David Foster Wallace si è tolto la vita il 12 settembre 2008. Da allora, su di lui sono stati scritti fiumi di parole. Solo negli Stati Uniti si sono tenute quattro cerimonie commemorative. Jonathan Franzen gli ha dedicato un saggio in cui ha raccontato di avere sparso le sue ceneri su un’isola del Pacifico al largo del Cile (l’isola, Alejandro Selkirk, avrebbe fornito lo spunto a Daniel Defoe per il suo Robinson Crusoe). Jeffrey Eugenides ha basato su di lui il ritratto di uno dei protagonisti del suo ultimo romanzo, La trama del matrimonio. La Columbia University Press ha dato alle stampe la sua tesi di laurea. Il giornalista D.T. Max sta lavorando a una biografia che dovrebbe uscire quest’anno; altri sono andati a spulciare tra le sue carte raccolte all’Harry Ransom Center, ad Austin, in Texas, e ne hanno tirato fuori appunti, libri annotati e programmi per i corsi universitari, poi apparsi su quotidiani e riviste. In Italia, come altrove, sono state pubblicate miscellanee di scritti e interviste mai tradotte prima (Questa è l’acqua, Einaudi, 2009; Come diventare se stessi, minimum fax, 2011; Un’intervista inedita, Terre di Mezzo, 2012). Nei festival letterari europei e statunitensi, in molti si sono dichiarati suoi “amici” e ne hanno ricordato l’intelligenza, la sensibilità e l’insicurezza. Tutto questo testimonia del disperato bisogno dell’industria culturale odierna di mantenere vivi dei “personaggi”, prima ancora che coltivare degli autori; ma testimonia anche del senso di vuoto che il suicidio di Wallace ha generato in molti lettori, e della sensazione che il suo lavoro di narratore sia rimasto incompiuto. Per più di un decennio Wallace ha rappresentato un punto di riferimento per intere legioni di giovani lettori (e scrittori), guadagnandosi la loro fiducia e la loro ammirazione attraverso una ricerca mai lineare, in continuo movimento. Dopo il primo romanzo, La scopa del sistema, pubblicato negli Stati Uniti nel 1987, quando Wallace era ancora al college (un romanzo che lui stesso ha definito “non realistico, e neppure metanarrativo; semmai, metaladifferenzatraiduegeneri”), la sua vena prolifica ha dato vita a libri altrettanto difficili da classificare, caratterizzati da un’ironica decostruzione dei generi e da un assemblaggio inedito di linguaggi e registri: tre raccolte di racconti (tra cui il bellissimo La ragazza dai capelli strani), due volumi di nonfiction e una storia del concetto di infinito. L’influenza che ha esercitato sugli autori della propria generazione e di quella successiva è forse ancora più profonda dell’influsso da lui stesso subito di maestri come Pynchon, Gaddis e DeLillo. Più di chiunque altro, Wallace ha indagato la zona di intersezione tra short story, reportage e saggio scientifico descrivendo la contemporaneità attraverso i fenomeni più disparati, dal tennis al rap, dal cinema di David Lynch alle navi da crociera, dalle aragoste alle primarie di John McCain. Il tutto, come ha notato Jonathan Ruban, facendo in modo che la lettura non fosse mai “intrattenimento passivo”: Infinite Jest, il romanzo enciclopedico che racconta l’assuefazione americana alle droghe e alla televisione, consta nell’edizione italiana di quasi 1300 pagine, di cui 200 sono occupate da note dell’autore.
Wallace ha convissuto per anni con la depressione e gli psicofarmaci. Per due volte si è anche sottoposto all’elettroshock. Prima di impiccarsi sulla veranda di casa, a Claremont, in California, ha lasciato parte del romanzo cui stava lavorando in bella vista nel garage che utilizzava come studio, in modo che la moglie potesse trovarlo. Ma, oltre a quella pila, nel corso degli anni aveva accumulato centinaia di pagine con altri capitoli e versioni alternative, promemoria e abbozzi di personaggi; parte di quella vasta mole è confluita nel Re pallido, il romanzo postumo curato da Michael Pietsch, suo editor di lunga data, e ambientato nel Centro controlli regionale dell’Agenzia dell’Entrate di Peoria, in un universo asfittico pervaso dalla noia. Wallace aveva iniziato le ricerche per Il re pallido subito dopo la pubblicazione di Infinite Jest. Nel 1998, parlando al telefono con il regista Gus Van Sant, aveva ammesso di seguire un corso avanzato di contabilità, “degno di Will Hunting”, il protagonista di Genio ribelle. Allo stesso tempo desiderava compiere un ulteriore passo avanti nella propria ricerca formale ed espressiva. E tuttavia, la stesura del nuovo romanzo si era rivelata difficoltosa ed era stata più volte interrotta. Nel 2007, Wallace aveva stimato di averne scritto un terzo del totale. Di fronte all’impasse, aveva addirittura preso in considerazione la possibilità di rinunciare alla narrativa e aprire un canile. È impossibile, ora, stabilire quanto l’insoddisfazione nei confronti del romanzo abbia inciso sulla sua decisione di togliersi la vita. Allo stesso modo, non possiamo sapere quanto Il re pallido, nella sua forma attuale, rispecchi l’opera che Wallace avrebbe ritenuto soddisfacente, se l’avesse portata a termine. In una nota inclusa nell’appendice, si legge: “Presta grande attenzione alla cosa più noiosa che trovi (dichiarazioni dei redditi, il golf in televisione) e, a ondate, una noia mai provata ti invaderà finendo quasi per ucciderti. Superala, e sarà come passare dal bianco e nero al colore. Come l’acqua dopo giorni nel deserto”. Nella sua ricerca solitaria, Wallace non è riuscito a superare il deserto. Si è fermato un attimo prima di giungere alla “beatitudine costante in ogni atomo”.