Necessario è premettere che in questo text si può incorrere in due errori.Ogni errore prevede un filtro di lettura determinato dalla visione o meno della serie sopracitata. Nel primo caso, il lettore che ha già visto la serie, può essere, anzi quasi sicuramente sarà il mio interlocutore più difficile. Questo perché quando si parla di serie televisive, diversamente da un film (che avendo comunque una sua sfaccettatura interpretativa presuppone comunque un concetto di fondo largamente condiviso) il giudizio si prepone irrimediabilmente su un materiale frammentario, come frammentaria è la forma con cui si pone qualsiasi serie (a episodi) come il contenuto che sfrutta a pieno tale modalità espressiva volta alla dispersività. Perciò se il lettore "gia colto" e che "sa già tutto" desidera imporsi con quello che mi piace chiamarlo "atteggiamento di disapprovazione a priori identitista" può tranquillamente chiudere il text. In una comunicazione scritta in fatti l'arrogante è colui che scrive mentre colui che legge deve porsi dalla prima alla ultima lettera come umile ascoltatore. Fuori da esso potrà poi trarre le giuste conclusioni. L'altro errore può invece verificarsi nel caso in cui il lettore non abbia mai visto la serie. La riflessione può essere anche seguita tuttavia nella completa ignoranza della serie. Può essere anzi un buon motivo e un filtro di lettura per iniziare a seguirla. Passiamo ora al commento della serie.
Partendo dal presupposto che la serie è ottima, curata nei minimi dettagli e precisa nel contenuto, la riflessione non verterà sulla contorta trama (sarebbe quasi scontato e dozzinale farlo) ma bensì sui personaggi. O meglio sul duale personaggio Rust-Marty. Infatti benchè la serie tenti di distinguere in maniera marcata i due protagonisti essi ci configurano fino alla fine come un unico agente attivo nella narrazione, dove attivo no si intende solo motore nelle scene e nella progressione della trama ma anche come ente espressivo su cui si posano tutti i pretesti e tutti gli elementi narranti secondari. Tale onnipotenza tipicamente romanzesca che può infastidire uno spettatore si propone con naturalezza e indipendenza senza appesantire la visione. Il problema non si presenta infatti sulla onnipotenza in sé ma bensì COME è possibile percepirla. Lo sfasamento temporale in cui intercorre la trama (fra gli interrogatori e le indagini dall'85 al 2010) è una chiara prova che i due personaggi sono in grado di sbiadire il passare del tempo. Gli anni non hanno minimamente intaccato né Marty, che risente solo di un matrimonio che comunque è finito non per il tempo ma sempre all'interno dell'ente omnipresente (ovvero la lite con il collega protagonista) mentre Rustin si presente solo cambiato fisicamente: tale cambiamento non si fa accompagnare da quello ben più importante psicologico, e anzi, viene subito spiattellato al presentatore fin dalla prima puntata, attenuandone drasticamente l'importanza. La percezione (che mi ha infastidito) che l'agente narrativo fosse quasi coperto da una bolla di protezione reverenziale serve esclusivamente per il pretesto. Il pretesto di esprimere e di esprimersi. Il regista usa l'impulsività di Marty per far parlare Rust mentre le congetture di Rust servono a far riflettere Marty, ponendoli in un suo io circolare che sfasa solo in banali faccende private volte ad assottigliare questa onnipotenza comunque evidente. I personaggi sono quindi perfetti dentro se stessi e le loro stesse imperfezioni portano aiuti anche se sofferti e neanche la debolezza di fine stagione da semi lieto fine può ammorbidire un personaggio ormai cristallizzato.