Hartal! - Self-titled
diNotte Records
2014

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Hartal! - Self-titled
diNotte Records
2014
HARTAL!
RECENSIONE / Hartal! - Hartal!
diNotte Records - V4V - Indastria / 2014
Trovarsi ad ascoltare un disco d'esordio non è mai semplice. I debut albums sono spesso carichi di entusiasmo e poveri di personalità: tanta carica, tanta voglia di far bene, e poco contenuto. Tipo la frase delle nonne “tutto fumo e niente arrosto". Ma – Diocenescampieliberi – non è questo il caso di Hartal!, primo lavoro della band omonima.
Gli Hartal! sono in cinque: quattro veneti e un berlinese adottivo. In passato erano noti come Afraid!, e questo, oltre a rivelare una particolare passione per i punti esclamativi, la dice lunga sul loro percorso. Sono stati una delle migliori band post-hardcore attive sulla scena italiana. Poi ci hanno ripensato, o meglio, si sono ripensati, e ora, rinascono rinnovati sotto forma di Hartal!. Non dei pivellini quindi, ma una band compatta, esperta, cambiata ma non per questo incoerente. Questo primo disco, registrato in presa diretta, lo conferma. Hartal! è un “crazy diamond” scintillante nell'oscurità esistenziale dei Velvet Underground: un gioiello della psichedelia, magistralmente incastonato su reminiscenze punk.
Gli Hartal!, con questo primo album, sembrano viaggiare tra uno shoegaze raffinato e un minimalismo alla Spaceman 3 (Uno e Barefoot Empire), intrecciandosi a uno sconquassato blues-rock dal sapore acido (Megaloo V).
Non disdegnano poi quel quid di cattiveria alla Sonic Youth, diluito coi migliori Loop.
Influenze evidenti in Old Chicken Makes Good Broth, in cui la chitarra ipnotica risponde al mantra della voce, la batteria procede con la feroce freddezza di un serial killer, mentre il basso che imbastisce un girod'accordi che suona come una spirale.
L'impressione è quella di abitare un mondo parallelo popolato da giganti drogati. E, c'è da scommetterci, gli Hartal!, che sono vecchie galline capaci di fare buona musica, volevano proprio questo.
In Chasing the Beaver, emerge tutto il passato punk della band. La batteria impone un ritmo serrato ai neuroni eccitati. La voce, quasi tribale, ulula a distanza. La chitarra insiste senza tregua. Il basso, rubato a Peter Hook dei Joy Division, riempie il suono rendendo acustiche le connessioni elettromagnetiche che provocano nel nostro cervello. Infine tutto rallenta, mandandoci a sbattere contro una compattezza sonora dalla quale siamo assorbiti e non respinti. Il vero pezzo forte dell'album, però, è Onigoland. Un brano di quasi dodici minuti che si apre con una litania orientale per poi esplodere con un sax free che strilla impazzito. Semplicemente magnetico. Gli Hartal! ci lasciano così, con questa prima dose di musica ipnotica e massiccia. Alle nostre meningi drogate, non resta che attendere il loro secondo album.
85/100
di Camilla Domenella