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L'equilibrio che bilancia la mia vita è il mio totale squilibrio. Ci sono giorni in cui sono la persona più produttiva e diligente del mondo: studio, lavoro, mi alleno, pulisco casa, mangio bene (senza neanche uno sgarro), faccio un po' di self-care. Sono volenterosa, propositiva e mi sembra di poter ottenere tutto quello che voglio senza quasi nessuno sforzo.
Ma questi giorni esistono solo perché ce ne sono altri di totale e completa nullafacenza. Dove non ho il coraggio neanche di alzarmi dal letto, di cucinare o di lavare un piatto.
E la cosa più brutta è che a volte questi giorni sono consequenziali. Quindi sono superwoman il giorno prima e troppo pigra per pettinarmi il giorno dopo.
Quindi non riesco mai a raggiungere i miei scopi, perché sono specializzata nell'autosabotaggio, di conseguenza quello che ho costruito il giorno prima sento quasi il bisogno di distruggerlo.
Però comunque è normale, credo, che ci siano queste altalene.
Ammiro tanto quelle persone che sanno essere costanti e se potessi scegliere una qualità del mio carattere che odio è proprio l'incostanza. Se fossi capace di concentrarmi su un obiettivo, senza scoraggiarmi a ogni minimo bump on the road, sarei tutto quello che ho sempre voluto.
Sarei magra, tonica, coraggiosa, in salute e forse anche felice.
Vorrei tanto essere una di quelle persone capaci di stare perennemente a dieta (o comunque per un periodo superiore ai due giorni che è il mio massimo di questi tempi), o una di quelle ragazze perennemente in palestra, capaci di ottenere il fisico che hanno sempre sognato, o quelli che riescono a imparare una lingua studiando giorno per giorno.
Insomma, tutto ciò che riguarda uno step by step non mi appartiene. Sono zero o cento, con poche vie di mezzo.
Ad esempio con il weekend libero potrei fare tutto quello che ho rimandato in settimana. Potrei allenarmi, potrei studiare molto di più, cucinare per la settimana, pulire tutta la casa e anche uscire con gli amici, le giornate sono lunghe. Eppure il 90% delle volte non faccio neanche la metà di quanto preventivato
Ma non ne sono capace
È per questo che da quando ho intrapreso l'università pubblica in concomitanza con il mio lavoro full-time, sono enormemente terrorizzata.
Soprattutto perché non so mai quando possa sentire l'esigenza di buttare tutto nell'immondizia; magari a due esami dalla laurea, magari alla prima bocciatura o al primo professore che mi tratterà uno schifo. Nonostante ciò, nella mia vita lo studio è stata l'unica costante che non ha subito variazioni d'impegno o sabotaggi o distruzioni.
E quindi come si risolve? Come faccio a essere costante? Perché la mia incostanza si riflette anche nella mia vita giornaliera?
"Dicevi che tutti volevano esser come noi
la sintonia nelle parole, i gesti grandi e poi
quando ci siam lasciati io t'aspettavo qui
come si fa a stare così?
ma come si fa a stare così? Distanti per ore
quando ti pare andiamo a nuotare nel mare di notte
come si fa a stare così? Senza parole.'
-Clementino, Mare di notte
"Quando finisce un amore, non soffriamo tanto del congedo dell'altro, quanto del fatto che, congedandosi da noi, l'altro ci comunica che non siamo un granché.
In gioco non è tanto la relazione, quanto la nostra identità; l'amore è uno stato ove per il tempo in cui siamo innamorati, non affermiamo la nostra identità, ma la riceviamo dal riconoscimento dell'altro; e quando l'altro se ne va, restiamo senza identità.
Ma è nostra la colpa di esserci disimpegnati da noi stessi, di aver fatto dipendere la nostra identità dall'amore dell'altro.
E allora, dopo il congedo, il lavoro non è di cercare di recuperare la relazione dell'altro, ma di recuperare quel noi stessi che avevamo affidato all'altro, al suo amore, al suo apprezzamento. "
Umberto Galimberti
In questi giorni in cui sono stata da sola ho rimurginato meno di quanto mi sarei aspettata. Credevo potesse essere un viaggio di riflessione e invece si è rivelato molto più improntato alla leggerezza.
Poi parlando con mia madre, in un momento di relax, ho cominciato a mettere assieme i tasselli.
Sono una persona molto emotiva e in quel breve istante di confronto le cose sono diventate più chiare. Quindi per qualche momento (molto breve) mi sono sentita più sollevata, più serena.
Ma è stato un momento di awakening.
Ho riflettuto al fatto che ho ventuno anni. Ho uno stipendio stabile e un'indipendenza da ogni punto di vista.
Sono una persona molto insicura, con tanti tipi di ansie sociali. Ho paura di chiedere informazioni alle persone, ho paura di perdermi, ho paura di sbagliare.
Sono anche una ragazza particolarmente incostante. Sempre per quella necessità di auto sabotaggio, non sono mai riuscita a portare a termine qualcosa che mi giovasse o mi rendesse più felice.
Eppure nonostante ciò, non c'è stato niente nella mia vita che abbia fatto con più decisione e meno esitazione, che viaggiare da sola.
Adoro viaggiare, mi piace assaggiare nuovi cibi, mi piace l'arte, mi piace ogni tipo di cultura che si distanzia dalla mia. Mi piace avere una mente aperta, mi piace essere comprensiva. Mi piacciono le esperienze. Mi arricchiscono.
Quando mi sono resa conto che le persone che ho attorno avevano gli impegni e i lavori più disparati, e che organizzare con loro facendo incastrare i tasselli fosse molto più difficile, ho deciso di prendere in mano la situazione.
Se avessi dovuto aspettare sempre un compagno di viaggio, ad oggi avrei visto la metà di quanto abbia nel mio bagaglio turistico.
Quindi nonostante le mie tantissime ansie sociali sono partita da sola. La prima volta è stata Venezia.
Potrebbe non sembrare nulla di esagerato, eppure era relativamente lontana da casa. Non mi ero mai allontanata cosi tanto probabilmente.
E quel viaggio è stato fondamentale.
Imparare a stare da soli non è facile, lo è ancora meno quando si è da soli in una folla.
Non nego che la prima volta che ho mangiato in un ristorante da sola mi sono sentita a disagio, ci sono voluti 3 giorni per convincermi a mangiare fuori. Le persone ti guardano con stranezza, con compassione. Quasi come se il tuo essere solo non fosse una scelta. E mi è capitato, uscendo con amici, che questi compatissero persone che vedevano sole al tavolo.
Quel viaggio è stato importante. Venezia resterà per sempre nel mio cuore.
È avvenuto in un periodo particolare della mia vita in cui era appena terminata una relazione difficile, tossica durata due anni. È stato il viaggio che ha sancito l'inizio della mia rinascita, del mio percorso di risanamento che si è prolungato per quasi un anno e mezzo.
Avevo la necessità di sentirmi padrona della mia vita dopo aver donato ogni mia molecola a un uomo che non era stato capace di valorizzarne neanche mezza.
Ricordo che tutti attorno a me erano preoccupati. Viaggiare da soli era un'eresia, un discorso fin troppo evoluto e avventato per la mia famiglia.
Io invece volevo farlo.
La mia iniziazione ha luogo in terapia. La mia psicoterapeuta mi raccontava dei suoi viaggi in solitaria e io ero fortemente affascinata. Avevo quindici anni e al tempo credevo che non sarei mai stata capace di riporre una sicurezza tale nella mia persona.
Quattro anni dopo ho dimostrato a me, e a chiunque attorno a me, il contrario.
Oggi sono qui a scrivere questa riflessione perché parlo da un albergo in Germania.
È il mio primo viaggio all'estero da sola. Finora mi ero concentrata sull'Italia: per il covid non c'è stata molta possibilità di viaggiare all'estero.
Ma anche e soprattutto perché questo è un percorso che si compone di step. Ho iniziato in Italia dove mi sento oramai sicura e tranquilla.
Ora sono approdata all'estero.
Viaggiare da soli all'estero, se non per la lingua, non si differenzia troppo dal viaggiare in madrepatria. È l'abitudine alla solitudine, è lo stare bene in solitudine, la tranquillità nel mangiare da soli, nel chiedere informazioni se necessario, che, una volta acquisiti, sono una ricchezza che si può sfruttare ovunque.
Sono soddisfatta. E non mi capita spesso.
Sento di essere coraggiosa, sento di aver superato tanti miei limiti e sento di poterne affrontare altri cento.
Ovviamente ci sono ancora tante realtà da esplorare. Tante paure che ho ancora, come i paesi extracontinentali, o quelli che non parlano inglese. Ma arriveremo col tempo anche a quelli.
Per ora ci si muove in piccoli passi. Èstata l'inaugurazione all'Europa e sono felice all'idea di poter affrontare tanti altri viaggi senza aver bisogno di nessuno necessariamente.
Tirando le somme di questo viaggio giunto quasi al termine, sono contenta perché avevo paura che all'estero la "pseudo-sicurezza" che avevo acquisito in Italia potesse vacillare. Invece nonostante delle piccole difficoltà e degli incidenti di percorso dovuti ad una lingua estremamente diversa, sono stata bene.
Non c'è niente di più bello che guardare indietro e ricordarsi di tutte quelle paure che all'inizio erano bloccanti, montagne insormontabili da scalare. Oggi quelle paure esistono ancora, ogni tanto fanno capolino e provano a creare il panico. Ma metterle costantemente alla prova ha fatto sì che queste siano più facilmente affrontabili.
Non è detto che siamo capaci di affrontare definitivamente le paure che abbiamo acquisito fin da bambini, ma di certo possiamo diminuirne l'impatto mettendoci costantemente alla prova.
È una riflessione che ho voluto buttare giù in questo post, così da poterla rileggere nei momenti di sconforto più grande.
Perché se solo nei momenti di dolore fossimo abili a ricordare le nostre capacità e i nostri traguardi raggiunti con fatica, allora questi avrebbero un peso diverso.
Flusso di emozioni.
Sin dalla tenera età di sei anni ho considerato la lettura uno dei miei passatempi preferiti oltre che una parte integrante del mio essere: amavo divorare libri senza soluzione di continuità. Oggi ho capito che più che una passione per la lettura, la mia era (e tuttora è) l’incessante ricerca di qualcosa che potesse riempire un vuoto. Insomma, sono arrivata alla conclusione che non sono capace di colmare le mie mancanze autonomamente, non sono capace di trovare esternamente qualcosa che mi renda meno angosciata.
Quindi il mio approccio con le parole di altri ha un fine binario.
In prima battuta quello di ricercare pezzi di me nelle espressioni degli altri: la soddisfazione che provo nel rileggermi in citazioni di altri è impagabile. La passione per la lettura era un’incessante possibilità di interfacciarmi con persone, cose, situazioni, fatti che mi erano assimilabili. Ciò non significa che al termine di questa ricerca io mi senta appagata, eppure per qualche secondo sento un’effimera e ritrovata leggerezza.
La seconda ragione è senza dubbio che l’essere umano, innatamente, riesce ad alleggerire il peso dei propri dolori quando vede che questi sono condivisi da altri. Insomma, un po’ come se tirassi un sospiro di sollievo al pensiero di non essere l’unica destinataria di quella tipologia di sofferenza. Cercare nelle parole degli altri l’espressione di un malessere in atto, riesce verosimilmente a renderci meno soli e più consci della probabile evoluzione di questa malinconia.
Non sono una persona particolarmente tollerante da tanti punti di vista. Quando soffro, lo sono ancora meno. Ho la necessità di cercare instancabilmente una via alternativa, una scorciatoia fugace allo stato d’animo che mi sta avvolgendo.
Questo comporta non solo un maggiore dispendio di energie, ma anche e soprattutto un aggravio delle mie patie dato dall’infruttifera ricerca di un’uscita di emergenza. Sono perfettamente consapevole di quanto sia importante affrontare il proprio dolore e attraversarlo per potersene liberare. Eppure la mia più grande caratteristica è proprio quella di vivere in bilico tra una perfetta consapevolezza del ‘giusto’ (se così lo vogliamo considerare) e la mia voglia spropositata di perseguire l’esatto opposto.
Mia madre mi dice che sono masochista, che mi sento completa solo nel momento in cui soffro. Ed è per questa ragione che sono una maestra dell’auto sabotaggio.
E forse, dopo anni di terapia discontinua, queste sono state le parole che più mi hanno fatto male. La realizzazione di andare alla continua ricerca dell’INfelicità è una condanna che non so se sono capace di sostenere.
Questo mi fa ragionare su quanto sia importante la figura genitoriale nei primi (almeno) sedici anni di vita del figlio. I traumi che, consciamente o meno, si vivono fino all’adolescenza inoltrata creano dei danni irreparabili. O almeno così è stato con me.
Forse per questo l’idea di un figlio mi fa così tanta paura, per lo stesso motivo per cui ho paura delle relazioni: non condannerei mai un altro essere umano a ciò che ho vissuto. Non vorrei mai che fosse così intelligente da cercare nella terapia e nell’introspezione i motivi della sua instabilità emotiva, della sua insoddisfazione nei confronti di se stesso e del mondo, del suo costante senso di inadeguatezza. Finirebbe per odiarmi, per maledire il giorno in cui i suoi genitori, che si sono poi rivelati incompatibili, hanno deciso di farlo nascere decretando la sua sentenza in modo inequivocabile.
Non so se sia possibile curare queste ferite, o almeno imparare a conviverci allentando il ruolo che ricoprono nella mia quotidianità e nei miei rapporti interpersonali. Ma non sono neanche nella condizione di cercare aiuto, di riprendere la terapia. Sempre per lo stesso bisogno di auto sabotaggio. Alla vista di un possibile spiraglio di luce mi ritraggo spaventata per paura che il dolore che mi caratterizza possa abbandonarmi.
La mia fobia dell’abbandono forse si è aggrappata all’unica costante nella vita di ogni uomo: la sofferenza. E’ come se fosse una certezza incrollabile a cui non sono pronta a rinunciare. Tutti passano, tutto ha una fine ma il dolore no.
Questo meccanismo così tanto malato e distruttivo governa la mia esistenza.
Provo inutilmente a creare dei diversivi per convincermi che alla fine non sia questo il mio destino, che sono capace di crearmi dei momenti felici come chiunque altro. E in fondo in fondo ci riesco, ma il tempo che posso dedicare a tale serenità d’animo è severamente centellinato. Sento la mia ‘pancia’ (come dice la mia dottoressa) che dopo un periodo di tempo ben definito mi richiama alla base, mi ricorda che quella non sono io.
Non so bene come definire questo mio flusso di coscienza. Probabilmente non c’è bisogno che sia definito proprio perchè è un flusso. Quello che so è che ho sempre ritenuto che le più grandi opere letterarie siano sempre state frutto di un senso di incompletezza.
Nei momenti gioiosi l’unico obiettivo è quello di viverli a pieno, di provare a tenerli impressi con la vana idea che possano essere d’aiuto nello sconforto. E’ in questi ultimi che nasce la poesia.
La letteratura, quindi, a mio parere è frutto del tormento. Quando sono particolarmente angosciata sento questa necessità di esprimermi (non che abbia la presunzione che questa possa essere letteratura).
Magari per la ragione di cui parlavo all’inizio di questa mia storia. Siamo animali sociali, e anche se non per forza dal vivo, ricerchiamo quel senso di condivisione, di appartenenza ad una categoria che ci possa rappresentare. Che poi è lo stesso criterio di selezione della musica che ascolto. Non ho un genere che vada per la maggiore nelle mie preferenze, eppure se la canzone non ha qualcosa che parli di me, non riesce a rapirmi.
Il marasma di elementi che ho voluto concentrare in queste righe mi porta ad affrontare la principale motivazione per cui, ad oggi, verso in questo stato di perenne insoddisfazione.
Dopo i suddetti anni di incostante terapia, sono arrivata alla realizzazione che nonostante io voglia una relazione con tutte le mie forze, inconsciamente ne sono spaventata. Quindi sono capace di attrarre solo persone emotivamente indisponibili.
Non c’è niente di più coerente con il mio masochismo che questa ennesima sfaccettatura del mio carattere. E’ proprio grazie alla mia fame di infelicità che non sarò capace di amare qualcuno che possa ricambiare, che possa darmi cosa sto apparentemente cercando. Insomma, l’unica caratteristica positiva che sicuramente posso riconoscermi è quella della coerenza di pensiero e azioni.
Sono attratta da persone che non possono o non vogliono impegnarsi, e l’affetto nei loro confronti è così tanto coinvolgente da essere perfettamente proporzionale al dolore che provo nel momento della realizzazione della loro indisponibilità. C’è sempre un momento ‘x’ in cui la realtà mi cade addosso, sorda alle mie grida di aiuto e alla mia parziale incredulità.
C’è sempre il momento in cui tutti i tasselli del puzzle combaciano per dare vita ad una scena già vissuta, già affrontata, già familiare. Non c’è scampo a questa situazione. Anche le persone che a primo impatto sembrano discostarsi da questo prototipo, in realtà mascheratamente ricadono nella stessa categoria.
Anche qui vivo nella dicotomia tra la ricerca di un partner (su cui ripongo false speranze al pensiero che possa riempire il vuoto che mi trascino dietro) e l’infelice realizzazione che è solo stando da sola che posso essere parzialmente serena.
Forse è giusto perseguire il minore dei mali che, calato nella situazione, è la solitudine.
Alla fine di questo monologo posso riassumere in pochi punti, cercando un fil rouge che non sono certa di aver chiaramente offerto a causa dei miei voli pindarici:
- mi piacciono particolarmente le citazioni, ne vado alla ricerca costante per sentirmi meno sola, per ritrovarmi anche se per pochi fuggevoli secondi
- ho bisogno di essere infelice per stare bene
- la mia paura dell’abbandono si è ancorata saldamente alla mia infelicità
- di conseguenza, finchè non sarò capace di superare questa impasse, non troverò una persona con cui poter condividere un percorso sano e maturo dato che andrebbe a minare l’unica certezza che conosco.
- devo capire che forse è il momento di vivere la mia vita da persona giovane e libera. Non è ancora il momento di un vincolo.
Mi hanno detto che forse il motivo per cui sto così è perchè ‘sono troppo filosofa’, perchè nei miei pensieri c’è un turbinio di idee e ragionamenti che si susseguono.
Forse è così: certamente chi non è abituato a ragionare o a studiarsi vive un’esistenza più leggera. Ma a mio parere anche più effimera, più superficiale.
Nell’apparente negatività che un probabile lettore potrà riscontrare in queste parole (che io ritengo più amara consapevolezza), voglio dare un piccolo spiraglio di speranza.
So che tutto nella vita accade per una ragione, tutte le persone che incontriamo devono lasciare un segno nel bene o nel male, tutte le gioie e i dolori che siamo destinati ad affrontare nel nostro percorso sono una tappa che non possiamo bypassare. Prima o poi capiremo il motivo della nostra sofferenza e allora non sarà stato vano.
Se per l’ennesima volta c’è stata la necessità di sottoporsi a tutto questo marasma di emozioni negative, ne capirò in futuro il perché.
L’unico augurio che posso farmi è che, nel mezzo di queste ‘sfide’ che mi attendono, sia sempre capace di non perdere di vista la mia realizzazione lavorativa e personale, la mia voglia di viaggiare il mondo e scoprire altre culture.
Perchè anche viaggiare è un modo per cercare se stessi.
"Ma mi capita spesso di non riconoscere più i miei manoscritti, come se avessi dimenticato quello che ho scritto, o come se da un giorno all'altro io fossi cambiato al punto di non riconoscermi più nel me stesso di ieri."
Italo Calvino - Se una notte d'inverno un viaggiatore
“I soli che frequenterei volentieri sono adesso gli artisti, e coloro che hanno molto sofferto: quelli che conoscono la bellezza e quelli che conoscono il dolore; nessun'altro m'interessa”
— Oscar Wilde, De profundis.
Transire suum pectus mundoque potiri.
Trascendere i propri limiti e dominare l’universo.
Archimede
“Audentes fortuna iuvat.”
“Il destino favorisce chi osa”
-Virgilio
«Questa è la mia formula: sogna, sii diverso e non perderti mai i dettagli.»
Walt Disney
“Penso che le persone migliori, quelle per cui ne vale sempre la pena, siano quelle che purtroppo si perdono dietro amori impossibili, che impazziscono per qualcuno che non le amerà mai, che ad essere felici ci hanno provato una volta o due e poi hanno smesso, perché tanto la felicità non è roba per loro. Le persone migliori sono quelle che vanno convinte, sono quelle che al primo “ti amo” non credono mai, sono quelle che lo sanno che innamorarsi non è da tutti e per un'ora d'amore sacrificherebbero anni di vita. Le persone migliori non si lasciano impressionare dai complimenti, dal sesso, dai grandi gesti. Le persone migliori si innamorano per motivi assurdi, ‘ché a raccontarli gli viene da sorridere. Penso che le persone migliori soffrano tanto per essere quello che sono.”
— Susanna Casciani
“Certo che siamo proprio strani. Avvertiamo la mancanza di cose che non abbiamo vissuto e collezioniamo amori che non si possono dire. Ce li teniamo in braccio la notte e di giorno fingiamo di non averli mai desiderati.”
—
“Scusarsi non significa sempre che tu hai sbagliato e l'altro ha ragione. Significa semplicemente che tieni più a quella relazione del tuo orgoglio.”
— Fabio Volo
“Non sono il meglio perché insomma, guardami. Ma non sono neanche il peggio perché insomma, guardati.”
—
(via
deepinmyboness
)
adoro AHAHSH
(via fourteenblushes)