Lo spazio non è qualcosa che percepiamo direttamente. Noi percepiamo gli oggetti (cose come i monitor, i libri e i divani-letto) i quali hanno, gli uni con gli altri, relazioni che chiamiamo «spaziali»: questo è qui alla mia sinistra, quell’altro è laggiù a destra. Ma, di per sé, lo spazio non è parte del contenuto della nostra esperienza diretta. Noi interpretiamo gli oggetti considerandoli esistenti in uno spazio tridimensionale a seguito di una sintesi di segnali elettrici all’interno del nostro cervello, segnali che poi la mente traduce in percezioni visive. In modo analogo, io mi muovo nel tempo (quanto meno, in una direzione) ma non posso vederlo e non posso protendermi a toccarlo: il tempo non è un oggetto tangibile. Il mio senso del tempo sembrerebbe scaturire dal mio senso del sé e dal fatto che gli oggetti che mi circondano modificano la loro posizione relativa (questo prima era a sinistra, adesso è a destra), oppure la loro natura, passando da un tipo di cosa a un altro