E. Montale
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E. Montale
E senti allora, se pure ti ripetono che puoi fermarti a mezza via o in alto mare, che non c'è sosta per noi, ma strada, ancora strada, e che il cammino è sempre da ricominciare.
E. Montale
[...] Dubito assai che i veri gaudenti siano coloro che si divertono «pazzamente, disperatamente», secondo il modello del poeta palazzeschiano. Sono esseri spinti alla vita intensa da una accettazione troppo miope, troppo immediata della nostra vicenda quotidiana. Non si meravigliano di nulla, e siccome la meraviglia è il fine di tutti gli uomini, poeti o no, sono indotti a cercare chissà dove il brivido, il thrill. Gente che si chiede sempre come impiegare il tempo, gente eternamente in lotta con la noia. Dolore autentico, nel senso antico, e non il moderno spleen dev'essere la loro noia; incapacità di sopportarsi, non perché si trovino di fronte a un loro odioso alter ego, ma perché posti in faccia al nulla assoluto. Se io sono fabbricato diversamente dovrei dunque ritenermi portatore o meglio depositario (non è merito mio) di una interessante «personalità». Lo scrivo tra virgolette: è meno impegnativo, è qualcosa che tu hai studiato a scuola, Clizia, e che da noi si trascura. Ciò non vuoI dire, d'altronde, che quando sono lasciato solo con me stesso io non abbia forti tentazioni da cui difendermi. Non è così? Sono mesi che dico: debbo lavorare, stasera, e mi trascino a casa con la fretta di chi è atteso da urgenti affari. Ma poi mi affondo qui, faccio scorrere l'ago della radio in su e in giù e non vado oltre la solita sorpresa di sentirmi vivo, Diogene in una botte-termoforo, vicino a una piccola scatola luminosa e parlante, io in questa città e non in un' altra, io e non un altro... chissà perché. Eppure non sono solo, ho a portata di mano gli amici che posso scegliermi da me, non quelli che vorrebbe impormi la mia esistenza spicciola, fenomenica. Ho nello scaffale i classici, gli amici che non tradiscono, se muovo un dito sul quadrante posso far spicciare vicino a me le sorgenti della musica e dell'eloquenza. Non sono un Diogene, sono un pitagorico autentico, un uomo che parla con le Sfere. [...] A dire il vero, se debbo credere alle previsioni del signor Ellery Reeves, autore di una 'Anatomia della pace', una città futura non esisterà neppure, a meno che gli uomini di buona volontà sparsi per il mondo non riescano a riunire i loro sforzi, e da ultimo le loro azioni, in una grande supernazione di uomini liberi: liberi non solo dal bisogno, ma anche dalle follie di chi vorrebbe asservirli per liberarli dal bisogno o di chi cerca di impedire con lo sterminio questa coatta «liberazione». Due anni fa l'asticciola della radio divideva in due parti la Penisola, anzi tutto il mondo civile: da una la verità, dall'altra l'errore (reversibili, purtroppo, ma non per i galantuomini). Oggi diversi accenti e orribili favelle prorompono da ogni luogo e l'immagine della città futura non si presenta lieta. Te ne parlerò nella mia prossima lettera, Clizia, domani stesso. Buona notte. 28-29 dicembre 1946
E. Montale, da Solitudine in “Auto da fè”, Mondadori, 1966
ph: A. Kertész, Roof, Paris, 1926.
E la tua ala d'ebano occupò l'orizzonte col suo fremito lungo, insostenibile.
E. Montale
Ossi di seppia
Trama
“Ossi di seppia” è un grande classico, una tappa esistenziale nel cammino della poesia europea del Novecento, un’opera in cui la tensione ininterrotta del pensiero si esprime nella sintesi di uscite folgoranti, ma anche nell’articolarsi per immagini della meditazione lirica. Il libro si propone come strumento non solo di lettura ma anche di approfondimento e studio degli “Ossi di seppia”.
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Portami il girasole impazzito di luce.
E. Montale
«Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. Il mio dura tuttora, né più mi occorrono le coincidenze, le prenotazioni, le trappole, gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio non già perché con quattr'occhi forse si vede di più. Con te le ho scese perché sapevo che di noi due le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue.»
“Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale”, Eugenio Montale (1967, Xenia II)
La vita oscilla tra il sublime e l'immondo con qualche propensione per il secondo ne sapremo di più dopo le ultime elezioni che si terranno lassù o laggiù o in nessun luogo perchè siamo già eletti tutti quanti e chi non lo fu sta assai meglio quaggiù e quando se ne accorge è troppo tardi. Les jeux sont faits dice il croupier, per l'ultima volta e il suo cucchiaione spazza le carte.
*E. Montale