C'è qualcosa di bello per me?!
MIlano non era poi così diversa da oggi nel 2016, ero io ad esserlo, mi nutrivo ancora di club, feste improvvisate, circolini, concertini e bella gente.
Era diversa però dagli anni precedenti, dopo l'Expo erano successe miliardi di cose, oltre ad essersi alzati i prezzi degli affitti c'era stata un'ondata di aperture di bistrot, ristoranti, bakery, caffetterie, pizzerie gourmet, nonostante ciò non c'era mai e dico mai posto per mangiare, ovunque andassi bisognava prenotare con giorni di anticipo. Come diceva Silvio:"Ma quale crisi! I ristoranti sono pieni!" Cazzo se aveva ragione, era così. Eppure il mondo dell'arte in quegli anni non aveva avuto grandi finanziamenti, anzi, il FUS era sempre più basso, sempre più soldi all'Opera lirica, sempre meno alla danza, alla pari del circo. Fare il danzatore mi riusciva piuttosto bene, non dico fossi arrivato a risultati pazzeschissimi al punto che i coreografi facessero a gara per avermi nelle loro produzioni, diciamo che mi ero trovato un giro piuttosto protetto che mi faceva lavorare, non con grande continuità, ma che mi permetteva di mantenermi in una Milano dal costo della vita ancora decente. Nel 2015 le cose iniziano un po' a precipitare, non mi chiamano più, non ho più la percezione di avere i giri giusti di prima, le audizioni italiane mi scagano e non ho i soldi nemmeno per fare audizioni all'estero; mi chiudo, mi sento una fallita, passo giornate in pigiama a guardare le vite degli atri su Facebook mentre bevo litri di caffè Suerte, quello che al PAM costa meno. I miei amici hanno lavori stabili, programmano vacanze, vanno fuori a cena, io mangio riso e patate e poi vado al Picchio per una birra a 3 euro. Una situazione che la NASPI copriva fino ad un certi punto, ed è così che col culo per terra mi sono ritrovato per strada con i CV sotto il braccio ad implorare un part time OVUNQUE mi dessero la possibilità di fare un colloquio.
Arrivare a lavorare in una grossa catena di retail era per me approdare su un altro pianeta, come faccio ora a lavorare per davvero? Sarò in grado? Avere orari, turni, responsabilità e doveri? Era un bagno di realtà a cui non ero per niente abituato, nonostante essere un free lance ti prepari per salti nel buio a paracadute chiuso timbrare il cartellino era qualcosa a cui non ero pronto, e invece eccomi qua. Sveglie alle 5,30 a novembre, per iniziare il turno delle 7.00, quando arriva il camion per scaricare la merce. Io, che prima delle 10 non emetto suoni udibili ero costretto ad interagire con le persone e a dover pure essere in grado di fare andare il cervello perchè i colleghi, già formati e coesi, erano belli spediti nel fare le loro operazioni, io invece ero un'impedita del cazzo che non sapeva dove mettere le mani, rallentata come poche con dei cali di zuccheri da svenimento dovevo: aprire box, togliere la merce dalla pastica, impilare la merce, passare al compagno che taccheggia la merce, smistare la merce sui vari stand da portare sui piani vendita e successivamente inserire la merce in eccesso in magazzino. Il MAGAZZINO è un posto che col tempo ho imparato ad amare tantissimo, caro il mio magazzino. Chissà che opinione avevano di me quei colleghi, ero molto preoccupato di fare bene, di stare al loro pari, di integrarmi, di essere come loro, erano tutti così cool, tutti avevano una vita al di fuori di quelle 25 ore di lavoro. Cazzo se solo potessi avercele oggi 25 ore di lavoro, che sogno. Avevamo tutti circa 30 anni, chi più chi meno, tutti emigrati a Milano per studiare, per lavorare, ed eccoci lì operai della moda fast fashion, ad implorare un giorno OFF attaccato ad un altro per poter andare a trovare un amico a Berlino o ad Amsterdam, a scambiarci i turni perchè fra colleghi si fa così.















