Mi sono svegliata con il sapore metallico della rabbia in bocca e quel solito, fottuto peso sul petto che non sa bene se chiamarsi malinconia o desiderio. O forse sono la stessa cosa, due facce di una moneta che continuo a lanciare sperando che cada di taglio.È faticoso essere me. È faticoso essere una persona scomoda.
Ti guardano e vorrebbero smussarti gli angoli, passarti sopra la carta vetrata della convenienza sociale per renderti più liscia, più digeribile. Ma io sono spinosa. Ho aculei che difendono territori che gli altri pensano di poter calpestare a piacimento. Non sono manipolabile, e questo alla gente fa schifo. Perché se non ti possono muovere come un pezzo sulla loro scacchiera, allora diventi "difficile", diventi "quella dal carattere impossibile". La verità è che preferiscono chi si piega; io, al massimo, mi spezzo, ma faccio un rumore d’inferno.
Oggi mi sento come una marea inquieta. C'è questo movimento dentro di me, un flusso continuo che sale e scende, che vorrebbe travolgere tutto e che invece si infrange contro il muro di una quotidianità troppo stretta. È la frustrazione di non saper stare al proprio posto, perché il mio posto non esiste, lo devo scavare ogni giorno con le unghie.
E poi c'è questo bisogno di desiderio. Non parlo di un capriccio, parlo di una fame viscerale. Invece mi sveglio in questa stanza, con questa luce pallida, e mi porto addosso una malinconia pungente, che morde.
C'è rabbia, sì. Rabbia perché essere veri costa troppo. Ma poi mi guardo allo specchio, vedo le mie spine, e anche se fanno male a me per prima, capisco che sono l'unica cosa che mi tiene in piedi.