1969, Rivolta di Pratobello, Orgosolo «E quanti siete, voi, a Orgosolo?» «Cinquemila siamo» «Non ce la farete mai contro lo Stato» disse l’ufficiale L’ex pastore, sorridendo, lo rassicurò: «Oh, non si preoccupi, ce la facciamo, ce la facciamo».

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1969, Rivolta di Pratobello, Orgosolo «E quanti siete, voi, a Orgosolo?» «Cinquemila siamo» «Non ce la farete mai contro lo Stato» disse l’ufficiale L’ex pastore, sorridendo, lo rassicurò: «Oh, non si preoccupi, ce la facciamo, ce la facciamo».
due parole riguardo oristano
A Oristano c’eravamo tutti, la mobilitazione simbolica di un'isola intera.
Se si pensa a quanto sta avvenendo in Sardegna riguardo alla questione energie rinnovabili, probabilmente l’episodio clou è Oristano, si intende quanto è avvenuto al porto di Santa Giusta. Da lì è partito tutto, lì è convogliato quel sentimento di rivolta che da tanti, tantissimi anni stava bollendo nei remoti anfratti di questa terra, portato avanti fino ad allora principalmente da una minoranza. Si può dire che da quella notte niente è stato più lo stesso, perché si è iniziato a parlare a livelli molto più estesi di quello che è un problema presente per l'appunto in realtà da molti anni.
Le abbiamo presenti tutt*, quelle immagini, bastava aver acceso la televisione, o il telefono, durante quei giorni. Il buio della sera, una resistenza infrangibile, solo all’apparenza debole, e poi quei mostri di acciaio, alti un’infinità di metri, tanto da superare del triplo, quadruplo, quintuplo e anche più un uomo, trasportati su camion che non accennano a rallentare, e le persone che si impuntano, li bloccano, con una determinazione che non può che essere propria di un popolo come quello sardo, che da decenni sopporta a stento soprusi di ogni genere. E infatti non poteva mancare anche questa occasione la polizia, che di soprusi possiamo dire che se ne intende, rappresentante dello stato italiano che in tenuta antisommossa giunge al porto anch’esso, pronto a zittire le voci, perché, beh, altro non sa fare: si scontra coi manifestanti, è duro, usa il “pugno di ferro”, come si usa dire. Ma quelle persone non mollano, non sembrano arrendersi, e con forza ripetono le loro ragioni. La terra sarda non si svende a nessuno, punto e stop. Sventolano alti nel cielo, i quattro mori, simbolo di una terra che è stata silenziata ma mai spenta; risuonano forti le note dei canti popolari, mai tanto alte quanto le voci di un popolo che è ormai stanco, e che non ha più intenzione di stare zitto davanti alle tante forme di oppressione portate avanti in ogni forma e ogni tempo contro quest'isola.
“Declarada est già sa gherra / Contra de sa prepotenzia, / E cominzat sa passienzia / In su pobulu a mancare
Che ch'esseret una inza, / Una tanca, unu cunzadu, / Sas biddas hana donadu / De regalu o a bendissione; / Comente unu cumone / De bestias berveghinas”