Un’antica leggenda orientale racconta di un bambino e due madri, una “vera”, che lo abbandona per un guardaroba, e una acquisita, che lo cresce e lo educa. Entrambe lo reclamano, e ad un giudice l’onere di scegliere quale sia la madre. Per farlo, il bambino verrà messo al centro di un cerchio di gesso disegnato in terra e la prima che riuscirà a portarlo fuori sarà la madre. Una, quella che lo aveva abbandonato, lo afferra con foga, l’altra, quella che lo aveva curato, rimane ferma, immobile, per il terrore di farle male. La vittoria è ovvia, per il giudice, essa sarà la madre. Ho pensato subito al dramma di Brecht, leggendo L’arminuta. Ne Il cerchio di Gesso del Caucaso c’è, di base, un giudizio. Ne L’arminuta potremmo pensare che ci sia, allo stesso, un giudizio, eppure Di Pietrantonio rimane imparziale, lascia alla ragazzina il compito di essere la giudice. E lo è, giudice. Per lei non ci sono due madri, per lei ci sono due donne: quella “di prima”, già senza nome, che l’ha messa al mondo, aspra, reticente, apparentemente restia ai sentimenti, che semplicemente serba in silenzio e con timidezza, e quella “di mare”, che anche se un nome lo possiede (Adalgisa), perde gradualmente identità nel momento delle due verità, la prima, che riporta l’arminuta al paese senza spiegazioni, la seconda che si scopre solo e soltanto alla fine. Ha un sapore crudo e salato, questa storia. C’è il sale del mare che l’arminuta respira nei ricordi, sempre più sbiaditi, sempre emotivamente più distanti, c’è il sale del sangue che viene versato ogni qual volta che, il naturale bisogno di imporsi dei figli emerge e viene ricomposto sotto le percosse dei genitori. In quel nuovo contesto, l’arminuta, “la ritornata”, perde identità, ma al contempo la ritrova perché la ricostruisce; nel rapporto con la nuova sorella, Adriana, nella scoperta del corpo, un corpo con delle forme che, soprattutto nei primordi dell’adolescenza, risulta estraneo e confuso nelle sensazioni provate, da provare e negli sguardi. Soprattutto quelli di Vincenzo, quel fratello che, nel sangue, ha anche lui il sale che lo porta ogni volta a seguire gli istinti, soprattutto la fuga, ma anche quello più animale. C’è il sale anche nella lingua, continuamente in bilico tra il calore della chiarezza dell’italiano e un nuovo calore, quello antico, quello di un abbruzzese dapprima brullo ed estraneo, nel quale la ragazzina, solo dopo tanto tempo, scopre una nuova lingua, una nuova identità.