La sessione invernale è ufficialmente terminata e finalmente posso concedermi una serata fuori senza sentirmi in colpa per aver preferito lo svago ai libri.
Questo percorso di studi mi sta piegando, mettendo a dura prova non solo la mia volontà e capacità creative, ma anche il fisico.
Il mio corpo sta pagando in prezzo più alto di tutti e la mia mente scivola giù con lui.
Vorrei essere più forte di come sono. Davvero. Vorrei essere più coriacea, sapermene infischiare delle ingiustizie e non farmi il sangue amaro per questo, ma non ci riesco.
Quando do il mio mille e vedo che persone, che a malapena tirano fuori un dieci, ottengono più di me, lo sconforto semina in un terreno fertile. E coltiva inadeguatezza, confusione, delusione, rabbia in grandi quantità.
Cos'è che raccoglieró alla fine di quest'anno proprio non lo so. Probabilmente le briciole di me stessa.
Però, in questa melma di negatività, ieri un piccolo appiglio: un mio professore ha detto delle cose sul mio conto che mi hanno rincuorato, fatta sentire un po’ meno una nullità.
Sono state come una mano tesa nella mia direzione quando ero a terra e non facevano altro che calpestarmi.
Quindi, forse, e sottolineo il forse, non ho scelto la strada sbagliata, solo una molto molto tortuosa e lunga.
Ma d'altronde chi le vuole le cose facili?