Inagari
All’interno dell’angusta stanzetta al primo piano del bordello di Delaig’o, poco lontano dal porto commerciale di Artheser, è la penombra a farla da padrone sebbene fuori il sole sia alto in cielo. Le imposte in legno dipinto di rosso non vengono aperte da settimane, e le candele sono state spente abbastanza recentemente perché i lunghi fili di fumo si alzino ancora rivoltolandosi su loro stessi e l’odore di micce bruciate saturi l’aria ferma.
Un ampio letto a baldacchino dalle tende in tela leggera color viola occupa gran parte del pavimento di assi scricchiolanti lasciando a malapena lo spazio per muoversi, e il resto dell’arredamento è composto da un semplice e solitario tavolo a base quadrata che ospitava gli stessi bicchieri e brocca che ora giacciono in frantumi sul legno, nel mezzo di una pozza di vino che al buio pare nero, colato dalla parete spoglia verso cui il contenitore era stato lanciato. In un angolo lontano dalla porta, nascosto tra la testiera del letto che fiancheggia e il muro, c’è una ragazza accucciata a terra. Immobile. I capelli scuri e lisci che non vedono acqua e sapone da giorni ricadono ai lati del capo inclinato in avanti, posato sulle ginocchia sollevate dal pavimento, a nascondere il volto da sguardi che ormai non sono più presenti, e i pochi stracci di cui è vestita ricadono attorno al petto e ai fianchi coprendo appena quel corpo che riposa in una posizione innaturale. Una gamba riporta tagli profondi in più punti, così come l’avambraccio destro, dove la pelle scura è lacerata da una lunga linea rossastra da cui il sangue è colato per minuti, prima di addensarsi e coprire solo in parte il tatuaggio di un’eclissi di sole che campeggia sul palmo della mano della giovane.
Non c’è silenzio, le stradine lastricate che circondano il bordello sono stracolme di gente che parla o grida, il porto è vicino abbastanza per far arrivare le voci del molo se con vento a favore, e all’interno del palazzo stesso è possibile cogliere moltissimi rumori e voci dalle pareti sottili. Ma nella stanza c’è una sorta di quiete innaturale in cui neanche i granelli di polvere sembrano muoversi negli spicchi di luce che filtrano dalle imposte illuminando solo angoli dello squallore che vige tra quelle quattro mura. I passi nel corridoio subito dopo la porta chiusa, accompagnati da risate e battute, arrivano e proseguono scomparendo poi all’interno di una delle stanze limitrofe o su per le scale. Sono i passi leggeri delle prostitute o delle poche donne che visitano quel posto, e quelli più pesanti degli uomini. Sono quelli felini dei suryadi, o quelli meno eleganti degli umani e dei mezzosangue.
Sono quelli trafelati del proprietario del bordello che si fermano proprio di fronte alla porta. Il capo di Inagari si alza di scatto come quello di una marionetta che torna in vita, e forza l’articolazione del collo per poter tenere d’occhio l’ultima barriera di sottile legno che la separa da quella che sarà la prossima punizione. “Servono per farle capire chi comanda” spiega il proprietario del postribolo a sua moglie, quando questa gli fa notare almeno una volta alla settimana che i mezzosangue non possono rigenerare e che lascerà cicatrici alla ragazza e che quelle cicatrici faranno guadagnare di meno, quando si rassegnerà. Parlano nel dialetto di Ilye, e lo parlano di fronte a lei, inconsapevoli di essere compresi. Solo che dopo anni, la mezzosangue non ha ancora capito, e le cicatrici sembrano solo accumularsi, e le fratture e i lividi spostarsi da un estremo all’altro del corpo della ragazza. Ed è con quello stesso accento di Ilye che l’uomo si rivolge a qualcuno, un suryade, dalla sensazione che Inagari percepisce persino non vedendoli. Non riesce ad ascoltare tutto, solo qualche parola filtra attraverso le pareti e la porta. Parlano a voce bassa, o perlomeno più bassa delle urla e dei gemiti che provengono dalle altre stanze di quello stesso piano. La mezzosangue coglie una mezza battuta del proprietario, qualcosa che ha a che fare con un marito, e poche note di una risata seguente, la risata giovane di una ragazza. Dopo un congedo forzato da parte della suryade le assi di legno tornano a scricchiolare sotto il peso del proprietario, e passa ancora un po’ prima che la porta si apra e si richiuda nuovamente nella penombra.
Inagari non deve sforzarsi molto per cogliere alcuni particolari della suryade; pelle scura, capelli raccolti in lunghe ciocche che si spostano ad ogni movimento della ragazza vestita con un lungo abito di seta color bianco trattenuto alla vita da un corpetto di metallo dorato. Al braccio destro è appeso un sacchetto di velluto dello stesso colore del vestito, e un fazzoletto candido è trattenuto nella mano sinistra. Nessuna delle due parla. Non fiata la quarantenne con l’aspetto di una venticinquenne accucciata in un angolo della stanza, e neanche la suryade ventenne pare voler fare conversazione, lasciando invece che la vista si abitui al buio e i particolari della stanza si condensino in immagini più nitide permettendole di smuoversi dall’ingresso.
Una lunga stasi silenziosa si pone tra le due, finchè non è la mezzosangue a romperla con una risata amara che esplode poi in un divertimento ben poco sano. Non dorme da diversi giorni, non mangia da molto più tempo e per quanto cerchi di non darlo a vedere la perdita di sangue è stata l’ultima goccia, stremandola.
«Non accetto neanche le donne.» la voce che si libera dalla gola riarsa è debole, ma il tono è fiero, sicuro di sé fino a sfiorare l’arroganza mentre fissa ancora la suryade che, per tutta risposta, si muove verso le finestre, scansando la pozza liquida di vino e il baldacchino del letto. Quando la luce del sole fa capolino nella stanza, finalmente possono scorgere l’una i tratti dell’altra. E un’espressione disgustata trasfigura il volto della suryade in una maschera che studia ogni particolare delle quattro mura, andando poi a terminare su Inagari.
«E se io volessi andare con una prostituta cercherei un bordello migliore, ti pare? Magari uno con pareti vere. Con puttane che si lavano, anche.» Sorride di fronte all’espressione irosa della mezzosangue, un sorriso tranquillo che difficilmente si fa smontare da una risposta negativa o da qualche insulto.
«Hai parlato nel dialetto di Ilye, ma non ti sei mai mossa da Artheser... non sei stupida come mi hanno detto.» la suryade non tocca niente all’interno di quella stanza, neanche le pareti. Porta e imposte sono state aperte grazie alla barriera del fazzoletto che ancora mantiene in mano. E per quanto, in piedi, sia in una posizione avvantaggiata rispetto alla mezzosangue, non la guarda come se la stesse per attaccare e neanche come se fosse un pezzo di carne. La studia, ma sotto quell’espressione gentile che arriva ad influenzare anche il tono della voce nonostante le parole che scelga di usare, c’è una scintilla calcolatrice, non maliziosa. Una scintilla che, assieme alla sua pazienza, non si esaurisce di fronte a quel muro di silenzio sollevato dalla mezzosangue che ancora la fissa.
«Ho saputo di te da una parente. Da tua madre, da cui spero che tu non abbia ereditato il vizio di dare aria alla bocca quando bevi a stomaco vuoto. » Inagari non batte ciglio di fronte a quella che potrebbe essere una menzogna; perché mai la madre dovrebbe parlare di lei, e perché mai una completa sconosciuta dovrebbe interessarsene? La può quasi vedere, mezza distesa su un divano imbottito al centro di giardini di una villa che forse neanche più esiste per come se la ricorda, a parlare alle donne di cui ama circondarsi credendo in una sorta di solidarietà femminile tra parigrado, tutte impegnate a ridacchiare di fronte a quell’aneddoto. Tutte senza volto, a parte la suryade che ora le sta di fronte. Forse non era neanche tra quelle che ridevano. A giudicare dall’espressione della ventenne e dal suo sguardo non sembra una persona facile al riso. Forse ha stiracchiato un sorrisino prima di alzare provvidenzialmente il suo calice e portarlo alle labbra. Forse non era lì per le stesse convinzioni di sua madre, ma per un... compromesso; è da quando è nata che Inagari sente parlare di questi compromessi, soprattutto dai purosangue, quasi che fossero l’unico confine a separare una società instabile come quella dei suryadi dalla completa anarchia.
La mano destra si smuove veloce, accompagnata da una fitta bruciante che risale il braccio dalla ferita fino alla spalla e poi al cervello, Inagari ruota il palmo verso il basso a nascondere il simbolo della sua schiavitù fino a quel momento mostrato con l’ottuso orgoglio di chi ormai vive solo per provocare, ma è troppo tardi. La suryade già sa, l’ha visto o conosce i metodi in cui viene marchiato chi è venduto e comprato.
«Potrei farlo togliere, però dobbiamo collaborare, perché non sono qui per salvare giovani ribelli da una triste storia di soprusi e violenze. Hai cambiato il tuo nome da quando sei qui?» La testa di Inagari si smuove in segno di diniego, e le labbra carnose si schiudono e vengono umettate «Tu come ti chiami?» La suryade non sembra però sentirla «Ho bisogno di qualcuno come te per i miei affari. Tu hai bisogno di qualche maniera per andartene da qui possibilmente sui tuoi piedi, e dubito che qualche altro tuo parente potrebbe venire fino qui per trovarti. Non mi servono né le tue braccia né ciò che hai tra le gambe, mi serve il tuo cervello.»
«La tua parte di accordo consiste nel fare il tuo dovere e non provare a vedere dove posso spingermi per far farti vedere chi comanda tra me e te. La mia invece comprende farti andare via di qui, restituirti la libertà e mantenerti. Se mai il tuo spirito sarà pronto per risvegliarsi sarai risvegliata. Se e quando vorrai sposarti potrai farlo.» La proposta è nebulosa nella mente di Inagari. Ciò che ne ricaverebbe è chiaro, molto chiaro, e le fa gola mentre distoglie lo sguardo dalla suryade per puntarlo sulle proprie ginocchia e poi sul dorso della mano destra. Non è altrettanto chiaro cosa dovrebbe fare con il suo cervello, o se ne sarebbe capace. La sua istruzione è stata povera, dopo aver imparato la lingua comune e la lingua dei nativi della provincia di Artheser non ha potuto imparare altro né avvicinarsi alle grandi città. Dopo è stata venduta e tra le pulizie e i capricci delle prostitute non c’era tempo per sgattaiolare via con qualche moneta raccattata e comprare dei libri che sarebbero stati scoperti e buttati. Dai sedici anni, invece, si è dovuta preoccupare maggiormente delle ferite e delle fratture, o dei giorni di fame come punizione, o di come rimandare ancora il momento in cui avrebbe dovuto infine cedere.
Prima ancora che possa accorgersene, però, dalle labbra rotola via un flebile «Accetto» che a quanto pare è tutto quello che la purosangue aspetta per tornare a camminare verso la porta. Inagari si alza dal suo angolo di pavimento e fa per seguirla, mettendo uno dietro l’altro un paio di passi incerti sulla caviglia slogata, ma prima ancora che possa riuscire ad arrivare all’angolo del letto la suryade la ferma mostrando un palmo e rivolgendole uno sguardo sorpreso che la congela sul posto.
«Tu resterai qui. Scomponi un po’ le lenzuola e il letto e cerca di mettere su un’espressione convincente per quando ti chiederanno come mai non hai morso l’ennesimo aspirante cliente.» «Siamo parenti di sangue?» In uno degli ultimi movimenti che accompagnano la suryade fuori, in corridoio, Inagari giurerebbe di aver visto un cenno di diniego del capo.
Dieci minuti dopo la purosangue non è tornata, e neanche mezz’ora dopo. Arriva, invece, un incartamento di piccole dimensioni contenente un omamori che si attiva appena la mezzosangue lo scarta e una cassa di cibi e bevande provenienti dai quattro angoli del Continente della Notte. Il giorno dopo Inagari è ancora al bordello, e la settimana dopo ancora. Ciò che è cambiato è il trattamento che le viene riservato dai proprietari. Dopo la prima visita della purosangue e la successiva cura delle ferite non ci sono state più punizioni; è stata spostata in una stanza migliore, una ai piani più alti dell’edificio e munita di un salottino e di un bagno privato, una delle stanze per chi è legato ad una persona sola che ha pagato profumatamente per l’esclusiva.
Altri tre mesi della vita di Inagari trascorrono all’interno delle mura del postribolo, scanditi da visite in cui la purosangue le insegna i primi rudimenti di linguaggi neanche lentamente simili a quelli di Karryas, da regali via via sempre più costosi, e da attese interminabili, ma all’inizio del quarto mese finalmente la purosangue torna e lo fa per non rivedere più quello squallido palazzo gestito da una coppia ancora più squallida.
Fa impacchettare i pochi beni di Inagari da un umano marchiato dalla stessa eclissi di sole della mezzosangue, e si fa seguire al piano terra.
Mentre i bauli vengono caricati silenziosamente sulla carrozza che sosta di fronte all’ingresso del bordello, quando la mezzosangue è a portata d’orecchio e sul punto di salire oltre la porticina munita di vetri istoriati e non vede l’ora di andarsene da quel quartiere per non tornarci mai più, la voce della proprietaria si fa sentire nello scandire bene il prezzo che da’ a chi in così poco tempo si è rivelata tanto abile nella sua professione da scalare letteralmente la classifica delle lavoratrici di quel luogo. Pronta già a sentire somme sempre più basse, a sopportare l’ennesima trattativa che ha lei come merce di scambio, Inagari distoglie lo sguardo fiero verso la strada, osservando i mercanti poco lontani, e serra le mascelle in una linea dura che squadra la base del suo viso ovale e irrigidisce le labbra; commercio, semplice commercio. I compratori puntano sempre a ribasso, per questo chi vende alza il prezzo ben sapendo che sarà costretto ad abbassarlo man mano che la trattativa va avanti, e a Karryas gli schiavi non vengono trattati diversamente rispetto ad un cuscino o un animale da soma.
L’unica cosa che sente, però, è un ringraziamento della proprietaria. E dopo poco l’invito della purosangue a salire prima di lei su quella carrozza dall’aspetto anonimo. Quando la porticina si è richiusa dietro la ventenne e le tende sono state tirate come una barriera tra le occupanti della cabina e la strada affollata, la mezzosangue si schiarisce la voce per attirare l’attenzione della sua compagna di viaggio. Molte volte ha posto la stessa domanda nel corso delle visite della purosangue, e quelle molte volte non hanno mai ricevuto risposta, così come i biglietti che accompagnavano i regali non riportavano neanche un’iniziale.
«Come ti chiami?» Un sorriso splendente appare sul volto della purosangue, stirando le labbra in una piega divertita che le fa alzare gli zigomi e brillare lo sguardo dorato, dando l’impressione alla mezzosangue di aspettarsi una tale domanda e, stavolta, di avere una risposta.









