Ci sono donne gonfie d’amore sono spade e forcelle e assi nella manica. Vitalità si sporge dai capezzoli per un latte piccolo all’infante. Le condiziona la struttura celeste quel tessere l’enigma fino al velo scostato per pochissimo fino alle sonde acute di concentrazione. Non sono donne in verità ma passeri sporgenti su nidiate inermi. L’estate entra nei vestiti e s’infila in un sudore d’ossa delicate. Sono qui. Portano parte del peso una polvere di stelle primarie. Soccorrono ridendo le sponde d’un cielo imperfetto che a volte cade. Piangono. Ogni tanto. Quel guastarsi del pane il grave precipizio del tempo. Sono che non c’è al mondo bocca che rida meglio di quella loro fiamma. O leggerezza in sponda d’infante. Niente c’è che perfori come l’incendio a festa di quel riso. Sono capanne dove lo stanco pellegrino piange un poco in sere cupe di gravità terrestre. Dicono «Si nasce in avanti. Verso la fonte di tutta una luce. Al qui. Al tempo. Al niente. Càlmati ora». Sono qui per questo. Portare la parola. Ridere. Stare senza pensiero. Dare da mangiare. Essere geniale svolta. Pulire dove si sporca. Miracolare. Sono opera intera d’un amore trapuntato di stelle. Poesia tratta da Bestia di gioia, di Mariangela Gualtieri.













