La pergamena parla chiaro; scritti con la grafia elegante e precisa di uno degli scribi del Gemello di Myvat, i nomi dell’albero genealogico che si sviluppa e ramifica sotto gli occhi della leonessa man mano che stende il rotolo per arrivare ai piani più alti riportano qualche piccolo cambiamento alla realtà dei fatti terrestri.
Lo ha notato subito, nell’esatto istante in cui ha posato lo sguardo sul suo nome ed è corsa in alto ritrovando chi non è sua madre e non è suo padre, ma ha preferito proseguire nella lettura dimostrandosi interessata ad antenati che mai ha conosciuto e mai conoscerà e di cui forse riconoscerà i nomi in qualche ala del grande mausoleo di Sandeyra, in mezzo a mille altri suryadi trapassati.
Non ha chiesto, ben sapendo di avere gli occhi di Lysor puntati su di sé pronti a cogliere anche solo una minima contrazione muscolare, e al termine della lettura arrotola nuovamente l’ampio foglio per legarlo con lo stesso laccetto verde da cui l’aveva liberato.
« Marcel è morto e non è mai stato un grande suryade. Aveva dei compiti, e puntualmente non li ha evasi. Non ha mai fatto parte né del mio branco né di quello che era il tuo, non penso facesse parte neanche della nostra famiglia... » prima ancora che la pergamena tocchi il tavolino di legno intarsiato e smaltato che separa la sua sedia da quella di Lysor, è l’uomo a prendere parola iniziando a spiegare con naturalezza quelle variazioni sul tema opportunamente operate sulla sua discendenza. Lei si limita ad alzare lo sguardo per ricercare quello identico del nonno di suo padre, lasciando che l’altro si esprima come meglio crede; dal tono di voce austero non sembra neanche che le debba una spiegazione, quelle poche parole paiono a tutti gli effetti una concessione. Una di quelle rare, che non si ripetono facilmente. «...aveva il dovere di prendere sua figlia con sé e addestrarla, e ha preferito lasciarla crescere a degli umani piuttosto che con il branco a cui sarebbe dovuta appartenere. » per lui, è evidente dal velo di disgusto che gli adombra i tratti, questo dev’essere stato un motivo più che sufficiente per non crucciarsi neanche un secondo della dipartita del nipote.
Con le mani raccolte in grembo tra le pieghe cremisi di uno degli abiti nello stile di Karryas, la leonessa non viene toccata dal ricordo di una delle numerose inadeguatezze del padre, e se si acciglia per un istante è solo a causa del ricordo della spiegazione che le diede Marcel di fronte al suo rimprovero e ad una spada puntata allo stomaco, un ammasso di parole che non le è mai davvero interessato per lasciar correre vent’anni in un battito di ciglia e riconciliarsi con un perfetto sconosciuto, ma che per un lungo periodo le ha aperto il posto ai ruoli di giudice e giuria del padre in attesa di interpretare anche quello del carnefice, un piacere strappatole di mano dall’attacco di un giullare.
Nel giardino della residenza della leonessa, ad Artheser, per molti minuti c’è solo il fruscio delle palme a riempire le orecchie dei presenti. Una lieve brezza parte dal mare superando le colline e poi i muri di cinta della villa, sorvegliati da un manipolo di guardie come tante se ne trovano nelle abitazioni dei quartieri più benestanti delle città dei suryadi, per arrivare infine a loro. All’ombra del porticato, nascosti solo in parte dal sole della mattina che illumina la pavimentazione su cui poggiano le suole dei sandali, bisnonno e bisnipote si stanno silenziosamente confrontando in una battaglia a chi fiaterà per primo, ne sono entrambi consci e nessuno dei due vuole cedere terreno.
Lysor non vuole parlare più di quanto non abbia già fatto, consapevole che, se continuasse il monologo, tutto ciò che dirà potrebbe essere scambiato per una giustificazione a domicilio, e sono tanti i capobranco caduti per essere sembrati deboli. La suryade non vuole dimostrarsi più emotivamente interessata di quanto in realtà sia, ben sapendo che anche una sola parola o una cadenza sbagliata potrebbe invalidare anni e anni di lavoro utile a crearsi un posto al sole nel branco di Lysor. Solo che non hanno saltato solo Marcel, in quell’albero genealogico, non hanno saltato solo una generazione di suryadi. Ne hanno saltate due, e alla fine la leonessa decide di darla vinta alla curiosità e di andare in contro all’uomo che la guarda sempre più impazientemente.
« Chinyere ? » un nome che rotola tra loro quasi per caso, come se il tono interrogativo della ragazza fosse una simpatica coincidenza o non avessero trascorso minuti interi aspettando entrambi di sentirlo pronunciare da chi gli stava di fronte, e che viene seguito meccanicamente da un sospiro e una risposta troppo istantanei per non essere stati in attesa, lì per tutto il tempo. La leonessa ha tolto di mezzo l’impaccio del mettere l’argomento sul tavolo, ora Lysor le fa la concessione di una risposta rapida senza gli inutili scampoli di una pantomima. « In tempi come questi non ho intenzione di tollerare mezze misure da nessuno; si è con noi o si è contro di noi, dovresti saperlo bene »
« Lo so, ma non è mia figlia... e a questo punto credo che non sia neanche più la tua. »
Diciassette persone stazionano in un angolo del deserto del Sahara, dove i confini invisibili di Niger, Chad e Libia si incontrano in un mare di sabbia intonsa al di sotto della luce aranciata che precede l’alba, poco prima che il sole faccia capolino dall’orizzonte ad Est, la direzione verso cui tutti guardano a parte la figura di una donna, l’unica tra tutti a non poter percepire l’aura suryadi che caratterizza i presenti e l’unica a non emanarla.
Non ci sono catene fisiche a legarla al suo posto, è bastata Prigione dell’Anima a privarla del suo spirito e, con esso, della possibilità di fuggire. Non le sono state date armi, non le è stata data la possibilità di difendersi né di discolparsi o di fare ammenda, di promettere e magari di mantenere le promesse.
Le è stata fatta solo una concessione, ha potuto scegliere il dove.
Gli abiti dei presenti indicano con gran precisione in quali zone siano stati temporaneamente o definitivamente dislocati, tra la Terra e il Continente della Notte, e la leggerezza con cui torneranno ai propri compiti una volta che tutto questo sarà concluso.
Le armi che impugnano i consanguinei adulti della reietta, invece, indicano chi dovrà partecipare attivamente all’esecuzione per dare prova di amare più un Dio creatore che il sangue che li lega a Chinyere, per dimostrare di essere consci della debolezza che deriva dalla pietà e dei pericoli del perdono, un sentimento che Elio non ha regalato ai suoi figli prediletti.
Neanche i bambini più piccoli sono stati esentati dalla lezione, e mentre Keeran giocherella con uno dei figli gemelli di Morne, l’altro, Lewe, preferisce appisolarsi nel suo seggiolino, ben poco interessato al motivo di quella riunione famigliare che non ricorderà o alle lacrime che scorrono silenziose lungo il volto della zia, l’unica a piangere mentre un silenzioso conto alla rovescia va avanti e può solo assistere impotente all’allungarsi della sua stessa ombra, mentre da’ le spalle al Sole nascente, alla via che avrebbe dovuto seguire.
E’ l’apparizione del Sole segna l’inizio.
E, dopo le frecce e i coltelli lanciati e i proiettili esplosi, è la spada di Lysor che stacca di netto la testa della figlia dal corpo, che ne segna la fine formando una pozza di sangue rosso scuro che viene subito assorbito dalla sabbia.
Il cadavere viene portato a Kinshasa e sorvegliato per due giorni e per due notti da quello stesso padre che di è erto a giudice, giuria e boia della figlia. Ma niente accade, il cadavere rimane solo un cadavere e a nessuno servono guerrieri che decidono di non combattere.
Neanche ai reietti.