E (sempre Connolly...) il sex compulsivo con amori un po’ troppo impegnativi da indossare per mesi e mesi durante un lavoro serio... O invece, la domesticità definitiva con l’odorino d’angolo-cottura che si comunica alla scrittura; e il passeggino nell’ingressino: alibi d’ogni sottomissione e compromesso nel dar via il culo culturale... per sfamare i piccini che saranno un giorno impiegati alla Rai...
Poi, l’alcool anglo-americano; e le droghine nuove non incluse nel senso del peccato della nonna... Più che nemici, forse, parassiti delle promesse, dei talenti, degli standard qualitativi così alti da giovani. Non solo nel Trenta... «Anche qua? Ma non mi dire!». «Non temete nulla di nulla, graziosa pellegrina, in compagnia di quattro santi eremiti. Qua, dati i prezzi, non più di un baby da Rosati o Canova. E quando appare una sigarettina dall’America, né sì, né no: “grazie, semmai la tengo per dopo”».
Anche però la chiacchiera per tutta la mattina al telefono, poi alle presentazioni col dibattito a metà pomeriggio, e il proseguimento polemico in trattoria fino alla chiusura... E intanto le settimane e le stagioni passano... Il bestsellerismo su ricetta per il successino a ogni costo, e il tormentone del nessuno torna indietro dalle statistiche commerciali...
«Però,» si affanna a spiegare, non richiesto «questi settimanali come il “Mondo” e l’“Espresso”, oltre a fornirti i canali per raggiungere un certo piccolo pubblico di qualità, che esiste, permettono di infischiarsi abbastanza di quel piccolo sistema di mafiette e congiurette da villaggio feudale, non globale... Coi “vice” e i “sotto” un po’ prepotenti e un po’ tremebondi, a seconda dei corsivi dei gerarchi... E alla polemica letteraria si risponde con mosse non-letterarie, da uscieri... per esempio manovre per “togliere il pane” ai piccini. Che però qui mancano, tra i Fortuny».
«Ancora molta fame, in giro?».
«Né contratti, né stipendi, né assicurazioni, né pensioni. Solo collaborazioni “in nero”, lasciate cadere in cambio di servilismi continui... e continuamente revocabili! Rubrichine di favore alla radio, recensioncine di marginalia sulle pubblicazioni degli enti, precarie, per le formichine da tenere sotto obbedienza... Senza garanzie di continuità per i piccini delle formichine...».
«Tutto in nero?».
«Senza mercé. Sotto i piè... E in queste situazioni così bloccate e piccole si fa in fretta a reprimere i libri come sotto il fascismo... o a estromettere un freelance poco rispettoso... Bastano poche telefonate per controllare i mezzi di produzione e di informazione. Come negli altri settori di questo paese minuscolo. Perfino letterati abbastanza insigni e anziani e deferenti con tutti fin dal fascismo: li vedi sempre che corrono e gemono, per i posti e posticini, fra burocrati e tangheri... Tremano alla Rai, aspettano per anni la chiamata di un direttore o di un amministratore, bussano all’Università per niente, sognano i corridoi e gli orari del “Corriere”, col mito di quei tavoli e quegli abat-jour...».
«Il cosiddetto Establishment? Non è un cenacolo di artisti?».
«Poca gente che si conosce tutta e fa tutto, come nel fascismo, però sempre “in veste di...” e cioè in tante vesti, per i diversi ruoli: il Poeta, il Politico, il Funzionario, lo Storico, il Neo, l’Ex... Cioè le diverse maschere per i ruoli che si intrecciano: il Potere che si finge Opposizione, la Rivoluzione che reprime chi non riverisce i Valori-di-Nonno; l’Accademia che fa il Mercato e tira ai soldi... E ancora più ossequiosi che bisognosi: basta far sapere al dottore che non sarà gradito se si parla di un certo libro; e il dottore non ne parla. Poi però viene a scusarsi per non averne parlato: non si sa mai... Oppure: “tu devi fare una bella presentazione”. E il dottore non solo la fa, ma lo va dicendo: me l’hanno chiesta! hanno insistito! ci tenevano tanto!».
«E se gli chiedevano il culo?... A me sembrano i caratteri tipici di tutto il paese: le cancellerie e gli stati maggiori l’hanno sempre ripetuto».
«Anche la mancanza d’orgoglio? la mancanza d’anima? la meschinità dei moventi, che si trasferisce dalla persona all’opera come un odore dei vestiti?... Se si prova a svolgere un discorso generale d’attualità, parecchi commentano in buona fede “ma perché se la prende con la Tiritiri e con Pecionetti, che non gli hanno fatto niente?”. E avranno letto dieci righe in tutto, dietro dieci telefonate di Mestatori. Non viene sinceramente in mente che qualche considerazione culturale possa esser ripresa dall’“Observer” e non dall’ambientino. E senza fini personali. Come quando uno presenta alla Camera una proposta di legge per introdurre qualche norma societaria come in Europa, e subito “ma perché quello ce l’ha tanto con la Pavonazzi & Figlio?”».
«Non è che sotto il fascismo abbiano dato prove...».
«Congreghe, allora e adesso, per un mercato piccolo. Rivalse e vendette contro chi non chiede tutti i permessi e non offre servizi ai Responsabili per la Cultura... Atroci coppie anziane che in trattoria sulle puntarelle o le pappardelle strillano assatanate, fra le ordinazioni: “qui bisogna fare uno scandalo!”. (E giù, masticando grossi bocconi rabbiosi)... “Qui bisogna che nessuno dica una parola!”. (“E la mia cicoria?”)... “Ma questo come si permette!”. (“Io comincio a mangiare finché è caldo”)... “Bisogna avvertire quella poveraccia, che non lo sa!”... (“Queste patate non sono mie, sono per la signora lì”)... E anche poi carpire coi sotterfugi i dattiloscritti altrui, tramite povere donne infelici che non vanno in vacanza, compulsarli nelle cucine delle megere e dei megeri accaldati, commentare le singole righe fra i gatti delle streghe che fanno pipì e gli urli di “non è possibile!” delle arpie al telefono, coi subalterni che fanno da mangiare per i gatti e tenuti anche a predisporre trappole e propalare le maldicenze... che sostituiscono per loro il mare e la montagna, e anche la saggistica e la ginnastica... Poi, una passata di complotti e diffamazioni per i premi: e siamo a Ferragosto. Quindi ci si tolgono un po’ di saluti autunnali in trattoria: su il naso, davanti ai broccoletti passati in padella... E i megeri e le megere vanno per un po’ in giro a ripetere, con tutte le penne per aria: “questo personaggio sono io! ma io non sono affatto così!”... E avanti con le pappardelle e le puntarelle, e “quello, bisogna distruggerlo!”, con l’aglio e senza l’aglio, e nuove serve: “oggi è stata da me la piccola Paparazza, una delizia!”...».