Buona domenica….
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Pare che le prime rappresentazioni di questo iconico modello di scarpe risalga ai tempi di Tutankhamon...
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Storia delle infradito: dall’antico Egitto alla Mesopotamia
Il primo vero modello di infradito risale al 3500 a.C., quando nell’antico Egittovanivano indossati dai faraoni, oppure da uomini facoltosi e sacerdoti, per affermare il proprio status sociale. Di tipologie ne esistevano svariate: ad esempio, i sandali-infradito più semplici avevano la suola in cuoio o in papiro intrecciato. La testimonianza della loro esistenza, e soprattutto della loro forma, è raffigurata sul trono di Tutankhamon: il faraone e la sposa condividono un paio di infradito simili ai moderni sandali, indossandone uno ciascuno. Ciò simboleggia non solo la loro ricchezza poiché in materiali preziosi, ma anche la condivisione del matrimonio e del potere in qualità di coppia. A questa testimonianza se ne aggiunge un’altra in Mesopotamia, una lastra di pietra risalente al 2250 a.C. e raffigurante il re Naram-Sin con le infradito.
I sandali-infradito di Tutankhamon
I sandali-infradito di Tutankhamon
Storia delle infradito: in Giappone e non solo
La loro storia prosegue negli anni fino ad arrivare nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, quando i soldati americani scoprirono in Giappone gli zōri, una tipologia di infradito antichissima indossata con i calzini. Sono simili al modello occidentale, ma fatti di paglia di riso o altre fibre, stoffa, legno laccato, pelle e gomma. La loro peculiarità è l’hanao, la stringa spessa che tiene unito il piede alla calzatura, insieme alla struttura particolare della scarpa: il tallone dovrebbe sporgere di circa 1 cm dietro e il mignolo non dovrebbe avere nulla su cui poggiare. Esiste un’ulteriore distinzione tra zōri femminili e maschili: i primi hanno l’hanao rosso e possono essere in vinile per le occasioni formali o in stoffa per le cerimonie; i secondi sono caratterizzati dall’hanao bianco o nero. Rimangono un esempio antico di sandalo, indossato oggi con gli abiti tradizionali poiché considerato un “caso eccezionale” della moda giapponese, infatti non viene usato nella quotidianità.
Un esempio di zori con calzini in Giappone. Foto via Wikipedia
Le infradito negli Anni Novanta e Duemila
Come già detto, l’usanza tutta americana di indossare le infradito con i calzini bianchi non è originale degli USA, bensì del Giappone da cui i soldati presero ispirazione e portarono nelle loro terre questo modello indossato principalmente in spiaggia. All’inizio venivano chiamati jandals, dall’unione tra le parole “Japan” e “sandals”, per poi assumere il nome flip flop. Questo particolare paio di scarpe, adatto in estate, è piaciuto a tal punto da essere indossato sui red carpet di eventi importanti e proposto in passerella. In questo modo, è stato rotto uno schema per aprirne di nuovi, contribuendo ad abbattere certe regole su come e quando indossare qualcosa.
Storia delle infradito: Havaianas in Brasile
Prima, però, di vedere in che modo i marchi contemporanei interpretano le infradito, bisogna raccontare l’apporto di Havaianas alla normalizzazione di queste scarpe. I primi “sandálias havaianas” arrivano nel Brasile del 1962 e sono bianchi e blu, tingendosi di verde in seguito a un errore di produzione. Come tutte le invenzioni di successo, furono copiate e venne diffuso lo slogan: “Mettiti al riparo dalle false Havaianas! Quelle vere non si sformano, non puzzano e non perdono le fascette”. La loro importanza, sicuramente in Brasile, fu confermata nel 1980 dall’inserimento delle infradito del brand tra i prodotti del monitoraggio dell’inflazione del Brasile, insieme a riso e fagioli.
Le infradito come trend dell’estate 2024
Oggi il mito delle infradito è tale grazie alle sue origini antiche e a fenomeni più recenti, che hanno plasmato l’immaginario collettivo. Il marchio Miu Miu, del gruppo Prada, le ha proposte in una versione colorata ma essenziale per la primavera estate 2024, così come tante altre case di moda che producono questo modello applicando i propri loghi a mo’ di dettagli preziosi. La dose del trend è stata rincarata dall’effetto nostalgia dei social, che enfatizzano gli usi degli Anni Duemila, e dal fenomeno dello shopping vintage o second hand, dato che trent’anni fa si indossavano le infradito sotto jeans, gonne e vestiti, senza creare distinzioni tra elegante e non, come si evince dai look di star del calibro di Gwyneth Paltrow e icone di stile come Carolyn Bessette, moglie di John F. Kennedy Jr.
Havaianas / Book 50 years
DC: Marcello Serpa, Marcus Sulzbacher AD: Eric Benitez Agency: AlmapBBDO
26x34cm
euro 120,00
email if you want to buy : [email protected]
Havaianas created its first pair of sandals in 1962. In fact, the name Havaianas came from a Portuguese word meaning "HAWAIIANS" and the design idea was inspired by Zori, typical Japanese sandals. Yet the Brazilian sandal brand has evloved to deftly infuse culture and inspiration of its home, Brazil. Havaianas is filled with fascinating stories behind a dramatic transformation it has made - from a sandal maker targeting working class to a go-to brand for fashionistas today.
04/11/23
Photober good vibes: ... ancora mare💙
Autore foto: @emot-iv
È quella giusta se la vagina fa il rumore delle infradito in acqua.
Gravity
Ho visto spiagge di zucchero e un’acqua di un blu limpidissimo. Ho visto un completo casual da uomo tutto rosso col bavero svasato. Ho sentito il profumo che ha l’olio abbronzante quando è spalmato su oltre dieci tonnellate di carne umana bollente. Sono stato chiamato “Mister” in tre diverse nazioni. Ho guardato cinquecento americani benestanti muoversi a scatti ballando l’Electric Slide. Ho visto tramonti che sembravano disegnati al computer e una luna tropicale che assomigliava più a una specie di limone dalle dimensioni gigantesche sospeso in aria che alla cara vecchia luna di pietra degli Stati Uniti d’America che ero abituato a vedere. Ho partecipato (molto brevemente) a un trenino a ritmo di conga. Devo dire che ho vissuto il reportage commissionatomi con una sorta di fobia della prestazione. L’anno scorso una certa rivista patinata dell’East Coast aveva deciso di mandarmi a una di quelle vecchie e tranquille fiere locali, a farmi fare una specie di reportage, senza darmi nessuna indicazione precisa, ed è rimasta soddisfatta dei risultati. Così adesso mi è stata offerta quest’altra ciliegina tropicale, anche qui senza nessuna indicazione o richiesta specifica. Ma questa volta mi sento più a disagio: il rimborso spese della fiera locale era di 27 dollari esclusi i giochi a premi. Questa volta «Harper’s» ha sganciato più di 3000 dollari senza aver letto neanche una delle mie succose descrizioni ipnotico-sensoriali. Mi continuano a dire – con grande pazienza, al radiotelefono della nave – di non affliggermi per questioni del genere. Credo davvero che questa gente che lavora nei giornali sia in malafede. Dicono che tutto quello che vogliono è una specie di cartolina turistica gigante scritta da uno che ci è stato – vai, ti fai i Caraibi alla grande, torni e racconti quello che hai visto. Ho visto un sacco di navi bianche veramente enormi. Ho visto frotte di pesciolini con le pinne luccicanti. Ho visto un parrucchino in testa a un ragazzo di tredici anni. (Ai pesci luccicanti piaceva ammucchiarsi tra la carena e il cemento delle banchine ogni volta che attraccavamo.) Ho visto la costa settentrionale della Giamaica. Ho visto e ho sentito la puzza di tutti i 145 gatti che vivono nella villa di Ernest Hemingway a Key West in Florida. Ora conosco la differenza tra Bingo e Superbingo, e cosa significa quando il jackpot del Bingo va “a palla di neve”. Ho visto videocamere che praticamente richiedevano un carrello; ho visto valigie fosforescenti e occhiali da sole fosforescenti con cordicelle fosforescenti e più di venti tipi diversi di ciabatte infradito. Ho sentito tamburi da banda di paese e ho mangiato frittelle di sgombro e ho visto una donna in lamé argentato che vomitava a getto dentro un ascensore di vetro. Ho tenuto il ritmo di due quarti puntando il dito verso il cielo esattamente sulla stessa disco music sulla quale odiavo puntare il dito verso il cielo nel 1977. Ho imparato che in realtà ci sono intensità di blu anche oltre il blu più limpido che si possa immaginare. Ho mangiato più che mai e piatti più sofisticati che mai, per di più nella stessa settimana in cui ho imparato anche la differenza tra beccheggiare nel mare agitato e rollare nel mare agitato. Ho sentito un comico professionista dire seriamente al pubblico: “A parte gli scherzi”. Ho visto completi fucsia e giacche rosa mestruo e scaldamuscoli viola e marrone e mocassini bianchi senza calzini. Ho visto croupier professioniste così carine che ti facevano venire voglia di fiondarti al loro tavolo e perdere fino all’ultimo centesimo a blackjack. Ho sentito cittadini americani maggiorenni e benestanti che chiedevano all’Ufficio Relazioni con gli Ospiti se per fare snorkeling c’è bisogno di bagnarsi, se il tiro al piattello si fa all’aperto, se l’equipaggio dorme a bordo e a che ora è previsto il Buffet di Mezzanotte. Ora conosco l’esatta differenza mixologica fra uno Slippery Nipple e un Fuzzy Navel. So cos’è un Coco Loco. Sono stato oggetto in una sola settimana di oltre 1500 sorrisi professionali. Mi sono scottato e spellato due volte. Ho fatto tiro al piattello sul mare. È abbastanza? In quei momenti non sembrava mai abbastanza. Ho sentito quanto pesa la cappa del cielo subtropicale. Almeno una dozzina di volte il suono della sirena della nave, un’assordante flatulenza degli dei, mi ha fatto prendere un colpo. Ho assimilato i fondamenti del mah-jong, mi sono visto a stralci una due giorni di bridge contratto, ho imparato come si allaccia il giubbotto salvagente sopra lo smoking e ho perso a scacchi con una bambina di nove anni. (Per la verità, ho fatto tiro verso il piattello, sul mare.) Ho mercanteggiato per dei gioielli senza valore con ragazzini malnutriti. Ora conosco ogni possibile giustificazione o scusa per chi spenda 3000 dollari per andarsi a fare una crociera ai Caraibi. Mi sono mangiato le mani per aver rifiutato autentica marijuana giamaicana da un giamaicano autentico. Una volta ho visto dalla balaustra del ponte scoperto, molto più in basso e a destra della coda della carena, una cosa che mi è sembrata essere la pinna di uno squalo, mimetizzata nella scia del motore di dritta, violenta come le cascate del Niagara. Ho sentito – e non ho parole per descriverla – una musichetta da ascensore in versione reggae. Ho capito cosa significa avere paura del proprio water. Ho imparato ad avere il “piede marino” e ora mi piacerebbe perderlo. Ho assaggiato il caviale e mi sono trovato d’accordo con il giudizio del bambino che mi sedeva accanto: fa schifo. Ora ho capito bene cosa significa duty free. Ora conosco la velocità massima in nodi di una nave da crociera. Ho mangiato escargot, anatra, salmone affumicato dell’Alaska, salmone con finocchi, pellicano al marzapane e un’omelette fatta con quelle che venivano definite “tracce di tartufo etrusco”. Ho sentito persone sedute sulle sdraio sul ponte dire che non è tanto il caldo, ma l’umidità. Sono stato – completamente, professionalmente e come mi era stato promesso – viziato. Ho osservato e catalogato, con ribrezzo, ogni tipo di eritemi, cheratinosi, lesioni pre-melanoma, macchie da mal di fegato, eczemi, verruche, cisti papulari, pancioni, celluliti femorali, vene varicose, trattamenti al collagene e al silicone, tinture orribili, trapianti di capelli malriusciti – insomma, ho visto un sacco di gente seminuda che avrei preferito non vedere seminuda. Mi sono sentito depresso come non mi sentivo dalla pubertà e ho riempito quasi tre taccuini per capire se era un Problema Mio o un Problema Loro. Ho acquisito e nutrito un rancore che potrebbe anche durare tutta la vita verso il direttore d’hotel della nave – il cui nome era signor Dermatis e che io da allora in poi ho battezzato signor Dermatitis –, un rispetto quasi ossequioso per il mio cameriere e un’ardente passione per la cameriera della mia cabina del corridoio sul ponte 10, Petra, Petra dalle fossette e dalle sopracciglia ampie e candide, che indossava divise sempre bianche inamidate e fruscianti e profumava del disinfettante al cedro norvegese che passava nei bagni; e che puliva ogni centimetro praticabile della mia cabina almeno dieci volte al giorno, ma che non si è mai fatta sorprendere nell’atto di pulire – una figura di eleganza magica e duratura, meritevole di una cartolina tutta dedicata a lei
David Foster Wallace- Una cosa divertente che non farò mai più
Siete più ridicoli dei calzini con le infradito.