nell'opacità fisica degli oggetti, nei frammenti dell'esperienza, che si imprimono nella mente come in certe associazioni oniriche. C'è un costante tratto di incerta solitudine in Barbato, che ne ha consapevolezza e ce lo dice: «Le occasioni di chi ama la solitudine sono misteriose, / profonde». Solitudine che si coniuga con il silenzio circostante, e al quale la parola poetica cerca di sottrarsi, in intervalli, in «frattempi», di provvisoria felicità, partendo dalle «regioni recondite del cuore». "Primo piano increspato" è un'opera ricca di interne suggestioni, che segnala un'autrice di originale personalità, dalla scrittura incisiva e impeccabile.