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PLAUD Note Pro vs Note Pin S 🤖
Real-world test: 📞 Calls 👥 Meetings 🧠 Brainstorming ⚡ AI workflows
Which one actually improves productivity?
Plaud Note Pro: il registratore AI che trasforma ogni riunione in appunti perfetti Recensione
Quante volte vi è capitato di uscire da una riunione con la sensazione che qualcosa di importante vi sia sfuggito? A me, spesso. Troppo spesso. E non parlo solo di riunioni di lavoro: conferenze stampa, interviste, chiamate con fonti che parlano veloce e non ti aspettano. Ho provato di tutto negli anni, dallo smartphone appoggiato sul tavolo con l’app di turno fino a registratori digitali più tradizionali, quelli con i pulsantoni e il display LCD degli anni Duemila. Il problema non è mai stato registrare quello lo fa qualsiasi cosa ormai. Il problema vero è sempre stato dopo: riascoltare, trascrivere, tirare fuori i punti chiave da quaranta minuti di chiacchiere. Un lavoraccio che nessuno ha voglia di fare e che tutti rimandano. E qui entra in gioco il Plaud Note Pro, un dispositivo che non si accontenta di catturare l’audio ma vuole capirlo, organizzarlo, restituirtelo in una forma immediatamente utilizzabile. Ambizioso? Parecchio. Ma dopo quasi tre settimane di test intensi riunioni, interviste, call di lavoro, appunti vocali fatti in macchina tornando a casa la sera devo ammettere che ci riesce più spesso di quanto mi aspettassi. Non sempre, non perfettamente, però con una consistenza che mi ha sorpreso. E quando un prodotto tech ti sorprende dopo il settimo giorno di utilizzo anziché solo durante l’unboxing, è già un buon segno. Prima di entrare nei dettagli, una premessa doverosa: non è un gadget economico, e soprattutto non è un prodotto che finisce nel cassetto dopo la novità iniziale. O diventa parte del tuo flusso di lavoro quotidiano, oppure non ha senso. Punto. E questa è la vera domanda a cui cercherò di rispondere. Attualmente è disponibile su Amazon Italia. Unboxing e prime impressioni La scatola arriva compatta, nera, minimal. Niente fronzoli, niente carta velina decorativa, niente adesivi motivazionali e già questo mi mette di buon umore. Dentro trovi il registratore, una custodia magnetica in similpelle nera (discreta, funzionale), un anello adesivo per fissarlo al retro dello smartphone (utile per chi non ha il MagSafe), e il cavetto di ricarica proprietario con USB-C dall’altro lato. Ecco, il cavetto. Ne parliamo subito perché è il primo dettaglio che mi ha fatto storcere il naso. È magnetico, si aggancia bene al dispositivo, però è un cavo dedicato. Proprietario. Se lo perdi, devi comprarne un altro dallo store Plaud. Nel 2026 avrei preferito un banalissimo USB-C diretto sul dispositivo, ma capisco che con 2,99 millimetri di spessore non ci fosse molto margine di manovra per infilarci una porta. Comprensibile, ma seccante lo stesso. La prima sensazione quando lo tiri fuori dalla custodia è: quanto è sottile questa cosa? Sul serio, sembra un biglietto da visita in metallo. Trenta grammi, lo appoggi nel palmo e quasi non te ne accorgi. L’ho messo nella tasca interna della giacca il primo giorno e a metà mattina mi sono chiesto se ce l’avessi ancora. C’era, ovviamente. La custodia magnetica funziona bene con gli iPhone compatibili MagSafe, ma ammetto che io l’ho usato più spesso infilandolo nella tasca della giacca o appoggiandolo direttamente sul tavolo durante le riunioni. Più pratico per il mio modo di lavorare. Design e costruzione La struttura combina una scocca in lega di alluminio con inserti in policarbonato, e il risultato è un oggetto che trasmette solidità senza pesare nulla. La finitura ha una texture a onde sottili che dà grip e nasconde le impronte, cosa che apprezzo enormemente dopo anni di telefoni e gadget che diventano specchi unti dopo cinque minuti di utilizzo. Le dimensioni sono quelle di una carta di credito, con qualcosa in più in altezza e larghezza: 85,6 per 54,1 millimetri. Niente che non entri in un portafoglio, in una tasca, in un porta-badge. Il display AMOLED da 0,95 pollici è minuscolo, certo, ma fa il suo lavoro egregiamente: mostra stato della registrazione, durata, livello batteria, e si vede bene anche all’aperto grazie ai 600 nit di luminosità di picco. Non è un dispositivo da guardare, è un dispositivo da usare. E quel display esiste solo per darti un feedback visivo rapido: sto registrando? Sì. Quanta batteria ho? Abbastanza. Basta così. Un singolo pulsante multifunzione gestisce praticamente tutto: pressione lunga per avviare la registrazione, pressione breve per evidenziare un momento chiave, doppio tap per fermare. Semplice. E la semplicità qui non è un limite progettuale, è una scelta deliberata che condivido totalmente. Perché quando sei nel mezzo di un’intervista e il tuo interlocutore dice qualcosa di fondamentale, non vuoi star lì a cercare il bottone giusto in un’interfaccia complicata. Vuoi premere. E basta. Un dettaglio che mi ha colpito: il sensore di orientamento capisce se il dispositivo è appoggiato in orizzontale o in verticale e ottimizza di conseguenza la captazione audio. Una finezza che non ti aspetti in un oggetto così piccolo, e che la dice lunga sull’attenzione ingegneristica dietro al progetto. A proposito di dettagli: il passaggio tra modalità di registrazione chiamata telefonica o conversazione in presenza avviene in automatico. Nel modello precedente bisognava spostare fisicamente un selettore. Qui no. Il dispositivo capisce da solo se è attaccato al retro del telefono durante una chiamata oppure appoggiato su un tavolo in una stanza, e sceglie la configurazione microfonica più adatta. Una di quelle cose che non noti finché funziona, e ti manca tantissimo quando non c’è. Sarò onesto: non mi sono mai trovato a dover intervenire manualmente sulla modalità durante i miei test. Zero volte in tre settimane. E questo dice tutto sull’affidabilità del meccanismo. Specifiche tecniche Specifica Valore Dimensioni 85,6 × 54,1 × 2,99 mm Peso 30 g Display AMOLED 0,95", 600 nit Microfoni 4 MEMS + 1 VPU con beamforming AI Memoria interna 64 GB (NAND Flash, ~480 ore PCM) Batteria 500 mAh Autonomia (Enhance Mode) Fino a 30 ore registrazione continua Autonomia (Endurance Mode) Fino a 50 ore registrazione continua Standby Fino a 60 giorni Ricarica Cavo magnetico proprietario, ~2 ore 0-100% Connettività Bluetooth BLE 5.4, Wi-Fi 2,4 + 5 GHz Portata captazione (Enhance) Fino a 5 metri Portata captazione (Endurance) Fino a 3 metri Lingue supportate 112 Modelli AI GPT-5.2, Claude Sonnet 4.5, Gemini 3 Pro Compatibilità iOS / Android (app Plaud 3.0) + Web Certificazioni ISO 27001, ISO 27701, GDPR, SOC II, HIPAA, EN 18031 Prezzo 189 € L’app e l’ecosistema software Tutto passa dall’app Plaud, disponibile per iOS e Android, aggiornata alla versione 3.0 in concomitanza con il lancio del modello Pro. L’interfaccia è pulita, ordinata, e dopo qualche minuto ci si orienta senza problemi. Le registrazioni si sincronizzano via Bluetooth o Wi-Fi, e devo dire che la possibilità di accedere a tutto anche dal browser web è una manna: lavorare sulle trascrizioni dal computer, con un monitor grande e una tastiera vera, è un’esperienza completamente diversa rispetto allo schermo del telefono. Lo uso moltissimo. La novità più interessante della versione 3.0 è l’input multimodale: durante una registrazione puoi scattare foto, scrivere note testuali, evidenziare momenti con un tap sul pulsante fisico. Tutta questa roba viene poi integrata nel contesto che l’AI usa per generare i riassunti. Non è un gimmick, e lo dico dopo averlo testato con intenzione. Ho provato a fotografare una slide durante una presentazione e a segnare un highlight nel momento esatto in cui lo speaker ne parlava: nel riassunto finale, quel punto specifico era elaborato con più dettaglio e profondità rispetto al resto della conversazione. L’AI aveva capito che quel passaggio, per me, contava più degli altri. Funziona. Punto. Detto questo, qualche frizione c’è. La sincronizzazione via Bluetooth su registrazioni lunghe (oltre un’ora) può richiedere diversi minuti, e in un paio di occasioni si è interrotta costringendomi a riavviare il trasferimento. Via Wi-Fi è molto più rapido, ma bisogna configurarlo la prima volta e avere una rete disponibile. E la prima configurazione dell’app in generale, con creazione account, permessi, tutorial introduttivo, richiede una pazienza che non tutti avranno. Poi, una volta rodato il flusso, fila tutto liscio. Ma quel primo quarto d’ora è un po’ ostico, inutile negarlo. Una nota sull’interfaccia web: è arrivata relativamente di recente e si vede. Funzionale, ma esteticamente spartana. Fa quello che deve, però non ha la stessa cura dell’app mobile. Immagino che i prossimi aggiornamenti la porteranno allo stesso livello, ma per adesso è un gradino sotto. Autonomia: qui si ragiona in settimane, non in ore La batteria da 500 mAh sembra poca cosa sulla carta, ma bisogna ricordare che questo non è uno smartphone. Non ha GPS attivo, non ha uno schermo acceso per ore, non fa streaming video. Registra audio. E lo fa con un’efficienza energetica che mi ha lasciato spiazzato. Ho caricato il dispositivo il primo lunedì di test, l’ho usato per registrare in media un’ora, un’ora e mezza al giorno tra riunioni, interviste telefoniche e appunti vocali. Il venerdì della seconda settimana ero ancora al 25%. Due settimane piene di utilizzo reale, quotidiano, non da laboratorio. La batteria è l’ultimo dei problemi con questo dispositivo, e per un gadget che porti sempre con te è una liberazione non doverci pensare. In modalità Endurance, che riduce leggermente la portata dei microfoni da cinque a tre metri, l’autonomia dichiarata arriva a 50 ore di registrazione continua. Non l’ho verificata fino in fondo servirebbe registrare ininterrottamente per due giorni e non era esattamente nelle mie possibilità ma a giudicare dal consumo che ho osservato nei miei test, la stima mi sembra assolutamente credibile. I sessanta giorni di standby? Li do per buoni: il dispositivo è stato nel cassetto per cinque giorni durante un weekend lungo, e quando l’ho ripreso non aveva perso neanche un punto percentuale. Sulla ricarica, circa due ore da zero a cento. Accettabile, non entusiasmante. Ma considerando che lo ricarichi una volta ogni dieci, quindici giorni con un uso normale, non è un problema che si presenta spesso. Magari la sera prima di un evento importante ci dai una carica preventiva, per sicurezza. Niente di più. Test sul campo: tre settimane con il registratore in tasca Ok, arriviamo alla parte che conta. Ho portato questo aggeggio ovunque per quasi tre settimane. In redazione durante le riunioni con i colleghi. A un evento tech a Milano. In diverse telefonate di lavoro e qualche videocall. E anche in situazioni meno strutturate: un pranzo con un contatto che mi stava raccontando una storia interessante, una chiacchierata in macchina tornando da un appuntamento, una nota vocale fatta mentre portavo i cani al parco e mi veniva un’idea per un articolo. Scenari diversi, contesti diversi, risultati diversi. La registrazione in ambiente chiuso con due o tre persone è lo scenario ideale, quello in cui il dispositivo dà il meglio. L’ho messo al centro del tavolo durante una riunione di redazione quattro persone, stanza di dimensioni medie, condizionatore acceso e il risultato è stato eccellente. Voci pulite, rumore di fondo quasi azzerato, separazione degli interlocutori precisa. L’algoritmo di beamforming fa un lavoro notevole nel focalizzarsi sulle voci umane e tagliare tutto il resto: il ronzio del condizionatore, qualcuno che digitava sulla tastiera, il brusio che arrivava dal corridoio. Tutto filtrato via con una pulizia che mi ha impressionato. La situazione si complica quando sali a cinque o più persone, soprattutto se qualcuno ha la tendenza a parlare sopra gli altri. Ecco, in quel caso la trascrizione resta buona come testo, ma l’attribuzione delle battute ai diversi speaker diventa meno affidabile. Due voci maschili con timbro simile? Il sistema fatica a distinguerle. Non è un disastro, però richiede una revisione manuale che ti porta via tempo. Comprensibile il limite tecnico, ma va detto onestamente. Una sera, per curiosità, ho provato a registrare una telefonata. Il dispositivo, attaccato al retro dell’iPhone con la custodia magnetica, capta le vibrazioni dello speaker attraverso il sensore VPU. Questa tecnologia mi incuriosiva e devo dire che il risultato mi ha sorpreso in positivo: la mia voce era cristallina, quella dell’interlocutore leggermente più ovattata ma perfettamente comprensibile e trascrivibile. Per le interviste telefoniche è una manna dal cielo. Prima usavo il vivavoce con lo smartphone che registrava contemporaneamente, e la qualità era spesso imbarazzante. Qui siamo su un altro livello. L’evento tech a Milano è stato il banco di prova più duro. Sala grande, speaker a diversi metri dal mio posto, brusio del pubblico, musica durante le pause. In modalità Enhance il registratore ha catturato lo speaker principale fino a circa quattro metri con una qualità accettabile per la trascrizione automatica. Oltre quella distanza, il rumore di fondo cominciava a mangiarsi le parole, e la trascrizione diventava frammentaria. In una sala silenziosa avresti probabilmente potuto sfruttare tutti i cinque metri dichiarati, ma nella realtà caotica di un evento affollato i quattro metri effettivi sono un risultato onesto e, a conti fatti, utile. Un test che ho fatto più per curiosità personale: registrare una nota vocale mentre camminavo per strada con Dafne, la mia pastore svizzera, che ovviamente tirava il guinzaglio nel momento peggiore. Vento, traffico, cane che annusa ogni palo e si pianta. Eppure la trascrizione della mia voce era sorprendentemente accurata. I microfoni sanno dove focalizzarsi, e il fatto che il dispositivo fosse nella mia tasca a pochi centimetri dalla bocca ha aiutato. Un’altra prova interessante: l’ho usato durante una videocall su Teams, con il dispositivo appoggiato accanto al laptop. Lo speaker del portatile trasmetteva la voce del mio interlocutore, io parlavo normalmente. Il risultato è stato misto: la mia voce trascritta perfettamente, quella proveniente dallo speaker del laptop con qualche errore in più, soprattutto sulle parole pronunciate velocemente. Meglio comunque rispetto alla registrazione diretta dello schermo, perché i microfoni catturano con più naturalezza la voce nella stanza. Per le videocall, però, la modalità ottimale resta attaccarlo al retro del telefono e usare la VPU, non lo speaker del computer. Ho provato anche a registrare in macchina la mia Cupra Formentor, per la cronaca durante una telefonata in vivavoce. Rumore del motore, asfalto, qualche camion che sorpassava. La mia voce era chiara, quella dell’interlocutore più frammentaria. Risultato trascrizione: buono per la mia parte, sufficiente per quella dell’altro. Non perfetto, ma considerando il contesto, accettabile. Certo non è lo scenario d’uso consigliato, però se vi capita, sappiate che se la cava. Insomma, dopo tre settimane la mia impressione è che il dispositivo sia stato progettato con uno scenario d’uso primario molto chiaro la riunione in presenza, il faccia a faccia e che in quello scenario dia il meglio. Tutto il resto funziona, a volte sorprendentemente bene, ma con risultati più variabili. E non c’è niente di male in questo: meglio un prodotto che fa una cosa eccezionalmente e il resto decentemente, che uno che fa tutto in modo mediocre. La trascrizione: il cuore di tutto Accuratezza della trascrizione in italiano Qui si gioca la partita vera. Un registratore con AI che non trascrive bene è un registratore con un adesivo in più sulla scatola, niente di più. E devo dire che il lavoro fatto sulla trascrizione in lingua italiana è notevole decisamente sopra le mie aspettative iniziali. Ho trascritto interviste, riunioni di redazione, note vocali personali, una lezione universitaria registrata per curiosità. In italiano standard, parlato a velocità normale, con dizione ragionevolmente chiara, l’accuratezza oscilla tra il 92 e il 96 percento a seconda delle condizioni ambientali. Numeri ottimi, soprattutto considerando che parliamo di trascrizione automatica senza nessun intervento umano. Dove cala? Con accenti regionali marcati, innanzitutto. Ho una collega campana che parla velocissimo e tende a mangiare le finali delle parole: lì la trascrizione scende visibilmente, con errori che a volte cambiano il senso della frase. "Abbiamo deciso" diventava "abbiamo detto", per esempio. Un’altra situazione problematica è il gergo tecnico molto specifico: acronimi di settore, nomi di prodotto con grafie particolari, termini inglesi usati in contesto italiano con pronuncia ibrida. La funzione di vocabolario personalizzato aiuta parecchio in questi casi, ma richiede che tu sappia in anticipo quali termini critici usciranno nella conversazione. Non sempre possibile, ovviamente. Ma la cosa che mi ha colpito davvero è la suddivisione temporale della trascrizione. Non ti dà un muro di testo indigeribile: ogni sezione è marcata con i minuti e titolata dall’AI con un’intestazione descrittiva del contenuto. Cerchi quel passaggio dove si parlava del budget? Scorri i titoli e lo trovi in tre secondi. Sembra una cosa da poco. Non lo è per niente. È la differenza tra un file audio che nessuno riascolta e un documento navigabile. Riconoscimento degli speaker L’etichettatura automatica dei diversi interlocutori funziona bene in scenari controllati: due, tre persone che parlano a turno, con voci distinguibili, in un ambiente ragionevolmente silenzioso. Qui il sistema azzecca quasi tutto, con un tasso di attribuzione corretta che stimo attorno al 90-95 percento. Roba solida. Ho fatto una prova con cinque persone attorno a un tavolo durante una riunione editoriale, e il tasso di attribuzioni corrette è sceso a circa l’80-85 percento: una frase su sei era assegnata alla persona sbagliata. Non drammatico per farsi un’idea generale della discussione, ma poco affidabile se hai bisogno di sapere esattamente chi ha detto cosa in un contesto formale, tipo un verbale. Un aspetto fastidioso che ho notato in almeno due occasioni: se una persona interviene una sola volta e brevemente, il sistema tende a non creare un profilo speaker separato e accorpa quella battuta a qualcun altro. Bug? Scelta progettuale per evitare falsi positivi? Non saprei dirlo con certezza, ma il risultato è che quella battuta va persa nell’attribuzione. I riassunti AI: dove la magia funziona (e dove no) Ed eccoci al pezzo forte, quello che giustifica la parola "intelligenza" nel nome del prodotto. I riassunti automatici generati dall’AI. L’app ti permette di scegliere tra diversi modelli e ti offre migliaia di template specifici per contesto: riunione di lavoro, intervista giornalistica, lezione universitaria, consulenza medica, chiamata commerciale. La lista è sterminata. Ho provato decine di combinazioni sulle stesse registrazioni, e la differenza tra un template appropriato e uno generico è enorme. Ma facciamo un esempio concreto. Riunione di redazione, venti minuti, quattro persone, argomenti misti: calendario editoriale della settimana, un problema tecnico sul server, un’idea per una nuova rubrica. Il riassunto con template "riunione di team" ha prodotto una sintesi strutturata con punti all’ordine del giorno, decisioni prese, azioni da fare con responsabili assegnati. Preciso? All’85-90 percento, direi. Ha colto i temi principali, ha attribuito correttamente la maggior parte delle azioni, ha ignorato le chiacchiere irrilevanti (tipo la discussione di cinque minuti sulla macchinetta del caffè rotta). C’erano un paio di imprecisioni: una decisione che era stata solo ipotizzata nel discorso veniva presentata come definitiva, e un dettaglio tecnico era stato semplificato eccessivamente. Ma come punto di partenza per scrivere un resoconto? Oro colato. Dove funziona meno, e devo essere onesto: conversazioni esplorative, brainstorming creativi, dialoghi dove si salta da un argomento all’altro senza una struttura chiara. Read the full article
Plaude NotePin AI Note Taking Mic Reveiw
The Plaude NotePin records audio in meetings, lectures, church services, or even the doctor’s office, and gives you some useful results thanks to the power of Artificial Intelligence. I tested it out for a few months, and here’s how I use it and what I think of the little recording device you wear like a pin.
What Does the Plaude NotePin Do?
The Plaud NotePin records conversations, events, or meetings where people talk or you listen. People call it a “second brain” because it lets you focus on the moment instead of rushing to take notes to remember what was said.
The NotePin has two high-quality microphones that record clear audio. I used it in a church of about 300 people, sitting a third of the way back, and it picked up everything.
Battery life is long. The company says 20 hours of use and 40 days standby. I carried it to church, office meetings, and doctor visits; it only died once after three straight days without charging.
After you record, the Plaude NotePin uploads the files when you open the app. You can also connect directly to the NotePin and quickly transfer longer audio files. Upload and processing take just a few minutes. When it’s done, you can copy, edit, or ask questions about the text.
Plaude uses ChatGPT-4 and Claude 3.5 to transcribe audio from 112 languages into editable text. If you tag a speaker, the app recognizes them later and labels their speech automatically — useful for repeated speakers or regular meeting groups.
The app then summarizes the recording into templates: meeting recaps, mind maps, action-item lists, or full transcripts.
Use it as follows:
Show the mindmap to others to see the relationship of the ideas covered in the recording.
Create transcripts for record keeping.
Summarize the meeting into bullet points.
Create an action list to do things talked about in the event.
Create a converstaion of a lecture to learn the topic and study for tests.
Much, much more…
The Plaude NotePin Design and Functionality
The Plaude NotePin looks like a short AAA battery smashed and with one side shaved off. The flat size has magnet in it to attach the Pin to the charger, the pin, and the protective back.
The accessories you can get with the NotePin or that come in the box include…
An optional lanyard necklace that turns the NotePin into a pendant when attached to the hook on the cord that goes around your neck.
An optional wrist strap that holds the NotePin to your wrist.
The pin that clips to your collar or some other part of your shirt.
A magnetic back that you can put inside a shirt and snap the NotePin to the outside.
The lanyard connection is a bit fidly to unhook. The wrist strap is too small for my big hands to fit over, but once I do, it’s comfortable to wear. My favorite way to wear the NotePin is using the pin attached to my shirt or a jacket with the included clip. I don’t trust the magnetic back to stay connected if you’re moving around much while wearing. The pin secures the NotePin in place more reliable, as do the necklace and wrist strap. You could keep it on the charging connector and just set it on a table.
The charging connector magnetically holds the NotePin. A USB C connector will let you charge the NotePin. It doesn’t let you access the storage from a computer, but that’s not a problem because the iOS or Android app transfers the audio files to the phone quickly. There’s also a desktop version for Mac (both Intel and Apple Silicon) or Windows. and one that runs on the web. During setup you’ll connect the NotePin to your phone or tablet with Bluetooth. You can also connect directly to move files faster.
To use the NotePin first turn it on with a long hard press in the center of the NotePin and it vibrates to let you know it’s turned on and recording. To stop it, press again and it vibrates twice. After you’re finished recording open the app and let the device and the app transfer the file to the app and then the cloud. Now you can interact with the recording in the app or on the desktop app or webapp.
The NotePin comes with Apple’s Find My feature built in. Once you set it up, you play a sound to help find it, use the directional location feature, and even set it up in lost mode.
I had trouble turning the NotePin on and off to start or stop recordings. The vibration that buzzes once when you turn it on and twice when you turn it off feels too weak. I wish it had a physical button or switch and a bigger light to show status.
The Plaude NotePro is credit-card shaped and has a physical button and battery meter. If you’re like me, spend a bit more and get the NotePro instead of the NotePin. It won’t be as discreet in meetings, and it’s harder to wear in places where you can’t set it on a table.
The Plaude NotePin’s Value
Some may ask why spend over $100 for the Plaude NotePin plus a subscription. The device gives excellent audio quality, frees your phone, and the app converts recordings into useful, searchable files. It runs templates to turn audio into study, memory, and archive tools, lets you ask the AI questions about recordings, and organizes content into things like meeting To‑Dos and mind maps.
Automation makes the process much faster than manually copying a phone recording, transcribing it, and uploading it to an AI chatbot for summaries, mind maps, and other outputs. However, if you don’t think that brings enough to value to justify the expense, then you might not want to bother.
People who take a lot of notes or go to events like lectures, conferences, and meetings will find the Plaude NotePin useful. Some prefer writing notes by hand because it helps learning and memory, so students learning new skills or information may choose handwriting. However, the recordings of the NotePin will serve as a great backup.
Plaude offers three levels of service including a Free tier that will give you 300 minutes/month. You can add 1,200 minutes in the Pro Plan for $8.33/month. The most expensive service costs $19.99/month for Unlimited Plan with no limit on the number of minutes of transcription.
Get the Pro Plan for $8.33/month. It’s the best value for most users with up to 1,200 minutes/month. The prices applies to annual billing not monthly billing.
Should You Buy a Plaude NotePin?
Is the functionality of a dedicated recording device like the Plaude NotePin worth the cost of the NotePin and the subscription? That adds up. You can buy the NotePin and the Unlimited Plan for $366.99. The Pro Plan bundled with the NotePin is $226.99. I bought the NotePin Combo, which comes with the lanyard and wrist strap. I wouldn’t bother with them, unless you think you’d rather wear the device around the neck or wrist. The Plaude NotePin is on sale right now for 20% off at $127.20.
I’d get the basic NotePin and then try out the free plan. If you’re happy with it, then add a subscription to the Pro or Unlimited plan.
Pay more and get the new Plaude NotePin S which does have a physical button. I wish I had that device instead of the cheaper NotePin. If you don’t want to wear the device, then get the credit-card shaped Plaude Note e or Note Pro for $189.
I like using the NotePin, but would not go back and buy it now that I’ve used it. I don’t record enough meetings or events to make it worth the cost. You’ll have to decide if you do. And if you do, then I’d recommend getting one of the devices with the buttons to make it clearer when it’s on and recording.
#Plaud #Note: Lightweight #AI recorder that transcribes and summarizes
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Plaud updates the NotePin with a button
Plaud has in fact updated its small NotePin AI recorder. The new NotePin S is basically the very same to the first, besides one significant difference: a button. It’s signed up with by a new Plaud Desktop application for recording sound in on-line seminars, which is free of charge to proprietors of any type of kind of Plaud Note or NotePin. The NotePin S has the very same FitBit-esque design as…