Qualche mese fa, in una mattinata qualunque di un giorno qualunque della mia comunissima vita, ho incrociato la coscienza sporca della Repubblica Italiana.
Essa si era palesata in un'aula del Tribunale cittadino.
Sedeva dove di solito si accomodano i testimoni, aveva i modi e l'aspetto borghese di un distinto signore di mezz'età.
Elegante e slanciato, non potevi non notarlo.
Ci ho messo qualche secondo a riconoscere quel volto: mi sembrava sì familiare ma ho dovuto rovistare un po’ nella mia mente per associare il viso ad un eventuale nome, anche perché il tempo non lo fermi e i suoi segni li lascia.
Una volta compiuta questa mnemonica addizione, un colpo al cuore!
Quel distinto signore era uno dei protagonisti-ombra di molte pagine della nostra storia.
Il suo viso e il suo nome io li avevo conosciuti leggendo gli articoli e gli atti relativi alla strage di Bologna, o meglio, a quanto successe dopo quel 2 Agosto di trentasei anni fa, quando lessi di tentativi di sviare le indagini, di esplosivo su treni, esplosivo messo non per far saltare in aria uomini e cose ma per aiutare a intorbidire, ancora di più, acque già fin troppo torbide.
Continuai a fissarlo a lungo, non smettendo di meravigliarmi della sua presenza in quell'aula. Seppi che era lì per essere sentito come teste in un processo.
Lo fissavo e pensavo a cosa celasse dentro di sé.
Lui sa, mi dicevo.
Avevo a pochi metri da me colui che forse poteva dare la risposta a tanti perché. Lo vedevo parlare con gli avvocati presenti nell'aula, lo vedevo tranquillo e sorridente e mi chiedevo come fosse possibile entrare e uscire dalle più nere pagine senza perdere l'aura di rispettabile borghese.
Ai miei occhi sembrava quasi un paradosso ma metterla così è una imperdonabile ingenuità.
La coscienza sporca di questo Paese mantiene sempre la sua veste immacolata.
Avevo scambiato per una contraddizione quella che è una banale necessità.