Cutting straight to the point is the best way to tackle a problem, her father used to say. Just like ripping a band-aid.
The witch at the other side of the table glances at the black card firmly held in Hermione’s fingers. A sigh escapes her lips at the realization of what her student is offering.
Eventually, the teacher collects it but much to Hermione’s chagrin, she doesn’t immediately look at the silver lines that appear on it as soon as McGonagall’s fingers scrape the edges of the card.
“What is this for?”
“I…” Hermione tries, but stops as her brain fails to provide a proper answer.
She what? Almost arrived late to Professor Black’s classroom? Successfully stopped the Professor’s Augurey skeleton from smashing on the ground? Didn’t manage to defend herself against a devious jinx?
The only real explanation is, because I’m a muggle-born, Hermione thinks. Yet, that’s old news, nothing McGonagall needs to be reminded about.
“I find that when uncertain of where to start telling a story, the beginning works wonders.”
A tight-lipped smile encourages Hermione.
The girl knows she won’t get much more from her Head of House, therefore she does as instructed.
She starts with how she and Ron were already running almost late, and then proceeds to tell McGonagall about how she got caught in a silly fight with the usual group of Slytherins. She doesn’t fail to mention how Professor Black hadn’t allowed her to see Madam Pomfrey until the active part of the lesson started – of course, Black couldn’t risk to have a muggle-born like Hermione actually learning something.
Professor McGonagall takes a deep inhale of air, her expression unreadable. Then she downs her gaze on the black card, and her eyebrows twitch.
Not a good sign, Hermione notes.
“Have a cup of tea, Granger.”
“Professor…”
“Have it. It’s as much comfort I can grant you.”
Hermione purses her lips, her appetite long lost for the happenings of the day.
“I... Thank you, but I’m not hungry.”
The look the Gryffindor Professor gives her seems to pierce directly into her soul.
“You must learn to pick your battles, Miss Granger.” McGonagall tells her, taking off her glasses. “I won’t school you about how, sometimes, the same behaviours are punished differently in our world.”
“Or at all,” Hermione says before she can stop herself. She knows Professor McGonagall has a soft spot for her, but she also knows the witch doesn’t want her to slip out on certain topics – those that can get her in trouble, even during private conversations.
“Sorry.”
“You have very little to be sorry about, child. Yet I reckon you know best then to engage in ‘silly businesses’, as you earlier put it.”
“But I merely defended myself.” Hermione protests, allowing herself to show her exhasperation. “Poorly, also, considering how Bulstrode managed to get me all the same.”
For a fraction of a second, McGonagall’s lips part with a loud click, as if the woman is about to start an invective, but no other sound comes.
Hermione likes to believe the witch was about to defend her, saying something along the lines of that’s not entirely your fault either, child, even if she knows her Head of House would never openly spite a colleague in their absence.
“As for that, I’ll have a chat with… Professor Black.” At least, McGonagall doesn’t bother masking her disgust at the word professor.
Hermione’s enthusiastic nod is shortly cut off by the witch’s next words.
“Whom you will be seeing…” Her hand lifts the black card closer to her eyes. “Every night for the week. At nine sharp. In her office.”
Each sentence is like a dagger to her heart. Part of Hermione shatters at McGonagall’s words.
“Every night?”
“For a week.” McGonagall repeats, matter-of-factly.
What you’ve just read is a sneak peek of a fanfic I’ve been working on.
AU in which:
☛The wizarding society follows the blood-purist theories of Charlson (On the origin of muggle-borns);
☛ Muggle-borns are taken away from their families at the first display of magical ability - they’re then entrusted to specific orphanages;
☛ Bellatrix Black is Professor for DADA;
☛ Hermione has been adopted by the Weasleys.
☞ Hogwarts is a higher education school for witches and wizards from 17 to 24, in which only very few muggle-borns are even admitted.
Do let me know if you want to hear more about Obtorto Collo.
Il frontman de Il Teatro degli Orrori e degli One Dimensional Man azzarda il salto. Finalmente una carriera in solitaria, con risultati che faranno storcere il naso ai suoi fan di lunga data ma che porteranno nuova linfa di pubblico all'artista veneziano.
Due anni dopo Il Mondo Nuovo, il percorso musicale di Pierpaolo Capovilla approda finalmente alla carriera da solista, un risvolto che data la raffinata e grande personalità dell'artista non desta alcuna sorpresa. Ma questo è un album completamente diverso da quello che ci si aspetta dal front-man dei suddetti gruppi, entrambi progetti che Capovilla porta avanti da una decina d'anni con ottimi risultati.
L'artista veneto affida la cura del suono a Paki Zannaro, che riveste l'intero album di sonorità essenziali e sintetiche - una delle cose decisamente più riuscite di questo album - che, unite al lirismo asciutto e d'impatto di Capovilla, costruiscono un album di cui risulta difficile ricercare stili e etichette. Si passa da alcuni esperimenti pop come il singolo dell'album Dove Vai all'ennesimo reading Quando (esperienza già vissuta con Majakovskij nei TdO), passando per canzoni più leggere e meno impegnate. L'album quindi risulta un poco brillante tentativo di unire paracule speranze di marketing (il singolo Dove Vai ne è il portabandiera) e incoscienti speranze di elitarismo, con richiami a Tom Waits e Nick Cave come nella Obtorto Collo che dà il titolo al disco.
Senza dubbio è un'opera pretenziosa che mette in risalto l'ego dell'artista veneziano, un disco senza respiro che in parte viene soffocato dalle liriche eccessivamente negative, misantropiche e decadenti, con accenni di fatalismo qua e là.
Pierpaolo Capovilla decide di mettere nel suo disco da solista tutto se stesso, senza però pensare che forse è decisamente troppo, o troppo diverso dal solito. Spesso sopra le righe attraverso riferimenti riguardanti: violenze sulle donne (Quando), impegni politici (Irene), esperienze personali e sentimentali più leggere e meno d'impatto (Il Cielo Blu, Come Ti Vorrei, Dove Vai) che però, sarà per la monotona attitudine del maudit all'italiana, rendono poco credibile un album denso e pesante.
La voce è l'unico filo conduttore attraverso questi salti tematici, cosa che appare in fin dei conti poco convincente e debole, perché il passare da storie di spessore, ambienti onirici e crepuscolari, fino ad arrivare a canzoni scialbe e di zero caratura è difficile da accettare, nonostante le buone intenzioni e l'eccellente capacità interpretativa cui ci ha oramai abituato Capovilla.
Questo è un album che divide e che si allontana - giusto il tentare - da tutti i lavori precedenti del veneziano, con un occhio sempre alle critiche sociali ma senza disdegnare il tentativo di vendita. Pierpaolo Capovilla sicuramente si farà nuovi ascoltatori e nuovi amanti, ma ne perderà tanti altri che difficilmente riusciranno ad accettare certe scelte.
Complessità ed eleganza: va in scena "Obtorto Collo"
Live report: Capovilla a Villa Ada
http://www.zai.net/musica/articolo/155653
Chi voleva qualcosa di simile al Teatro degli Orrori sarà probabilmente e giustamente rimasto a casa, erano in pochi mercoledì 30 luglio, sotto il palco di Villa Ada, "Pochi ma buoni" urla qualcuno dal pubblico, "dobbiamo allearci! Fare qualcosa!" risponde scherzando Pierpaolo Capovilla.
Un Pierpaolo Capovilla inedito nel repertorio e nell'atteggiamento che sa stupire il suo pubblico rapito da musica e parole, scosso da una band eccezionale.
Sul palco con il cantante Kole Laca “alle diavolerie elettroniche”, già tastierista del Teatro degli Orrori, sempre prezioso in ogni contributo, Alberto Turra alla chitarra elettrica, fondamentali le sue distorsioni allucinate; Francesco Lobina al basso, direttamente preso in prestito dal mondo del blues e del jazz, Stefano Giust alla batteria e alle percussioni, pronto a guidare i pezzi più classici e a dare spettacolo nei momenti più frenetici e Guglielmo Pagnozzi, sintetizzatore e sax alto, che al momento giusto sa dominare il palco con fascino magnetico.
Tutti musicisti di primo ordine che giocano evidentemente un ruolo fondamentale, sta soprattutto a loro l'estemporanea ricostruzione delle difficili atmosfere di “Obtorto Collo”, è merito loro quell'improvvisazione senza incertezze che si avverte proprio nella sua capacità di seguire e rincorrere l'interpretazione di Capovilla, svincolandola da tempi prestabiliti e dandole così modo di esprimersi al meglio attraverso brevi pause e silenzi prolungati.
In tutto ciò Capovilla rimane al centro della scena, protagonista nel dettare i tempi ma anche intelligente nel cogliere i momenti in cui farsi da parte in favore della band.
Nel repertorio suonato troviamo, ovviamente, l'esordio solista di Capovilla, “Obtorto Collo”, uscito il 27 maggio su etichetta Virgin/La Tempesta dischi per Universal Music e prodotto da Taketo Gohara in coppia con Giulio Ragno Favero per “Irene” e “Dove vai”.
Non mancano però due poesie di Pier Paolo Pasolini e Vladimir Majakovskij, autori fortemente amati da Capovilla e già omaggiati nei reading “La religione del mio tempo” ed “Eresia”, ma anche un pezzo degli One Dimensional Man e due chicche dal repertorio del Teatro degli Orrori, quelli che non trovano spazio nelle esibizioni della band e che vengono accolte da un pubblico meravigliato ed emozionato.
Si inizia con “Ballata delle madri” di Pier Paolo Pasolini e poi “Invitami”, traccia d'apertura del disco.
I primi tre pezzi scorrono piacevolmente, la band si scalda per esplodere su “Come ti vorrei”, a calarci nella sua atmosfera oscura c'è il sax da incubo di Guglielmo Pagnozzi, Capovilla imbraccia il basso a rafforzare con il suo stile sporco la cupezza del brano.
Anche “Dove vai”, singolo d'anticipazione dell'album che ha scatenato accuse per il suo stile sfacciatamente commerciale, è più rock ed aggressiva.
Dopo i sinceri ringraziamenti vengono spese le prime parole del concerto, “Ottantadue Ore”, con la sua storia di dolore, merita di essere presentata, la narrazione dell'omicidio di Francesco Mastriogiovanni, vittima del TSO (trattamento sanitario obbligatorio) e simbolo della crescente indifferenza civile ed umana imperante nel nostro Paese, rimane aggrappata nella sua atrocità agli animi dei presenti.
La chitarra allucinata di Alberto Turra ci introduce crudele nella storia di violenza domestica, “Quando”, Capovilla, ghigno sul volto, inizia a girare sul palco nel suo omaggio a Tom Waits per poi lasciare il palco a Pagnozzi e ad uno splendido dialogo tra il suo sax e le tastiere di Kole Laca.
Sorprendono poi “Io ti aspetto” traccia di apertura di “A sangue freddo” del Teatro degli Orrori e “A better man”, title track dell'ultimo disco degli One dimensional man.
“Irene” punta il dito contro la discriminazione subita dalla popolazione romanì prima di abbandonare il pubblico all'intima “Bucharest”, musica avvolgente ed interpretazione da vero crooner rendono il pezzo uno dei più emozionanti del concerto.
Si cambia subito registro con l'ultimo brano prima della pausa, una furiosa “Obtorto Collo” sconvolge gli spettatori e la foga a cui Capovilla ci ha abituati nelle sue vesti alternative risulta qui travolgente, sostenuta da una band che si lascia andare in tutta la sua maestria.
Dopo una brevissima pausa “Vivere e morire a Treviso” è una perla che illumina gli occhi del pubblico e “Lilicka! Invece di una lettera” chiude il set facendo risuonare le parole del grande poeta russo.
Dopo un'ora e mezza circa di musica, la band saluta un pubblico felicemente sconvolto da un concerto ricco e sentito, in cui Capovilla è stato in grado di far convergere ed aggiungere qualcosa alle varie anime della sua figura artistica: ha scherzato con il pubblico e dimesso i panni di frontman a tratti demoniaco in favore di un'ironia meno beffarda, di una comunicazione più diretta e sincera, come quando ammette nel bel mezzo di “Lilicka! Invece di una lettera” di essersi dimenticato una strofa della poesia. Impossibile comunque mascherare l'attaccamento all'ultimo lavoro, l'emozione nel vederlo compreso e riconosciuto dai presenti, apprezzato come un disco coraggioso merita, soddisfatto è invece il pubblico dopo una sua ricostruzione perfetta, intima e raffinata, investita di una carica emotiva difficile da dimenticare.
Con Invitami, il brano di apertura del suo primo album solista intitolato Obtorto Collo, Pierpaolo Capovilla chiede il permesso di entrare nelle nostre case e nelle nostre vite, chiede di prendere il tempo per ascoltare la profondità del suono e le riflessioni sulla vita, caratteristiche che dominano l'intero album.
La ricchezza strumentale dell‘arrangiamento ed il geniale basso sornione di Vincenzo Vasi ci trasportano in una dimensione onirica e surreale.
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