Verso Tebe. Variazioni su Edipo
Verso Tebe. Variazioni su Edipo
All’Elfo di Milano uno spettacolo sul mito greco dalla messinscena interessante. Ma dalla sostanza poco coinvolgente. (more…)
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Verso Tebe. Variazioni su Edipo
Verso Tebe. Variazioni su Edipo
All’Elfo di Milano uno spettacolo sul mito greco dalla messinscena interessante. Ma dalla sostanza poco coinvolgente. (more…)
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Tutto quello che volevo. Storia di una sentenza
Tutto quello che volevo. Storia di una sentenza
A che cosa serve una sentenza? A cambiare il mondo. Se la fa una giudice. E la porta in scena, all’Elfo di Milano, un’attrice e autrice che sa far riflettere. (more…)
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L'importanza di chiamarsi Ernesto
L’importanza di chiamarsi Ernesto
Alla Sala Umberto va in scena L’importanza di chiamarsi Ernesto, un capolavoro del teatro vittoriano che mantiene intatte la sua energia sarcastica e la sua incredibile verve sovversiva.
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Al Romaeuropa Festival, all’interno della rassegna Anni Luci, è andata in scena La trilogia dell’identità, un triplo allestimento firmato dall’enfant prodige Liv Ferracchiati e The Baby Walk.
Che sia una questione fisica o culturale, un problema interiore o sociale, il tema dell’identità di genere e della transizione voluta o imposta a chi si percepisce e rappresenta non «esattamente una femmina, ma precisamente un maschio» (o viceversa) non è affatto scontato o semplice da trattare.
Le coscienze sono lacerate, il dibattito pubblico diviso tra chi afferma il primato assoluto dell’autonomia/responsabilità individuale e chi ritiene che le influenze eterodirette possano essere far riflettere su scelte da cui tornare indietro sarebbe alquanto complicato o che vengono considerate contra naturam.
La Trilogia intreccia, e a volte confonde, fatti personali e considerazioni generali, ponendo in sottotraccia le macerie esistenziali di chi ancora non distingue l’essere una dall’essere altro (Peter Pan guarda sotto le gonne), chi si confronta e scontra con il proprio complesso edipico (Stabat Mater) e chi cerca disperatamente un posto al sole (Un eschimese in Amazzonia).
La drammaturgia prende esplicitamente ispirazione dalla demolizione del fallocentrismo di Paul Beatriz Preciado (dalla cui opera cita a piene mani), ma numi tutelari si rintracciano in Donna Haraway e Judith Butler, ossia nell’idea di una asimmetria egualitaria tra sessi e nella concezione secondo la quale la soggettività è un processo che prende forma dalla concreta interrelazione in un’ecologia di appartenenza.
Il primo capitolo è un omaggio al romanzo Peter Pan nei giardini di Kensington di James Matthew Barrie e rappresenta il debutto per questa compagnia nata solo tre anni fa, ma già selezionata da Latella alla Biennale Teatro del 2017.
Tre personaggi, Peter di undici anni e mezzo, Wendy di tredici e la nevrotica fatina Tinker Bell. In audio, un padre e una madre poco preparati a capire cosa stia accadendo alla loro bambina. La storia è quella di chi sta crescendo e comincia a scoprire come gli appetiti del proprio corpo si stiano volgendo diversamente da come (gli hanno detto che) dovrebbero.
Peter Pan guarda sotto le gonne nel descrivere il processo di formazione del protagonista pone nella pubertà il passaggio cruciale del «percorso a tappe che racconta l’esperienza della dicotomia fra corpo e mente in fatto di identità di genere» (citazioni in corsivo dalle note di regia).
Lo fa in maniera semplicistica, perché – ci piace pensare – tale è il punto di vista e il target di riferimento. E in questo senso, non sembra un eccesso la proposta di un outfit stereotipato nel presentare la piccola Peter che maledice le gonne e gioca a calcio, la ribelle Wendy che fuma, veste provocante e ha avuto esperienze con ragazzi più grandi e ingessati genitori che sproloquiano con voci registrate enfaticamente posticce.
Rinunciare consapevolmente a esplorare gli abissi dell’argomento e al suo approfondimento non significa, tuttavia, scadere automaticamente nella banalità. In Peter Pan guarda sotto le gonne, Liv Ferracchiati e Greta Cappelletti decidono infatti di assumere la prospettiva altrettanto nobile dell’intimità e dell’immediatezza di chi sta sviluppando una transizione (di genere).
Lo spettacolo gioca con coraggio con i vuoti del linguaggio e lascia intendere il fatto che Peter senta senza trovare le parole, quindi non capisca e sia la prima vittima del proprio stesso «disagio di vivere in un corpo che non è percepito come proprio». Ma, se questa dimensione linguistica mostra poca attenzione alla complessità di una età nella quale le parole, più che mancare, sono inventate senza sosta, il racconto concentra il proprio sviluppo prettamente teatrale nei momenti in cui compare il doppio (Peter maschio adulto) e in quelli in cui la/il protagonista e il suo alter ego coreografano una lotta identitaria.
Se alcune monotonie interpretative non valorizzano il naturale physique du rôle di Linda Caridi (Wendy) e Alice Raffaelli (Peter), ha negativamente sorpreso la completa adesione a una anacronistica posizione rousseauiana, dunque il mostrare il fianco a una posizione ideologica di latente e rischioso moralismo di fondo, ossia all’irresponsabile manicheismo di chi contrappone una idealizzata età dell’infanzia (intesa quale momento di purezza in cui essere semplicemente lasciati crescere in pace) a una età adulta declinata esclusivamente nella prospettiva disciplinare di chi proietta le proprie aspettative sulle future generazioni (come nel caso del vestito rosa regalato e imposto a Peter). In questa estrema parzializzazione, forse figlia di un vissuto personale o che ha preso «spunto anche da episodi dell’infanzia di persone FtM (Female to Male)», Liv Ferracchiati e Greta Cappelletti palesano la unilaterale considerazione delle figure genitoriali quali narcisisti disfunzionali, persone tossiche che sminuiscono e marginalizzano le peculiari specificità dei/delle propri/e figli/e e sono in grado di affrontare la questione dell’identità di genere solo come se si trattasse di sistemarne i cervelli, dunque medicalizzando.
Se, nel caso di questo primo capitolo, aver impostato lo spettacolo dal punto di vista della pubertà può giustificare, almeno in parte, il suo esser naïf, Stabat Mater tradisce, invece, una grave inconsistenza culturale, oltre che palesi lacune creative.
È la storia di uno scrittore, un uomo di trent’anni nato nel corpo di donna, che potrebbe benissimo essere lo stesso Peter (sono evidenti e volute alcune continuità stilistiche e di contenuto). Se rispetto al precedente, la verbosità dell’allestimento aumenta esponenzialmente in coerenza al bisogno adulto di definire per controllare, Stabat Mater insiste sulla stessa falsariga di Peter Pan guarda sotto le gonne, orbitando con sagace, ma ripetitiva, ironia attorno a un fenomeno rappresentato nel suo senso più comune. Infatti, «il tema centrale è l’emancipazione dalla madre, la difficoltà di diventare adulti». Le caratterizzazioni dei personaggi, nel primo capitolo deboli ma adeguate al «fatto che le persone transgender non sono sempre state degli adulti», questa volta naufragano clamorosamente nell’individuazione di soggetti definiti unicamente dall’istinto (inteso, freudianamente, come libido) e privati di qualsiasi altra dimensione sentimentale (empatia, per esempio) o intellettuale. Imperdonabile, onestamente, il modo in cui la psicologa cade vittima di un gioco di seduzione senza riconoscere in esso il canonico transfert e controtransfert, lo scontato e prevedibile legame affettivo che lega paziente e terapeuta.
Controverso il primo capitolo, sottotono il secondo, di sconcertante efficacia il terzo, Un eschimese in Amazzonia, che, come notava con occhio lungo il nostro Francesco Chiaro in occasione di B.Motion a Bassano del Grappa (alla cui recensione rimandiamo per una più dettagliata analisi), complice probabilmente anche la natura collettiva della scrittura scenica, ha saputo saputo riscattare e restituire il talento di una Trilogia fin qui deludente.
Contrariamente alla proposta politica dei Motus (della quale più volte abbiano notato la contraddittoria inconsistenza), Liv Ferracchiati e The Baby Walk non si limitano a concepire la questione di genere come constatazione di o reazione a un problema contro cui combattere, ma ne aggrediscono la tematica quasi con gioia e, in questo modo, prendono a colpi di martello la «categorie create a posteriori per cercare di definire (e quindi limitare) l’alterità, negandole una fluidità e un’imprevedibilità troppo scomode, troppo spaventose per una società basata sullo scambio di merci e non di culture».
La tematica è epocale, ma non tanto perché pretende di raccontare il momento storico, culturale e sociale in cui affonda le proprie radici, quanto perché intende porre con chiarezza (a volte con didascalismo) la questione del mondo che si vorrebbe.
La Trilogia è costellata di ingenuità e presenta significative sbavature drammaturgiche, ma a dare autenticità e spessore a un progetto ancora da affinare è la capacità di esaltarne la dimensione privata senza scadere nella mera condivisione di una esperienza autobiografica. Tenerezza e partecipazione sono i due poli attorno ai quali essa prende le mosse e si dà forma scenica e, se la caratura estetica e politica di questo progetto non potrà essere ridotta all’esaltazione dell’individuo che lo esprime (Liv, nata all’anagrafe Livia), è perché la chiusura del cerchio viene affidata alla capacità di Un eschimese in Amazzonia di gettare «le basi per un nuovo tipo di cosiddetto teatro di genere che si fa specchio reale del quotidiano, semplice e riflettente».
L’operazione è rischiosa e non esente da cadute (il secondo episodio risulta davvero inessenziale) e la visione integrale non dà alcun valore aggiunto, ma per la giovane età della compagnia e il talento esibito (dal montaggio per flashback e flashforward alla sagace ironia della scrittura e alla esperta gestione del pubblico), le pecche riscontrate sembrano costituire non tanto criticità strutturali, quanto spunti sui quali lavorare per far crescere un’identità artistica già di livello.
Liv Ferracchiati 1
Liv Ferracchiati 2
Liv Ferracchiati 3
Liv Ferracchiati 5
Gli spettacoli sono andati in scena all’interno del Romaeuropa Festival 2018 Mattatoio – La Pelanda, ex Macro-Testaccio piazza Orazio Giustiniani, Roma 28 ottobre 2018
Peter Pan guarda sotto le gonne regia Liv Ferracchiati drammaturgia (in ordine alfabetico) Greta Cappelletti, Liv Ferracchiati con (in ordine alfabetico) Linda Caridi/Wendy, Luciano Ariel Lanza/Ombra, Chiara Leoncini/Tinker Bell, Alice Raffaelli/Peter voci Ferdinando Bruni, Mariangela Granelli aiuto regia coreografie, costumi Laura Dondi scene, foto di scena Lucia Menegazzo disegno luci Giacomo Marettelli Priorelli fonico Giacomo Agnifili direttore di scena Emiliano Austeri segretaria di compagnia Sara Toni produzione The Baby Walk – Teatro Stabile dell’Umbria Sostegno Campo Teatrale Milano, CAOS – Centro Arti Opificio Siri – Terni durata 70′
Stabat Mater regia Liv Ferracchiati con (in ordine alfabetico) Linda Caridi/Fidanzata, Chiara Leoncini/Psicologa, Alice Raffaelli/Andrea e la partecipazione video di Laura Marinoni nel ruolo della Madre drammaturgia di scena Greta Cappelletti aiuto regia, Costumi Laura Dondi scene, foto di scena Lucia Menegazzo disegno luci Giacomo Marettelli Priorelli suono, Fonico Giacomo Agnifili direttore di scena Emiliano Austeri segretaria di compagnia Sara Toni t teaser, promozione Andrea Campanella Riprese montaggio video Studio Carabas progetto della compagnia The Baby Walk produzione Centro Teatrale MaMiMò, Teatro Stabile dell’Umbria/Ternifestival Residenza Campo Teatrale Milano in collaborazione con Residenza Artistica Multidisciplinare presso CAOS – Centro Arti Opificio Siri – Terni si ringrazia Gabriele Dario Belli, ForToMan durata 85′
Un Eschimese in Amazzonia scrittura scenica di e con (in ordine alfabetico) Greta Cappelletti/Coro, Laura Dondi/Coro, Liv Ferracchiati/Eschimese, Giacomo Marettelli Priorelli/Coro, Alice Raffaelli/Coro costumi Laura Dondi disegno luci Giacomo Marettelli Priorelli suono Giacomo Agnifili srganizzazione Sara Toni progetto della compagnia The Baby Walk produzione Teatro Stabile dell’Umbria, Centro Teatrale MaMiMò, Campo Teatrale, The Baby Walk in collaborazione con Residenza Artistica Multidisciplinare presso Caos – Centro Arti Opificio Siri Terni durata 65′
Trilogia dell’identità / Romaeuropa Festival Al Romaeuropa Festival, all'interno della rassegna Anni Luci, è andata in scena La trilogia dell'identità
Sebastiano Filocamo
Mercoledì 20 dicembre 2017 alle ore 21.00 presso il prestigioso Teatro Franco Parenti di Milano debutterà lo spettacolo teatrale Lottatori – Sguardi Sollevano Vento, progetto d’arte sociale ideato e diretto da Sebastiano Filocamo per la Stravaganza ONLUS, Associazione di Volontariato che si occupa di sviluppare e diffondere i valori della solidarietà e dell’integrazione sociale, promuovendo…
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Teatro Filodrammatici di Milano. Cartellone teatrale 2017/2018
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Il Teatro Filodrammatici è situato nel cuore di Milano. A due passi da piazza Duomo, si colloca in prossimità di alcuni punti nevralgici del centro come palazzo Marino, la galleria e il corso Vittorio Emanuele, piazza Affari e la Borsa, il quadrilatero della moda e si apre alla città, oltre che per la proposta teatrale, ospitando convegni di prestigio, mostre d’arte, eventi promozionali. (more…)
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Mr Pùntila e il suo servo Matti
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Fino al 9 aprile, in scena al Teatro Quirino una delle commedie più irriverenti e sarcastiche del drammaturgo tedesco, una denuncia dello sfruttamento divenuta oggi classico letterario.
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Alice Underground
Dalle pagine di un libro al palco del teatro Duse di Genova, il viaggio di Alice in un paese pieno di meraviglie, incontri, musiche e colori si realizza grazie alla grande collaborazione di artisti. Al timone della regia, Ferdinando Bruni e Francesco Frongia. (more…)
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