Ieri ho scritto tutto il giorno: il racconto di "Piccola Fiamma", creato per svolgere un esercizio del circolo letterario, è terminato. Ho aggiunto pian piano tutte le puntate sul blog🔥
Per chi volesse dare un'occhiata:
Puntata 1
Puntata 2
Puntata 3
Puntata 4
Puntata 5
Puntata 6 -Finale
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Se vuoi leggere qualche altro racconto scritto da me, cerca all'hashtag #racconto
Clara aveva passato tutta la notte a pensare a come dire la verità senza dire tutta la verità. Era una pericolosa possibilità che non le era neanche balenata per la mente, quando si era buttata in quell'incarico. In quel momento tutta la sala si era zittita. Non si sentiva un fiato, c'era un silenzio quasi perfetto.
-Mio signore, vostra moglie sta morendo di nostalgia.
La parola giusta sarebbe stata “rimorso”.
-Nostalgia? Come sarebbe?
La signora alzò gli occhi. Il pallore del suo viso aveva lasciato il posto ad una vampa improvvisa.
-Ella desidererebbe poter rivedere almeno una volta sua sorella e anche suo nipote, che non ha mai conosciuto.
Nella sala si diffuse un mormorio crescente. Tutto il palazzo sapeva bene di cosa si stava parlando, ma era una storia che nessuno si sarebbe permesso di ripetere ad alta voce.
-Come osi nominare quella donna davanti ai miei occhi? - tuonò il signore, alzandosi di scatto con gli occhi che saettavano – sei venuto a burlarti di noi? A gettare il ridicolo e il disonore tra queste mura? Cosa ti fa pensare di poter venire qua nella mia casa, di fronte a me, a parlare di questi eventi del passato?
Clara si era inchinata fino a terra e stava morendo di paura.
-La vostra signora sa che dico il vero, - rispose con tutta la voce che le era rimasta.
Lui non poté fare a meno di voltarsi verso la donna, che in quel momento stava tremando visibilmente e aveva le lacrime agli occhi. Prima che il signore potesse interrogarla, la ragazza aggiunse velocemente:
-Mia signora, so che nel vostro animo temete che vostra sorella sia morta di stenti da lungo tempo, ma non è così. Lenora è ancora viva, e si trova non molto lontana da qui.
A quel punto la signora scoppiò in pianto davanti a tutto il palazzo. Il signore non sapeva più che cosa dire, non riusciva a capire se quel ragazzino avesse indovinato i desideri di sua moglie, o se semplicemente la stesse sconvolgendo con le sue parole così ardite e irrispettose. Ma Clara non aveva ancora finito, e si permise di alzare la testa e guardare la donna dritta negli occhi:
-Il vostro cuore, mia signora, vi aveva da tempo suggerito che vostro nipote potesse essere stato dato alla luce, e che senza saperlo fosse tornato sotto al vostro tetto. Il volto di un giovane uomo vi ha posto proprio di fronte a questo interrogativo, ma il pensiero di illudervi vi ha recato tristezza. Sono qui per dirvi che non vi eravate sbagliata: quell'uomo, il figlio di vostra sorella, si trova proprio qua, in questa stanza.
-Basta, ragazzino, hai colmato la misura! - gridò il signore, vedendo lo sconvolgimento di sua moglie, - se dirai ancora una sola parola, ti farò impiccare!
Clara si alzò in piedi a fatica, le gambe che tremavano, la voce rotta, e indicò con il dito in mezzo alla folla che riempiva la grande sala:
-È lui!
Il clamore aumentò, mentre alcuni servitori si scostavano per vedere chi fosse la persona indicata. Ed ecco che proprio in quel punto, accanto a una delle grandi colonne di pietra, c'erano alcune guardie del palazzo, incaricate di sorvegliare la sala quando i signori presenziavano. Tra di esse c'era un giovane di circa vent'anni: era Bernardino.
La signora trattenne il braccio di suo marito, e si alzò in piedi. Il silenzio calò di nuovo nel salone, all'improvviso. La donna scese i gradini, mentre la folla si scostava per lasciarla passare, fino a quando non fu arrivata davanti alla giovane guardia. Il ragazzo era davvero confuso, non aveva idea di cosa stesse succedendo e di cosa significassero quei discorsi. La signora alzò una mano e gli sfiorò la guancia.
-Dunque fin dal primo giorno non mi ero ingannata, - mormorò con le lacrime agli occhi – tu sei davvero il figlio della mia povera sorella. La rivedo in te.
Bernardino si inginocchiò immediatamente e balbettò:
-Mia signora, non ho mai conosciuto i miei genitori...sono stato allevato dai monaci del villaggio a sud.
-Non ha potuto allevarti da sola, per questo ti ha lasciato là, - disse la donna a mezza voce – non poteva darti un futuro, nella sua condizione.
Il ragazzo era esterrefatto, stava sudando e non sapeva dove guardare: era davvero il nipote dei signori della città? E sua madre era là fuori da qualche parte, aveva capito bene? Sembrava impossibile che stesse accadendo davvero.
Clara osservava la scena dal centro della sala, ma all'improvviso la vista le si appannò, si sentì mancare e cadde a terra, svenuta.
Nel momento in cui riaprì gli occhi, era passato un giorno intero. Quando riuscì a vedere bene quel che aveva attorno a sé, trovò seduta accanto al letto la signora del palazzo che la osservava con volto serio, ma disteso. Appena si rese conto che Clara si era risvegliata, ordinò che le fosse portata dell'acqua, poi fece uscire tutta la servitù dalla camera. Quando prese il bicchiere in mano, Clara si accorse di non indossare più i suoi vecchi vestiti maschili, bensì una tunica di lino bianco, e capì che il suo travestimento era stato certamente scoperto. Alzò subito lo sguardo sulla signora del palazzo, che si era spostata accanto alla finestra.
-Non parleremo del vostro inganno, - le disse la donna come prima cosa – è evidente che non avreste mai potuto arrivare fin qui, presentandovi semplicemente come la giovane fanciulla che siete.
Clara non rispose, ma rimase ad osservarla in silenzio, domandandosi dove quindi volesse portare il discorso. La donna non riusciva a stare ferma, si muoveva lungo la stanza con movimenti aggraziati, ma che tradivano il suo nervosismo. Finalmente prese coraggio e parlò:
-Sono consapevole che sapete tutta la verità, - le disse a mezza voce – ho riconosciuto il modo in cui fate uso delle vostre arti, sono le stesse di Lenora.
Clara era perfettamente a conoscenza del trattamento riservato a quelli come lei, e si spaventò molto nel sentire quelle parole.
-Mia signora... - provò a dire qualcosa, ma le mancò la voce.
-Vi ringrazio per non aver detto tutto ciò che sapete. E ho intenzione di tentare di rimediare a tutti i miei sbagli del passato. Sono stata folle nelle mie azioni, e mia sorella ha rischiato di andare incontro alla disperazione e alla morte, a causa mia. Farò tutto ciò che posso per ottenere il suo perdono.
La ragazza si concesse di respirare di nuovo, e la signora sorrise. Era la prima volta che Clara vedeva un sorriso sul suo volto, e quello era davvero il primo dopo tanti anni.
-Se non fosse stato per il vostro strano dono, - le disse senza guardarla negli occhi, - non avrei avuto nessuna possibilità di scoprire com'erano andate le cose, né di rivedere mia sorella Lenora. Non posso fare altro che ringraziarvi.
Si alzò e si diresse verso la porta.
-Anche mio nipote vuole ringraziarvi personalmente, - aggiunse poco prima di sparire.
Clara cambiò colore e si tirò su a sedere sul letto, poi si stese di nuovo, tirando le coperte fino al naso. Bernardino entrò dopo qualche minuto, e si chiuse la porta alle spalle. Inizialmente rimase vicino alla porta e non si avvicinò.
-Non avevo idea di chi tu fossi, - disse subito, – non avevo avuto occasione di guardarti da vicino, quando hai offerto i tuoi servizi al mio signore. Ma in ogni caso con quel travestimento non avrei mai sospettato che fossi tu.
Si mise accanto al letto, a poca distanza da lei. Clara poté osservarlo, finalmente. Era davvero lui, gli occhi erano di quel bambino che le era entrato nel cuore dieci anni prima. Solo in quel momento, dopo tanti anni passati con Lenora, riuscì a rendersi conto della somiglianza. I loro volti avevano la stessa dolcezza, tratti distesi che rivelavano un animo gentile. Non indossava più l'armatura, ma abiti adatti al palazzo.
-Ieri sera ho chiesto di poterti vedere in faccia, mentre dormivi. E ho capito chi sei.
Clara non sapeva proprio cosa dire. Le venne spontaneo scoprirsi il viso, e si lasciò guardare. Non c'era ragione di continuare a nascondersi.
-Bernardino, io non...ho scoperto tutto solo ieri notte. Non avevo idea che tu fossi qui. Ho passato tutti questi anni con tua madre, senza sapere chi fosse realmente...e sono così felice di rivederti.
Il ragazzo ignorando usanze, etichetta e buon costume, si sporse sul letto e la baciò, poi affondò il viso accanto al suo.
-Ho tanto sperato di rivederti, Clara – bisbigliò – quando tuo padre ti portò via dal monastero, il mio cuore si è fatto pesante. Quando uscii da là per la prima volta, scesi al villaggio a cercarti, ma nessuno sapeva più niente di te da anni. Pensavo che non ci saremmo incontrati mai più.
Clara non aveva parole, ma capì che andava benissimo così. Si godette in silenzio la presenza di Bernardino, che sognava da anni. Sapeva che da quel momento in avanti, tutto quanto sarebbe andato al giusto posto: i torti sarebbero stati risanati, lo strano dono del fuoco fatuo non sarebbe più stato considerato una malattia, coloro che si amavano d'ora in poi non avrebbero più dovuto restare separati.
[Racconto fantasy a puntate che sto scrivendo per gli amici del circolo letterario. Volevo condividerlo anche con voi, fatemi sapere cosa ne pensate].
Il canto dei monaci veniva trasportato dal vento e giungeva fino al villaggio ai piedi della collina. Si trattava di un villaggio sereno, tranquillo come il fiume che scorrendo pigramente lo attraversava. Per quei contadini, produttori di frumento, vino e olio, la vita dipendeva interamente dal comportamento degli eventi atmosferici. Poiché l’esistenza deriva quasi interamente da elementi che non si possono controllare, impari presto che cosa sia l'umiltà - dicevano le anziane del villaggio - e ben presto capisci il tuo posto nella vita.
È facile capire che in un luogo simile, ogni inusualità fosse fonte di preoccupazione.
- Lo sai anche tu che quella bambina è strana, Giuditta. Dovremmo fare qualcosa a riguardo.
- Ne abbiamo già parlato, - rispose una voce stanca.
- Non abbastanza, evidentemente.
Folco era un bravo mezzadro, precocemente invecchiato a causa delle piccole e monotone abitudini, che era riuscito ad inserire in ogni minimo ambito della sua esistenza. Niente era mai abbastanza prevedibile per i suoi gusti, a meno che tutto non si ripetesse nello stesso identico ordine e intensità ogni singolo giorno. Chiaramente era una di quelle persone che aveva una crisi di nervi per la siccità, per la troppa pioggia, per il vento forte, per gli eventi atmosferici fuori stagione, tutte quelle cose appunto che non poteva controllare e che minavano la ricchezza del raccolto. Per non parlare delle donne, una vera fonte di questioni e problemi a lui totalmente incomprensibili, tant'è vero che se non fosse stato per gli accordi presi dai suoi genitori circa dieci anni prima, non avrebbe avuto né la voglia né la possibilità di prendere moglie. Quando aveva ricevuto dal cielo il dono di una figlia, il suo equilibrio era stato ulteriormente scosso, dato che se nei suoi calcoli a stento c'era il desiderio genuino di diventare padre, men che meno c'era quello di ricevere una femmina, anziché un maschio al quale poter lasciare la gestione della proprietà.
Ma la sua pace era stata messa totalmente a repentaglio nel momento in cui, dopo il suo settimo compleanno, avevano scoperto che oltre ad essere femmina, la creatura era anche molto particolare.
- Non possiamo continuare ad esporci così, dovremmo provare ad allontanarla in qualche modo.
- Non ho alcuna intenzione di buttare fuori casa mia figlia, Folco.
- Nostra figlia, - sottolineò lui – e se non prendiamo alla svelta una decisione tutto il villaggio inizierà ad evitarci, e il signore potrebbe decidere di non spartire più la terra e i proventi con noi.
Giuditta sospirò senza neanche guardarlo in faccia, mentre continuava ad impastare quello che a metà giornata sarebbe stato il loro pane. Gli avrebbe volentieri detto che esagerava come sempre, ma quella frase ormai l'aveva già pronunciata talmente tante volte, che aleggiava tra di loro come un perenne sottinteso.
- Sarà sufficiente stare attenti, come abbiamo sempre fatto in questo ultimo anno, - provò a rispondergli.
- Lo sai che spesso accade contro la sua volontà, e coprire gli episodi in modo che non fossero fonte di guai è stato..., - si fermò e dovette prendere un grande respiro – davvero logorante, per me.
Invece di rispondere la donna fece un verso di gola che era una cosa a metà tra un “vai avanti” ed un “sono perfettamente consapevole di quali e quante cose abbiano il potere di logorarti”. Ma le capacità di Folco non erano abbastanza atte a cogliere entrambi i significati. La discussione quindi andò avanti ancora a lungo. Alla fine l’uomo decise di portare la figlia a lavorare dai monaci come servetta almeno per qualche mese, nella speranza che il contatto con la santità di quegli uomini potesse in qualche modo lavare via le sue stranezze. Aveva intenzione di correre il rischio di spiegar loro che la bambina era particolare e che aveva bisogno senz’altro della Grazia di Dio per guarire.
I monaci normalmente non avrebbero mai accettato che una femmina abitasse tra le mura del monastero, ma quando vennero a sapere le ragioni di quella insolita richiesta, acconsentirono a trattenere presso di loro la bambina per soli tre mesi: scaduto questo tempo, la piccola avrebbe dovuto tornarsene al villaggio, che fosse guarita o meno.
- La gente chiacchiera, - disse l’abate – ma qui sarà al sicuro e la notizia delle sue...particolarità non varcherà le mura di questo monastero.
Presso di loro viveva anche il giovane Bernardino, che aveva undici anni.
[Racconto fantasy a puntate] - [Le altre puntate sono nel post pinnato].
Nei due giorni seguenti, la bambina riuscì abbastanza facilmente a ritrovare la strada che portava al villaggio, ma non rientrò a casa né si fece vedere da nessuno. Rimase ad osservare le case dal limitare del bosco, in silenzio. In qualche modo era consapevole del fatto che, poiché non era voluta, sarebbe stato inutile ritornare dai suoi genitori. Potrà sembrare incredibile che una bambina di otto anni avesse la capacità di prendere una simile decisione, ma semplicemente Clara aveva recepito il messaggio. Prima c’erano stati i tre mesi dai monaci, poi l’essere stata abbandonata nel bosco: se si fosse fatta rivedere, suo padre avrebbe semplicemente trovato qualche altro modo per liberarsi di lei, nonostante sua madre non fosse d’accordo.
Non ebbe neanche l’impulso di tornare al monastero, perché neanche quello era un posto per lei, lo sapeva bene. Padre Agostino glielo aveva spiegato più di una volta.
Perciò il secondo giorno, affamata e infreddolita, si inoltrò nel folto del bosco e camminò a lungo, fino a quando non si addormentò profondamente, appoggiata ad un albero secco. Quando si svegliò, si ritrovò in una stanza con le pareti e il soffitto fatti di terra, un camino acceso, e un buon profumo di torta appena fatta. Una signora vestita con un lungo abito di tela grigia e il capo coperto con un velo bianco, si stava affaccendando attorno ad una pentola borbottante.
Appena Clara si fu messa a sedere sul suo giaciglio, la signora le portò subito da mangiare e da bere, impedendole di alzarsi.
Devi riposarti. Non so da quanto tempo tu sia qui nel bosco, ma si vede che sei davvero stanca. Mangia qualcosa, coraggio.
Disse di chiamarsi Lenora. Il tempo aveva segnato solo leggermente il tono della sua pelle, ma una sorta di bellezza serena e consapevole, distendeva i tratti del suo viso, al punto di rendere davvero difficile identificarne l’età. I suoi movimenti erano misurati, non c’erano in lei né fretta né ansietà.
Clara mangiò qualche boccone, e raccontò un po’ a fatica il motivo per cui era stata abbandonata, pertanto la signora le rivelò di aver scelto di abbandonare il mondo per le stesse identiche ragioni. Anche lei infatti possedeva il fuoco fatuo, era una caratteristica che si tramandava in quella regione da molte generazioni. Nonostante però i primi casi fossero molto antichi, erano sempre risultati abbastanza isolati da destare ogni volta sospetti e inquietudini.
Là fuori non sono tutti cattivi, bambina mia, credimi, - disse dolcemente - è che hanno paura. Tutto ciò che è diverso fa paura.
Nel parlare così, aprì lentamente la mano e la piccola fiamma, nascendo dal palmo, sfiorò la punta delle sue dita. Clara ebbe l'impressione che alcune immagini comparissero all'interno, ma fu solo l'impressione di un attimo: la fiamma era già scomparsa alla vista.
Nel corso degli anni ho imparato ad avere un grande controllo su questa capacità. Ma c'è voluto del tempo, tempo che non avrei potuto trascorrere in mezzo a tanta gente che aveva paura di me.
Quindi…per questo vivi da sola.
Sono un’eremita. Vivo in ritiro e in preghiera, nascosta al resto del mondo, perciò in pochi sanno dove mi trovo, e vengono ogni tanto a chiedere il mio aiuto.
Clara non avrebbe mai pensato di poter trovare qualcuno con le sue stesse caratteristiche. Oltretutto sembrava una persona buona, e serena, seppur nella sua condizione. Ci volle solo un attimo per capire che sarebbe rimasta a vivere con l’eremita in quella stanzetta sottoterra.
Da quel giorno divenne la sua piccola discepola. Lenora le insegnò a controllare il fuoco fatuo, affinché il potere non le sfuggisse dalle mani contro la sua volontà.
Ogni tanto arrivavano delle persone per parlare con la donna, la quale non rivelava mai a nessuno il suo vero nome: si faceva chiamare semplicemente “l'eremita”. Clara stava seduta sul suo panchetto in un angolo vicino al camino e ascoltava tutto, fingendo di rammendare o cucire. Lenora leggeva i profondi desideri dei suoi ospiti nella fiamma, li ascoltava, li consigliava, e li mandava via rasserenati.
Clara spesso veniva mandata a cercare funghi, bacche ed erbe, così imparò a riconoscerle e ad usarle correttamente.
Non parlavano così tanto del loro passato, quelle due creature isolate. Clara non ne parlava affatto, perché ogni parola per lei era una pugnalata. Lenora invece l’aveva messa a conoscenza di come funzionava la sua vita prima di andarsene a vivere nel bosco. Dai suoi racconti sembrava proprio che provenisse da una famiglia benestante, probabilmente di sangue nobile. Aveva anche amato, un tempo, ma il mondo era stato troppo crudele con lei per permetterle di essere semplicemente moglie, madre e vivere in pace.
Passarono così dieci lunghi anni. Clara era cresciuta, diventando una giovane donna molto saggia e di gradevole aspetto, che aveva imparato tutto ciò che la sua protettrice le aveva insegnato. Ormai il fuoco fatuo non era più un problema per lei, ne aveva pieno controllo, e Lenora qualche volta aveva lasciato che fosse lei ad aiutare qualcuno dei visitatori che veniva in cerca di consiglio.
Nel giorno del suo diciottesimo compleanno, Clara chiese a Lenora di parlare: c'era un desiderio che si portava da tempo nel cuore, ed era arrivato il momento di rivelarlo.
Vorrei partire, andarmene da qui, - le disse – sono cresciuta e non necessito di protezione, non ho la vocazione ad essere eremita, e ormai il fuoco fatuo non è più un pericolo: so controllarlo, posso anche non evocarlo mai più, se questo è il prezzo da pagare per vivere in mezzo alla gente. Perciò, ecco, non è più necessario che io rimanga nascosta al mondo.
Le faceva male dire quelle parole, perché vedeva Lenora come una madre, ma restare in isolamento era stata una sua scelta. Anche l'eremita infatti era capace di controllare il fuoco fatuo a suo piacimento: da anni, se solo l'avesse voluto, avrebbe potuto tornare a vivere come tutti e scordarsi di quel dono. Invece aveva deciso di continuare a farne uso, vivendo ritirata per tutelarsi. Clara invece era diversa: riconosceva che il fuoco fatuo fosse un grande dono, ma vivere in isolamento non era ciò che voleva. Da anni fantasticava di tornare a vedere volti diversi, avere amici, innamorarsi, avere figli. Segretamente sperava inoltre di poter rivedere Bernardino, al solo pensiero si sentiva stringere il cuore: era questo il suo più grande desiderio. Non sarebbe mai cambiato niente per lei, se fosse rimasta nella casa sottoterra.
Lenora la capiva perfettamente. Era da tempo che ci pensava e sapeva che prima o poi Clara le avrebbe fatto quel discorso. Nonostante le costasse vederla andare via, non la ostacolò in nessun modo, ma le diede molti consigli, le cucì delle nuove vesti, le tagliò i lunghissimi capelli. Clara non poteva infatti sperare, nelle vesti di una giovane donna e per di più sola, di poter viaggiare liberamente dove avesse voluto. Almeno all'inizio, avrebbe dovuto vestire i panni di un ragazzo, in modo da muoversi il più possibile indisturbata e decidere con calma come fare fortuna e dove mettere radici.
Pochi giorni dopo, un giovane gracile con grandi occhi neri, vestito con abiti semplici, con una piccola sacca di provviste sulle spalle e alcune monete d'oro, se ne partì dal folto del bosco, e si incamminò verso ovest, dove sorgeva una grande città piena di occasioni per giovani volenterosi. Dopo un paio di giorni arrivò a destinazione. Non aveva mai visto una vera città, ed erano anni che non metteva piede neppure nel suo tranquillo villaggio, quindi per lei era qualcosa di assolutamente nuovo. Tante persone, colori, odori, voci...lei che era abituata al silenzio del bosco, si sentì davvero sopraffatta, ma non si lasciò intimorire.
Come prima cosa, pensò di recarsi a mangiare qualcosa di caldo nella prima osteria che avesse trovato. Immaginava infatti che fossero maggiori le probabilità di scoprire qualche buona opportunità per trovare un'occupazione, e abbandonare quanto prima il suo travestimento di necessità.
L'osteria era fumosa e affollata. Clara ordinò una zuppa di cavolo nero e si mise in ascolto. I suoi vicini di tavolo erano davvero in grande eccitazione e parlavano di qualcosa che riguardava il signore della città.
-Sì, vi dico, il nostro signore non sa più come fare, - disse uno di loro, con un tono di voce decisamente sopra le righe, - da molti anni ormai la sua amata moglie è incontentabile!
-A cosa alludi, somaro che non sei altro? - gridò uno dei suoi compari in risposta, e tutti scoppiarono a ridere.
Persino qualcuno dei tavoli vicini, avendo sentito questo scambio di battute, era scoppiato in una gran risata, poi erano rimasti in ascolto per sentire il resto.
-Alludo al fatto, caro il mio sciocco amico, che il signore ha tentato di farle ogni tipo di dono per raggiungere il suo cuore e rallegrarla un po'...splendide vesti, ricchi gioielli, animali esotici. Ha chiesto consiglio a molti sapienti e ha seguito le loro indicazioni, ma niente, non c'è nulla che possa smuoverla. Se ne sta nelle sue stanze, in silenzio, da sola, accarezzando la variopinta coda dei suoi pappagalli e sospirando. Così ho sentito dire da più di una linguacciuta serva: non c'è nessuno che riesca a capire che cosa vuole davvero.
-E tu come conosci tutte queste serve del palazzo, eh?
E qui iniziarono a volare altre oscenità e battute di cui la ragazza non comprendeva neanche il significato. Ma aveva sentito quanto bastava. Terminò rapidamente la sua zuppa e se ne andò.
Sarebbe stato forse più facile mettersi al servizio di uno speziale o anche di uno scrivano, grazie alle sue conoscenze; al limite avrebbe potuto farsi assumere come serva presso qualche famiglia benestante, ma era come se quell'incarico la chiamasse: lei poteva davvero fare qualcosa per sciogliere il problema dei signori della città, contrariamente a molti altri che potevano solo tirare ad indovinare. Sapeva bene che si stava accingendo a correre un enorme rischio, ma in qualche modo sentiva di doverlo fare. Non aveva ricevuto quel dono senza una ragione, doveva solo cercare di usarlo con prudenza.
Cercò di farsi coraggio e, durante il momento delle udienze, si presentò di fronte al signore della città, affermando di poter risolvere il suo problema. Tremava di paura, ma cercò di sembrare molto sicura di sé e nessuno, osservandola, avrebbe mai detto che si sentiva in soggezione. Per prima cosa chiese quale idea si era fatto il signore in tutti quegli anni, sulla causa di quell'inguaribile tristezza.
-Per anni non abbiamo avuto figli, - le rispose lui, - perciò pensai che fosse questa l'unica causa del suo malessere. Però in seguito abbiamo ricevuto la grazia insperata di due figli, un maschio e una femmina, i miei amati eredi. E la tristezza, che all'inizio era scomparsa, è tornata negli ultimi anni più forte di prima.
-Vi ringrazio per la vostra risposta, mio signore. Vedrete che riuscirò a capire cosa le sia accaduto.
-Come può un ragazzino imberbe riuscire dove tanti anziani e sapienti hanno fallito? - gli fu risposto stancamente.
-Cosa avete da perdere, grande signore? Mi sarà sufficiente preparare con le mie mani un infuso per la vostra sposa, e dormire per una sola notte nella stanza accanto alla sua. Al mattino avrete la vostra risposta. E se tale risposta non dovesse soddisfarvi, potrete avere la mia vita per ripagarvi.
-Addirittura mettete sul piatto la vostra stessa vita, giovanotto? Ebbene io vi dico allora che se la risposta mi soddisferà, io vi darò in cambio qualunque cosa. Vedo dai vostri abiti che siete di umili origini. Io posso darvi rango, ricchezze, qualunque cosa pur di vedere la mia sposa sorridere nuovamente.
Quella sera, Clara venne lasciata sola nelle cucine del palazzo, e creò un potente infuso di melissa, valeriana e passiflora che la signora dovette bere prima di andare a dormire. A notte fonda, quando il palazzo intero si fu spento nel sonno e fu calato il silenzio, la ragazza si introdusse in quelle ricche stanze e si accovacciò accanto al cuscino della signora. L'infuso che le aveva preparato era molto potente, infatti stava dormendo profondamente: il momento della verità era arrivato. Evocò il fuoco fatuo, che illuminò le cortine del letto a baldacchino di un bagliore spettrale, e attese che le immagini provenienti da quel cuore tormentato si mostrassero a lei.
Quel susseguirsi di figure azzurrine fu qualcosa di incredibile: vide la signora che teneva per mano la sua sorella più giovane, due bambine graziose che correvano insieme. Ma all'improvviso la scena cambiava, erano adulte e la più giovane era rimasta incinta di un uomo sconosciuto, che diceva di amare profondamente. La signora era addolorata che la sua strana sorella avesse ricevuto il dono di un figlio, quando per lei invece sembrava impossibile. Pertanto l'aveva bandita in segreto dal palazzo e dai territori della città, facendo credere a tutti che fosse fuggita per coprire la sua vergogna: quella di essere una madre senza marito e quella di essere una serva del demonio, capace da tempo di attingere ad arcani poteri. Clara vide davanti ai suoi occhi la figura di quella nobildonna accusata e abbandonata da tutti, riversa a terra, morta. Le immagini cambiarono ancora, e nel palazzo azzurrino si presentò un ragazzo che si inchinava di fronte al signore. Il suo volto mutò sotto gli occhi di Clara e divenne quello di un giovane uomo: un uomo che somigliava incredibilmente a quella donna bandita dal palazzo tanti anni prima.
Clara, con le lacrime agli occhi, richiamò a sé la fiamma, uscì dalla stanza della signora nel più perfetto silenzio, e tornò a rifugiarsi in quella che le era stata assegnata.
Il giorno dopo, tutti gli abitanti del palazzo si riunirono nella sala grande. La voce di quel nuovo tentativo si era sparsa in fretta, ed erano tutti quanti in attesa del verdetto da parte di quel ragazzino che aveva messo in gioco tutto quel che aveva di fronte al signore della città. Seduta accanto al trono, c'era la sua sposa, pallida e seria, che attendeva in silenzio.
Ed ecco che le porte si aprirono ed entrò quel giovane, magro e femmineo, che aveva occhiaie scure e occhi rossi. Il signore attese che fosse arrivato di fronte a loro, poi parlò:
-Sto aspettando, - gli disse - qual è la vostra risposta, ragazzo?
Clara aveva passato tutta la notte a pensare a come dire la verità senza dire tutta la verità. Era una pericolosa possibilità che non le era neanche balenata per la mente, quando si era buttata in quell'incarico. In quel momento tutta la sala si era zittita. Non si sentiva un fiato, c'era un silenzio quasi perfetto.
I monaci normalmente non avrebbero mai accettato che una femmina abitasse tra le mura del monastero, ma quando vennero a sapere le ragioni di quella insolita richiesta, acconsentirono a trattenere presso di loro la bambina per soli tre mesi: scaduto questo tempo, la piccola avrebbe dovuto tornarsene al villaggio, che fosse guarita o meno.
-La gente chiacchiera, - disse l’abate – ma qui sarà al sicuro e la notizia delle sue...particolarità non varcherà le mura di questo monastero.
Presso di loro viveva anche il giovane Bernardino, che aveva undici anni. Era stato trovato di fronte al monastero quando aveva meno di un anno, e i monaci l’avevano vestito e nutrito. Quando era stato in grado di reggersi in piedi, era diventato stalliere. Si occupava delle due mucche e dei cinque cavalli. Quegli animali lo sovrastavano di un metro e mezzo, ma lui non aveva mai avuto paura, e per strigliarli si arrampicava su panche e scalette di legno. Era sempre stato curioso: sbirciando i breviari aveva imparato a leggere, e conosceva a memoria tutti i 150 salmi per averli sentiti più e più volte durante la liturgia delle ore. I monaci erano molto affezionati a quel piccolo stalliere così sveglio, e lo trattavano benevolmente.
Una domenica mattina Bernardino passò accanto alla cucina e sentì il profumo delle focaccine al miele d’acacia. Con l’intenzione di prenderne una di nascosto, aprì la porta e controllò se ci fosse qualcuno. La cucina sembrava momentaneamente deserta, perciò cercò di avvicinarsi velocemente al cesto delle focaccine, ma sentì all’improvviso una vocina sottile che si rivolgeva a lui:
- Cosa stai cercando, bambino?
- Sono quasi un uomo, - rispose Bernardino arrossendo a quelle parole.
Si guardava intorno per vedere chi avesse parlato e finalmente notò la bambina appoggiata al muro nell’angolo. Si rigirava la scopa tra le mani e lo fissava. Gli occhi neri e seri, abiti semplici e i capelli pettinati in una lunga treccia. Aveva l’aspetto di chi non si sarebbe lasciato intimorire da niente e nessuno, ma non come sfida perenne ad un mondo ostile, bensì come un tratto di genuina imperturbabilità.
- E tu chi sei? Sei...una femmina.
- Sono Clara, - rispose la bambina appoggiando la scopa - oggi mio padre mi ha portata qui. I signori monaci mi hanno detto: devi spazzare e lavare.
- Perché tuo padre ti ha portata a lavorare qui?
- Perché io sono diventata strana, - rispose lei – e so fare una cosa che non sa fare nessuno.
-Ma che cos’è?
Era ad un passo di distanza da Bernardino, e prima che lui potesse rispondere, aprì mano davanti ai suoi occhi e dal palmo fuoriuscì una sottile fiamma azzurrina. Il bambino fece un balzo indietro per la paura, poi curioso tornò subito verso di lei e fissò da vicino quella fiammella. La toccò con un dito e si accorse che non bruciava. Alzò gli occhi su quelli seri della piccola interlocutrice.
-Non lo so. Nessuno lo sa. Lo so fare e basta, - rispose lei.
-I signori monaci lo sanno?
-Sì, sanno tutto. Per questo sono qui, per guarire.
Nel frattempo la fiammella era ancora lì che danzava sulla sua mano e nei suoi occhi, riflettendo la sua luce sul volto dei due bambini. Sembrava che all'interno dei guizzi di fuoco, ci fossero delle immagini. Una di esse sembrava un magnifico stallone nero, e a cavalcarlo c'era un ragazzo bello e forte, benvestito, con una spada al fianco e un lungo mantello. Bernardino era come paralizzato, mentre lentamente realizzava quello che stava guardando. Il giovane a cavallo girava il mondo bussando a tutte le porte, fino a quando non si scorgeva una porta aprirsi, e una donna gli correva incontro con le lacrime agli occhi per abbracciarlo. Dietro di lei compariva un uomo che allargava le braccia in segno di accoglienza.
-Smettila! - gridò Bernardino, dando un colpo alla sua mano. La fiamma si spense, scomparendo di nuovo nel palmo della bambina, che alzò gli occhi su di lui, senza scomporsi minimamente.
-Quasi tutti non vogliono.
Il ragazzino si vergognava da morire per quelle immagini apparentemente innocenti che erano passate sotto agli occhi di entrambi. Rappresentavano infatti i suoi desideri più intimi, la sua debolezza, ed erano una cosa solo sua, mai condivisa con nessuno, neanche con il più amichevole dei monaci. Si sentì montare dentro una grande rabbia.
-Ora capisco perché tuo padre ti ha lasciata qui, - le gridò dietro mentre la bambina scappava dalla cucina – ora lo capisco!
È tipo un click nel cervello, non so come funzioni, so solo che fino ad una settimana fa non avevo la MINIMA idea di come scrivere il resto del racconto...mentre oggi, così, all'improvviso, è come se il mio cervello avesse messo insieme tutte le piccole idee, immagini, che avevo accumulato in quasi un mese che ci penso, ed eccola là: ho tutta la trama in testa, fino alla fine. Non so che stregoneria è questa, né perché il mio cervello abbia necessitato di questi tempi così dilatati per partorire un finale, ma eccoci qui: mi sono fatta rapidamente il mio tè alla rosa, e nonostante martedì abbia un esame, sto scrivendo tutto, ed esce come acqua.