Renato Rita, Galeria del Paseo (Punta del Este)
Ammesso che abbia un senso ricercare l’identità dell’arte contemporanea di un Paese specifico, com’è l’arte in Uruguay?
Se vogliamo fare un confronto con altri Paesi, la sostanziale differenza è che noi non abbiamo una storia e questo ci permette di essere molto più coraggiosi, perché non abbiamo un peso sulle spalle. Non abbiamo il Rinascimento, ad esempio. Noi possiamo dire di aver scoperto l’arte da “cinque minuti”. Ci sono due cose, tra le più antiche dell’umanità, che il sud del mondo, come Argentina, Uruguay, Chile, Paraguay, Bolivia, Perù, ha scoperto da poco, diciamo da “cinque minuti”: che i soldi e l’arte sono importanti! E questo si porta con sé anche un’estetica. Qui la presenza dell’artista ha ancora un’enfasi, una intensità molto più forte che nel mondo civilizzato, o europeo, per dire un nome, dove gli antecedenti son talmente forti che cercano di scomparire perché appaia solo l’opera. Qua è il contrario: l’artista desidera comparire nell’opera e che lo si riconosca come tale. Tutto questo gli dà un certo carattere ingenuo, voluttuoso, intelligente in maniera primitiva. Siamo un po’ la versione contemporanea delle Grotte di Altamira, in questo mondo senza cemento.
Come hai cominciato la tua attività di gallerista?
Io non sono gallerista, la gallerista è Silvia Arrozés. Io vengo dalle lettere: mi piace scrivere, mi interessa la poesia, però con quello non ce la si fa. Quindi ho applicato le lettere a quell’unica forma di arte con cui si guadagna, l’arte contemporanea. Cioè, io non posso vendere un libro di poesie così (n.d.r. mima il volume di un libro) a cinquemila dollari, ma quella tavoletta là (n.d.r. indica l’opera di Marco Maggi delle medesime dimensioni), vale quindicimila dollari!
Quindi mi sono avvicinato all’arte con la parola, cercando di fornire una cornice intellettuale. Nel mondo civilizzato si chiama “critico” però non è per me, io non sono critico.
Curatore?
Mmm… la definizione migliore che ho trovato e con cui rispondo quando me lo chiedono in certe conferenze, è questa ed ha a che fare con il calcio: il mio posto nell’arte è lo stesso del guardalinee. Sto nel gioco, ma fuori dal campo. Aiuto l’arbitro (che è il vero critico) in quello che non vede. Sono esente dalla questione della gloria (ai guardalinee non interessa la gloria e tuttalpiù mai gli arriva), il che è una grande liberazione dalla frustrazione. E se mi sbaglio mi arriva una bottiglia in testa dalla tribuna. Ahahah! Quello è il mio posto nell’arte. Così è e così mi sono fatto.
Buona la metafora! E come sono gli artisti uruguaiani?
Ci sono artisti importanti e riconosciuti come Torres Garcia, Figarí e altri. In generale c’è una tendenza all’astrazione perché è un paese povero, quindi tutto ciò che è “assenza di mezzi” piace agli artisti. Sono anche molto silenziosi e le loro opere sono, in generale, molto austere.
Nei materiali?
In tutto, anche nella loro retorica. Non hanno un’espansione gratuita. Vogliono qualcosa di preciso, vogliono trovare qualcosa di concreto, a differenza degli argentini.
Ricardo Pascale*, ad esempio, lavora molto con il legno. Ho letto in una sua intervista che egli definisce l’Uruguay “un paese senza foreste”, che non ha sviluppato un artigianato del legno né una tradizione dell’intaglio.
No beh, la proporzione abitanti/alberi se guardiamo è abbastanza alta! Può essere che in confronto con il Brasile ci siano meno foreste. Lui utilizza il legno perché è una materia prima molto economica in Uruguay, ti permette di fare qualsiasi qualcosa. Ti dirò una cosa curiosa: Pascale è stato due volte presidente della Banca Centrale dell’Uruguay, quindi, come io gli ho già detto, è meraviglioso che faccia “codici a barre” così intelligenti!
Ricardo Pascale, Opere della serie Random Movements, legno, 2011.
Come si sta a Punta del Este?
È tutto assurdo, è tutta finzione! È incredibile: è un posto senza storia che è nato ricco sin da subito, sono luoghi unici nel mondo. Qua per quanto si scavi non si incontrerà né un’arma né un pezzo di pietra antica, petrolio al massimo! È tutto contemporaneo e… sinistro, nel senso più complesso della parola, perché può succedere qualsiasi cosa.
* Ricardo Pascale ha rappresentato l’Uruguay alla Biennale di Venezia nel 1999 e quest’anno sarà il commissario del padiglione uruguaiano, insieme all’arista Marco Maggi.





