durante il breve percorso di terapia che ho sostenuto qualche anno fa, ho iniziato a cercare di comprendere un po' meglio alcuni aspetti del mio modo di relazionarmi con le persone. in particolar modo, ho iniziato a ragionare sull'origine del mio rapporto nei confronti di mia madre.
esisteva un tempo di cui io non ho più memoria, ma nel quale si mettevano in atto tra me e lei delle dinamiche relazionali estremamente fisiche. ricordo solo attraverso i racconti di mia madre, ad esempio, di come io mordessi delicatamente il mento del suo volto quando lei mi prendeva in braccio. un gesto istintivo e naturale tra madre e figlio. lo stesso gesto che in altre occasioni e in altri tempi mi sono ritrovato a perpetrare con persone diverse, in contesti relazionali di coppia e con accessi di intimità . questo mi porta a pensare che il contatto fisico, l'annullamento delle distanze, fosse una cosa che ho unilateralmente deciso di evitare con mia madre da un momento della mia vita in avanti, ma che non è sempre stato così, almeno non dall'inizio. non solo a livello fisionomico, ma anche e soprattutto caratteriale e di indole, mi sono sempre sentito estremamente simile a mia madre. questa somiglianza ed affinità ci rendeva parte di un universo tutto nostro, nel quale potevamo riconoscerci ed essere completamente noi stessi.
il cambiamento per me c'è stato quando ho dovuto abbandonare il mondo costruito per me dai miei genitori, e sono stato inserito nella società . la scuola, le prime relazioni sociali, il resto del mondo fuori dalla porta di casa. il carattere e l'indole che ho ereditato nel DNA da mia madre sono stati gli elementi che il "branco" là fuori ha subito individuato come punti di debolezza, e in maniera feroce e spietata ha iniziato a sfruttare contro di me. la gentilezza, la timidezza, il riserbo.. tutti elementi del mio modo di essere che, in ambito familiare, erano affini al contesto nel quale mi muovevo e soprattutto erano il legame identitario tra me e mia madre. ma là fuori nel mondo, dove vigono regole diverse, questa matrice identitaria era una zavorra fatale, la porta d'accesso a soprusi gratuiti, violenze verbali e fisiche, derisioni ed esclusioni. essere bambino negli anni '80 in una periferia metropolitana per me era un percorso estremamente complesso. durante l'adolescenza e soprattutto al ginnasio, il paradigma si era [se possibile] ancora più esacerbato. attraverso il percorso di analisi del mio comportamento, ho individuato un tempo più o meno dilatato nel quale ho esercitato un cambiamento radicale e strutturale sulla mia persona. cambiamento necessario ai fini di una sopravvivenza, indurimento del carattere e rimozione di parti identitarie del mio modo di essere, con conseguente ricostruzione per riempire il vuoto.
è stato un percorso lungo e tortuoso, durato almeno fino ai tempi dell'università , ma che mi ha restituito la possibilità di non essere più quel bambino timido ed introverso che per la società era visto come elemento debole. in altre parole, ho dovuto snaturare parti integranti della mia persona per poter sopravvivere in un contesto esterno rispetto a quello familiare, e nel farlo ho dovuto interrompere nella mia testa quella connessione naturale ed identitaria che avevo con mia madre. se da lei avevo ereditato quegli aspetti del mio carattere che nella società venivano sfruttati contro di me, per restare a galla e sopravvivere non ho trovato altro modo che strapparmeli di dosso come pezzi di carne, e sostituirli con placche di metallo forgiate nel cinismo, nell'autoironia, negli accessi di rabbia, nelle frasi inopportune. ho perso la gentilezza, ho edulcorato la timidezza, e soprattutto ho perso i modi delicati e gentili di rapportarmi con mia madre, che di quell'aspetto identitario era fulcro e origine. in generale nei confronti del mondo, ma in particolar modo nei suoi di confronti, sono stato da quel momento in avanti estremamente indelicato, brusco, quasi come a manifestarle la frustrazione di aver dovuto snaturare me stesso per poter sopravvivere senza che nessuno mi dicesse come farlo nel modo meno doloroso possibile. e giocoforza anche il contatto fisico e l'affetto manifestato verbalmente sono stati ridotti ai minimi termini nei confronti di mia madre.
lei ha sempre sofferto questo mio cambiamento, benché subliminalmente sapesse che il legame naturale e metafisico che lega due persone che hanno condiviso lo stesso corpo per un momento della loro vita durato nove mesi fosse impossibile da estirpare. nei gesti pratici e nella concretezza ho sempre continuato e, se vogliamo, anche enfatizzato ogni mia cura nei suoi confronti. e lei questo lo vedeva, lo sapeva in cuor suo che era quello il modo che avevo trovato per preservare parti della nostra identità e del nostro carattere affine, della nostra connessione.
in questi ultimi mesi ho cercato in più occasioni di parlarle di questa mia presa di coscienza. volevo essere franco e trasparente, dirle a voce quello che probabilmente lei aveva già intuito da sempre, e su quello basava il suo modo di accontentarsi del bene che riuscivo a darle. ma ogni volta che andavo a visita e provavo anche solo ad iniziare il discorso, sentivo un vuoto nel petto e un groppo asfittico in gola, che sublimava fatalmente in lacrime copiose. e nel darle la schiena per soffiarmi il naso ed asciugare fugacemente le lacrime, quando poi tornavo di fronte a lei davo la colpa alla mascherina FFP2 che ero costretto ad indossare in terapia intensiva, che non mi faceva respirare bene e mi faceva spesso soffiare il naso. non volevo che mi vedesse piangere, men che meno però mi illudevo di poter pensare che lei potesse crederci davvero alle stronzate che mi inventavo sulla FFP2.
l'ultimo giorno avevo perso ogni velleità di parlarle in questi termini. e quando le ho dato quello che temevo potesse essere l'ultimo bacio sulla guancia [e che, al contrario di quelli prima, ha confermato poi la sua natura definitiva] mi è tornato in mente un suo gesto di qualche minuto prima. nel delirio visionario che era in atto, intervallato da brevi e fugaci ritorni nella gelida realtà di un ospedale, lei per un momento ha stretto le guance e proteso le labbra verso di me, producendo un lievissimo schiocco. come a darmi un ultimo bacio. "mamma ma che fai, mi lanci i bacetti?", le ho detto mentre soffocavo le lacrime in gola.
e quell'ultima volta, nel darle un bacio sulla guancia, ho premuto le labbra in maniera più forte del solito sulla sua pelle. mi voglio convincere del fatto che lei l'abbia sentita l'unicità di quel bacio. che abbia capito, infine, che in quel bacio c'erano tutte le parole che non sono mai riuscito a dirle e che ho provato a riassumere qua sopra, feralmente fuori tempo massimo.
















