♠️_Un libro al giorno leva l’ignoranza di torno.🖤🌹
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♠️_Un libro al giorno leva l’ignoranza di torno.🖤🌹
©️Licaonia Lupe
“ La grossolanità degli uomini del popolo nei paesi civili non deriva solamente dal fatto che essi sono ignoranti e poveri, ma anche dal fatto che, essendo in tali condizioni, sono quotidianamente in contatto con uomini istruiti e ricchi. La vista della loro sfortuna e della loro debolezza, ogni giorno contrastanti con il benessere e la potenza di qualche loro simile, eccita in loro la collera e il timore; essi sono irritati e umiliati dal senso della loro inferiorità. Tale stato d'animo ha la sua espressione nei costumi e nel linguaggio basso e insolente di questa gente. La verità di questo fatto si prova facilmente con l'osservazione: nei paesi aristocratici il popolo è più grossolano che altrove; nelle città opulente è più volgare che nelle campagne. Nei luoghi, insomma, ove si trovano uomini forti e ricchi, i deboli e i poveri hanno un senso di abbrutimento e, non avendo alcun mezzo per riconquistare l'eguaglianza, disperano di se stessi e perdono ogni dignità. Questo dannoso effetto dell'ineguaglianza delle condizioni non si riscontra presso i selvaggi: gli indiani come sono tutti ignoranti e poveri, così sono tutti eguali e liberi. “
Alexis de Tocqueville, La democrazia in America, a cura di Giorgio Candeloro, Biblioteca Universale Rizzoli (collana B.U.R. Saggi), 2005⁶ [1982], p. 37.
[ Edizione originale: De la démocratie en Amérique I-II, Librairie de Charles Gosselin, Paris; 1835, 1840 ]
Chi odia il migrante, il diverso o il più debole spesso non lo fa dopo aver riflettuto, studiato o cercato di capire.
Si limita a ripetere paure, slogan e pregiudizi confezionati da altri.
È più facile trovare un nemico che comprendere la complessità della realtà.
Più facile accusare chi ha meno che interrogarsi sulle vere cause dei problemi.
La cultura insegna a ragionare.
L'ignoranza offre risposte semplici a domande difficili.
E allora mi chiedo quando abbiamo dimenticato che siamo tutti esseri umani? Quando abbiamo smesso di riconoscere negli altri persone uguali a noi?
E soprattutto, perché non riusciamo più a essere semplicemente umani?
(web)
E' più facile spezzare un atomo che un pregiudizio.
Albert Einstein
Virtù scambiati per vizi.
Questo è un pensiero comune. Soprattutto da parte di coloro che hanno sovrascritto la loro vita in termini di sacrificio e di onore della sofferenza cronica.
Tuttavia le nuove generazioni di "debole" hanno soltanto i loro genitori. Dei quali stanno pagando tutte le mancanze emotive, tutti gli indottrinamenti di sudditanza e le varie convinzioni distorte sui ruoli donna-uomo e in generale sulla propria realizzazione.
Questo commento in particolare era scritto sotto la dimostrazione di una consulenza evolutiva, in cui una ragazza entrava in contatto con la sua bambina interiore.
Come ho già scritto, affacciarsi su certi luoghi non è quasi mai divertente, ma il risultato è importante e chi lo fa dimostra una volontà di cui quelli che pensano certe stronzate non sono sicuramente capaci.
Chi si mette in gioco, attraversa parti di sé di cui la stessa mente e lo stesso corpo rifiutano la presenza, è tutto l'opposto della debolezza.
Il fatto che ricerchino sé stessi, la loro verità, che vogliano ridimensionare la loro vita, trovare altre risposte, che non si accontentino di sopravvivere, di fare finta di nulla, di resistere con il buio dentro... è qualcosa che più di tutto si avvicina al concetto di "Essere Umani".
La nuove generazioni sono anche quelle che stanno scoperchiando alcuni vasi di pandora, tenuti coperti da tutti i "grandi sacrificati" e complici che li hanno preceduti.
La poesia dell’estetica: il mondo beauty come ricerca del vero
Era uno di quei giorni in cui il mondo sembrava sul punto di cambiare pelle, l’aria aveva quella trasparenza fragile che precede il freddo e ogni cosa pareva respirare lentamente. Io camminavo come si cammina dentro un pensiero che non vuole finire, avevo nelle mani un libro e un rossetto color borgogna: due oggetti molto diversi, che parevano contenere tutto ciò che sono. Ripensai a quando qualcuno volle sapere in che modo la mia fedeltà alla parola e all’arte di scrivere potessero convivere con la mia devozione alla forma, alla luce e al colore: come se il pensiero e la bellezza appartenessero a regni separati, come se la poesia abitasse il pensiero e la bellezza la superficie, come se le due non potessero specchiarsi l’una nell’altra senza perdere profondità. La domanda era semplice, ma dentro di me aprì un varco. Non perché avesse messo in dubbio qualcosa, ma perché mi costrinse a guardare con più chiarezza ciò che per me è da sempre un’unica luminosa verità, dove bellezza e poesia convergono. Davanti a uno specchio, come davanti a una pagina bianca, si compie un atto di verità: si sceglie chi essere, si ordina il caos e si disegna una misura. Ogni gesto, ogni parola, ogni sfumatura di colore è un modo per dichiarare la propria esistenza. La società odierna vive nel preconcetto che la bellezza sia frivola, io credo, invece, che essa rappresenti una delle forme più alte di responsabilità. Chi cerca la bellezza, cerca l’armonia, chi cerca armonia lavora con cura, e la cura per me è la prima forma d’etica che conosciamo. Nel dipingere un volto, come nello scrivere un verso, ci si prende cura del mondo, lo si guarda con attenzione, lo si ascolta e gli si restituisce dignità. In quel giorno di ottobre, con gli alberi che si piegavano come versi non ancora scritti, compresi che non stavo scegliendo tra due mondi, ma stavo finalmente abitandoli entrambi, e che forse la mia vita intera non è altro che questo: un esercizio di fedeltà alla bellezza, alla poesia e al mistero che le tiene unite.
In Plotino la bellezza è il principio che attraversa e ordina tutte le cose. Ciò che chiamiamo “bello” non è una forma in sé, ma la sua partecipazione a un’armonia più alta, riflesso dell’Uno nel molteplice. La bellezza, dunque, non appartiene al dominio dell’apparenza, essa è il segno visibile di una coerenza interiore, di una misura che unisce l’essere e il bene, e da questa visione nasce un’idea di bellezza inseparabile dall’etica. Contemplare il bello significa riconoscere l’ordine che struttura il reale e, in qualche modo, assumerlo come norma del proprio agire. L’anima che si eleva verso la bellezza non lo fa per diletto estetico, ma per una forma di fedeltà al vero, per un bisogno di purificazione e di giustizia interiore. È nella tensione tra luce e responsabilità, tra splendore e misura, che la bellezza rivela la sua natura morale. Lungi dall’essere un lusso o un ornamento, essa diventa la più esigente delle forme del pensiero: un modo di abitare il mondo con verità. Guardare il bello, dunque, significa riconoscere, attraverso la luce delle forme, la presenza di un principio etico e intelligibile che le governa. In questa prospettiva, la bellezza non è un’emozione, ma un esercizio dello spirito: un movimento dell’anima che, riconoscendo l’armonia del mondo, si dispone a imitarla, a custodirla e a renderla atto. È in questo gesto di cura e di partecipazione che l’estetico incontra l’etico nella consapevolezza che non può esserci bellezza senza giustizia, né splendore senza bontà. Per Plotino, il bello è lo splendore del vero: in quel bagliore si specchia ogni forma di creazione, dalla poesia all’arte, dalla parola al gesto più umile e quotidiano, persino quello di chi, con un pennello da trucco, scolpisce e armonizza la luce sul volto di una persona. Il volto, infatti, è la nostra prima tela: il luogo in cui l’essere si fa immagine, dove vita e arte si incontrano. Leonardo vi cercava la proporzione divina, la misura segreta che unisce microcosmo e cosmo, l’eco della stessa legge che regge i moti delle stelle. Botticelli, invece, faceva del corpo un pensiero visibile, un equilibrio fragile tra materia e idea, sensualità e purezza, terra e cielo. Così, dal neoplatonismo di Plotino fino ai maestri del Rinascimento, la bellezza resta un atto di conoscenza e di responsabilità: il tentativo, sempre rinnovato, di dare forma al vero. Così, nel mondo del make-up, come in quello della pittura, il colore è linguaggio, la forma è pensiero, e l’armonia, ancora una volta, è etica. La poesia, la letteratura e l’arte visiva condividono con il mondo beauty un gesto comune: trasformare. Come scriveva Ovidio nelle Metamorfosi, ogni cosa vive di un continuo mutamento e il trucco, esattamente come la parola poetica, non nasconde, ma svela e costituisce una forma. La bellezza, dunque, non è frivolezza, è linguaggio politico, etico e spirituale, esattamente come la poesia. Quando Simone de Beauvoir scriveva che non si nasce donna, ma lo si diventa stava parlando della libertà di scegliere la propria forma e di costruire la propria immagine come gesto di autodeterminazione. E se è vero che non c’è forma senza ideologia, allora anche il trucco, il gesto estetico, può essere un atto poetico e politico insieme, una ribellione contro l’omologazione e una dichiarazione d’identità. Ogni rossetto, ogni verso e ogni pennellata nascono dallo stesso desiderio: dare forma all’invisibile. La bellezza, dunque, non toglie spessore al pensiero, ma lo amplifica. La poesia, la letteratura, l’arte, la musica, la moda e il make-up sono arti sorelle, perché nascono tutte dal bisogno umano di testimoniare la propria presenza al mondo con grazia, consapevolezza e responsabilità.
Oggi comprendo che poesia ed estetica non sono mondi opposti, ma coincidono nell’attimo in cui lo sguardo si trasforma in amore, e l’amore, facendosi forma, diventa la più alta espressione dell’essere.
Mi piace il verbo «resistere». Resistere a ciò che ci imprigiona, ai pregiudizi, ai giudizi affrettati, alla voglia di giudicare, a tutta la cattiveria che è in ognuno di noi e che chiede solo di esprimersi, alla voglia di arrendersi, al vittimismo, al bisogno di parlare di sé.
Buona serata❤