Sicily, Mila Isabelle


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Sicily, Mila Isabelle
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L’INGORDO MANIACO - LA LUSSURIA DELLA CREMA PASTICCERA
Se hai letto Orazio, hai sicuramente incontrato quel verso in cui dice che lo stolto, per evitare un guaio, cade in uno più grosso. Ora, essendo io il re degli stolti, seguo fedelmente quanto il poeta ha pronosticato. Tutto incominciò con la morte del Cavaliere Epifanio Patanè, uomo di grandi ma a me ignote virtù e zio di Provvidenza, la mia zita virtuale, nel senso che ci comportiamo da ziti, ma non ne abbiamo ancora metabolizzato il motivo essendo il nostro rapporto basato principalmente su sesso, opportunità, dolci e una dose d’affetto che pomposamente io chiamo amore ma che lei non chiama neanche. A sua giustificazione devo dire che, a quanto ho capito, non ha mai detto ti amo ad un uomo, mentre troppe volte lo ha detto a qualche donna. Dato che per un mese avevamo visitato tutti i parenti di Provvidenza per presentarci come ziti e a mangiar dolci, dovevamo a questo punto essere presenti alla veglia del povero zio Epifanio. Quando ne parlai con mio padre mi aspettavo uno dei suoi commenti acidi e scostanti in quanto io avevo visitato tutti i parenti di Enza, ma lei non era venuta neanche a conoscerlo. Scoprii che il Cavaliere Epifanio Patanè era un amico del nonno e che quando mio padre aveva aperto il negozio lo veniva a visitare regolarmente anche solo per comprare una lampadina di cui non aveva bisogno. Questa sua amichevole presenza e la dipartita improvvisa malgrado i quasi novanta anni, intristì moltissimo mio padre che mi concesse di andare dicendomi che poi sarebbe passato anche lui ad onorare la salma. Concordai quindi con Provvidenza di vederci a casa sua e lei mi raccomandò di comprare un vassoio grande di amaretti più adatti, nella loro semplicità ed austera presenza, ad essere offerti ad amici e parenti che venivano a salutare per l’ultima volta il Cavaliere nella camera ardente allestita a casa. Provvidenza mi ripete cinque volte di comprare questo benedetto vassoio di amaretti ed io per cinque volte le dissi di non preoccuparsi, che ci avrei pensato io mostrando anche insofferenza alla sua continua insistenza. Cosi quando salendo in macchina lei mi chiese del vassoio ed io le dissi di non averlo preso, ebbi la netta sensazione che la macchina sarebbe esplosa in una palla di fuoco. Abituato a mentire e a reagire alle situazioni difficili le dissi che non l’avevo preso perché sulla strada c’era una pasticceria che faceva dei buonissimi amaretti e che volevo prenderli li. Conoscendomi come un esperto di pasticcerie e dolci, per il momento mi graziò. Mentre andavamo, cercavo di ricordarmi dove potevo trovare una pasticceria finché mi ricordai che in una traversa poco prima della casa degli zii c’era un’ottima pasticceria e quindi svoltai e quando arrivai con tono di sufficienza le feci vedere la pasticceria come a dire “ti devi fidare”. Mentre mi avvicinavo però sentii che c’era qualcosa che non andava e che quella pasticceria per un motivo che non ricordavo era una di quelle che evitavo. Quando entrammo una signora abbastanza grossa con i capelli di un biondo troppo perfetto per essere vero, ci dava le spalle dietro il bancone. La salutai e nel girarsi capii perché negli ultimi anni avevo evitato quella pasticceria. “Alfiuccio – gridò la signora con un gran petto che le balzava fuori dal camice, il volto tutto tirato e truccato come una diciottenne, e le braccia piene di bracciali d’oro e piccoli tatuaggi – come stai?” In quel momento mi diedi il premio Nobel della minchionaggine “Mari… signora Marisa – risposi con un sorriso forzato – come sta!” “ohh ma ti sei fatto proprio un bell’uomo – disse uscendo da dietro il bancone e venendo a salutarmi aprendo le braccia, cosa che faceva risaltare, nel camice allargato, l’ampia scollatura dell’abbondate seno e la gonna che finiva dieci centimetri sopra il ginocchio a mostrare due gambe perfette e un paio di tacchi da vamp - Veni ca, dammi nu baciu “ e mi strinse contro il petto straripante baciandomi sulle guance. Ora, citando sempre Orazio quando dice “ci vuole un ladro per riconoscere un altro ladro” io intuii subito che Provvidenza, osservando la signora Marisa e soprattutto come mi abbracciava, come mi stringeva e come mi toccò il sedere per dirmi che le sembravo ingrassato, si sarebbe fatta una certa idea e che gelosa com'era, prima o poi mi avrebbe mostrato il conto. Per minimizzare il danno presentai Enza come la mia fidanzata e la signora Marisa subito a elogiarmi “ma lei è fortunata, da piccolo era sempre cosi bello, servizievole sempre pronto, mi aiutava sempre ed io per ringraziarlo gli davo i cannolicchi alla crema…” Io stavo per dirle qualcosa che lei ne prese uno e me lo infilo in bocca “Assaggia, assaggia come è buono “ ed io me lo mangiai mentre Enza mi guardava con una certa malizia negli occhi pensando che, conoscendomi bene, io ero servizievole e sempre pronto solo in una cosa. Intanto la signora Marisa preparò un enorme vassoio di amaretti e paste secche e ce lo passo. “vienimi a trovare - mi disse accompagnandomi alla porta – mi raccomando, non fare passare tutto questo tempo” ed ancora baci, strusciamenti e sguardi taglienti di Provvidenza.
“Ora capisco perché non volevi prendere le paste altrove – fece lei un po seccata quando tornammo in macchina – volevi rivedere la tua amica! Questa come te li faceva mangiare le paste come Cocima o Filippa?” “Ma figurati se sapevo che c’era lei – risposi sinceramente – prima c’era un'altra gestione” Per fortuna la pasticceria era proprio vicina alla casa del Cavaliere Patanè e già sulla porta incontrammo parenti e amici che distrassero Provvidenza e la fecero calare nella triste circostanza. Salimmo all’ ultimo piano entrando nella grande casa dove un salone enorme era stato svuotato e la salma collocata su un lato con candelabri e grande foto del defunto sulla parete, corone di fiori e candele mentre la restante parte del salone era piena di sedie occupate dai tantissimi parenti del Cavaliere. Impiegammo un ora ad attraversare il salone dovendo salutare ogni mezzo metro una fila di parenti, tanto che ormai ripetevo senza pensare le solite cose: “Piacere….. sono lo zito di Provvidenza…. grazie per le condoglianze….una tristissima circostanza….. mio padre lo conosceva bene….. una grande persona….. un uomo di altri tempi…… siamo solo polvere nelle mani del Creatore….. ci vediamo…. buona continuazione…..” Arrivai alla salma il cui viso con la pelle tirata, gli occhi sottili e la bocca ridotta ad un taglio sottile, mi ricordava la spaventosa maschera di Belfagor nei film degli anni 60. Mi spostai in fondo al salone mettendomi contro la parete opposta alla salma, per starle il più lontano possibile, mentre le vecchie, sedute nelle sedie incominciarono il rosario. Provvidenza, che insieme a sua zia Immacolata dirigeva le operazioni e la sistemazione di dolci, sedie e persone, andò sul tavolo posto sulla mia destra scartando il vassoio che avevamo portato. Levata la carta restò qualche secondo a guardarlo e poi prendendo qualcosa venne verso di me sorridendo. “Alfiuccio apri la boccuccia che ti do una pastuccia” “Cosa ?” Chiesi non capendo e lei zac mi infilò con violenza un cannolicchio alla crema dentro la gola “L’ho trovato in cima agli amaretti! – fece con un tono che anche sottovoce sembrava urlato - Cos'è un messaggio che vi vedete dopo?” Chiese lanciandomi uno sguardo furente mentre l’assemblea dei vecchi parenti incominciavano a recitare le prime dieci ave Maria del rosario. “Ma che dici! - dissi in mia difesa – lo avrà messo come ricordo dei tempi passati: lei me li dava sempre dopo ….” “Dopo cosa?!” “ dopo che facevamo delle cose” “ e tutte cose sporche non è vero?!” Mi guardai la punta delle scarpe. “Tutte”
Santa Maria madre di Dio…..
Restammo un secondo in silenzio a capo chino come se entrambi stessimo pregando, vedevo però le sue labbra stringersi fino a quasi diventare bianche per la rabbia che provava “Ma come hai fatto a metterti con una vecchia che poteva essere tua madre” “Ma non possiamo cambiare argomento c ‘è il povero zio Epifanio, tutti i parenti” “Se non mi dici la verità finisci tu al posto dello zio!!” Valutai cosa fare. Se mi fossi allontanato, senza il freno dei parenti e della triste circostanza lei mi avrebbe sbranato. Dovevo restare li a capo chino raccontandole di Marisa ed ovviamente dandole tutte le colpe “ E stata lei, mi ha sedotto con la crema pasticcera” “La crema?”
Santa Maria madre di Dio…..
“Si la crema, ero andato per prendere una torta per il compleanno di mia cugina e nel negozio c’era solo lei. Disse che non avevano messo il nome perché non lo sapeva, cosi mise il cartello chiuso alla porta e andammo nel laboratorio. Nel laboratorio, su un lato c’era un corridoio cieco con un bancone in acciaio appoggiato al muro su cui c’erano delle torte, lei ne prese una e scrisse con la sacca piena di crema il nome di mia cugina Agata. Poi volle metterci delle roselline rosa di zucchero e si chinò per prenderle, nel farlo mi urtò con il suo sedere all’altezza dell’inguine. Io avevo comprato un mortaretto grosso per giocare con mio cugino e me lo ero nascosto in tasca. Lei urtò il bengala e fraintese, perché si strusciò ancora, poi si alzò e si girò sorridendo dicendomi che le avevo fatto un bel complimento e mi chiese se le piacevo cosi tanto perché per lei che era vecchia quel gesto, quella mia spudorata voglia, era come tornare giovane, e mi chiese se poteva toccarlo” “E tu “ “Io non avevo capito e le risposi di si e stavo prendendo il mortaretto, ma lei apri la cerniera dei pantaloni e mi afferro il cosino li dentro incominciando a maneggiare e mettendomi un palmo di lingua in bocca, poi… fece uscire il mio coso e disse che sembrava un cannolicchio, cosi ci mise sopra la crema che aveva li vicino e s’inginocchiò..” “Non mi dire che ….”
Santa Maria madre di Dio……
“ si appoggiò al bancone e mi strinse contro di lei aprendo le gambe e spostando le mutandine e dicendomi di spingere, di baciarle il seno e di toccarla tutta, di dirle cose porche e mi bacio con la bocca e le labbra piene di crema. Ed io non capivo cosa dovevo fare e spingevo avanti indietro e la mordevo tutta, ricordo solo il profumo di crema pasticcera che era dolce, viscido come la sua voglia. Lei disse che in quella posizione si stancava si giro, mise ancora crema e alzando una gamba appoggiandola sul bancone, mi disse di spingere. Io feci come mi ordinava, ma presi la direzione sbagliata entrando di colpo nell'uscita di servizio, dove il cannolicchio, per via della crema, entrò senza problema; lei gridò “ma che fai” ed io pensai che dovevo muovermi avanti e indietro come prima e non stare fermo, così lei non disse più niente perché guardava davanti a se con gli occhi chiusi e la bocca aperta. Allora mi resi conto che c’era qualcosa che non andava e con la mano controllai e capii che avevo sbagliato, ma già che ero li incominciai ad usare la mano per farmi perdonare e a lei la cosa sembrava che piaceva” “ sei un maniaco – fece lei con una faccia disgustata - ti dovrebbero rinchiudere perché sessualmente pericoloso”
Santa Maria madre di Dio…..
“Insomma ad un certo punto raggiunse il culmine e quasi svenne da quanto provava. Poi mi diede la torta e quattro cannolicchi, mi fece uscire dalla porta posteriore che dava sul garage e mi disse di tornare il giorno dopo che mi dava altri cannolicchi” “E tu ovviamente…” “sono tornato quel giorno e tanti altri” “Avevi trovato una bella maestra” “Devi capire poverina, suo marito era malato e non gli funzionava e lei era stata a dieta di cannolicchio per anni, perciò si voleva sfogare: lo sai che le diete sono contro natura” “e tu eri tanto caritatevole che la sfamavi” “Insomma cercavo di aiutarla” “si le davi una mano diciamo, insieme a qualche cos'altro” “Era lei che lo voleva: glielo davo per il suo bene” “Porco”
Santa Maria madre di Dio…
“Non era come pensi, a lei non piaceva tradire il marito per questo lo faceva con la crema, perché cosi si sentiva sporca e che veniva punita” “Nell'uscita di servizio?” “Anche” “Come anche” “Voleva che la ingiuriassi e picchiarsi perché si comportava male. Per questo non ci sono più andato. Mi faceva paura. Non puoi trovare piacere facendo quelle cose.” “E allora non ci sei andato più” “No! avevo incontrato Giovanna e pensavo solo a lei” “Tanto il porco lo avevi già fatto”
Santa Maria madre di Dio…..
“Lo facevo finché giocavamo con la crema che mi piaceva. Per me è stata sempre una cosa lasciva, setosa in bocca che mi accendeva il piacere del sesso. La crema è cosi è come un rossetto rosso fuoco sulle labbra o la guepière di lusso: accende immediatamente la voglia di sesso. Per questo la mettono da per tutto, perché promette tutto quello che uno desidera” Provvidenza restò in silenzio e pensai che la cosa fosse finita li.
Ora io non le avevo detto che in fondo, a parte quando Marisa voleva che la picchiassi e insultassi, a me quello che facevo con lei, mi piaceva. Adoravo quel corpo tondo e prepotente, che finiva sempre coperto di crema dolcissima in ogni sua parte, crema che aggiungeva sapore e dolcezza alla sua cellulite e cuscinetti di grasso, che impastava i suoi peli e circondava tutte le sue aperture. Lei era ormai per me la personificazione della crema pasticcera, ne aveva il sapore, l’odore, la dolcezza, la morbidezza, la sensazione di abbondanza e ricchezza, i riflessi di seta, la luce, l’irruenza, la nota dominante vogliosa e viziosa. Malgrado nel suo laboratorio di pasticceria vi fossero altre creme, lei preferiva quella crema giallo intenso che distribuiva sulla mia o sulla sua pelle con voglia e desiderio, per poter essere amata e degradata a peccatrice per sentirsi dannata a causa di come soddisfaceva le sue voglie tradendo il marito amato e corrompendo chi poteva essere suo figlio. Ed io percepivo questo suo intenso piacere nel soddisfarsi e punirsi, nel peccate e nel godere sia del piacere che della punizione che cercava, un piacere unico che alla fine lei mi donava nella crema che spalmava lungo tutto il suo corpo tondo ed immensamente voglioso e perverso e di cui io mi nutrivo.
D’improvviso, mentre avevo negli occhi Marisa che si crogiolava nella sua crema come un maialino nel fango, Provvidenza mi prese una mano dicendomi solo “Vieni” Mi trascino fuori dalla stanza. Percorremmo un corridoio e svoltammo in un altro, lei apri una porta ed entrammo in una camera piena dell’arredo del salone con mobili, tappeti arrotolati e sedie antiche. Non accese neanche la luce, mi abbraccio, schiacciandomi contro la porta e mi baciò come solo lei poteva fare. “Mi hai fatto venire voglia” Disse sottovoce incominciandomi a sbottonare il pantalone. “Dammelo” E sbrigativamente lo afferrò scuotendolo. Capì che nel silenzio che era seguito alla nostra conversazione, lei aveva pensato a quello che io stesso avevo rivissuto. Credevo che questa volta, non avrei potuto darle quanto cercava, invece lui, il malvagio, la coda del diavolo, la rovina della mia vita, già mezzo sveglio per il ricordo del corpo di Marisa rivestito di crema, capì subito che chi lo accarezzava era la sua Provvidenza, la sua padrona, complice e vittima, che lo chiamava ad un'altra ordalia amorosa. Reagì immediatamente con voglia e determinazione, mentre la mia mente impaurita sentiva l’ultima Ave Maria e notava, con ansia crescente, che la porta non aveva nessuna serratura; ma lui quel cannolicchio maledetto, quell'essere fonte di guai e di frustrazioni, non pensava alla paura, si nutriva con intenso piacere con quella voglia fortissima e dominante che veniva dal corpo di Provvidenza e dai miei ricordi. Lei mi spinse su una sedia e quando il birillo apparve sugli attenti come un bravo soldatino davanti la sua garitta pelosa, lei spostò le sue mutandine minimali e si sedette su di lui con voglia, incominciando ad ondeggiare avanti e indietro. Mi strinse come se fossimo stati sul bordo di un precipizio e lei potesse precipitare se non si teneva stretta stretta a me. Così, stretta a me, con il bacino invece andava avanti e indietro spingendolo contro il mio diavolo e poi tornando indietro. La sua lingua esplorò il mio orecchio, le sue labbra succhiarono il mio lobo e poi scesero sfiorando il collo e mordendolo di tratto in tratto delicatamente. La mia bocca faceva lo stesso, mentre ero stordito dal suo profumo, dal suo calore, dal suo silenzioso ansimare. Ed erano quel profumo della sua pelle inteso e dolce, quel calore che mi avvampava, quell'ansimare affannato e goloso che dava forza al maledetto la sotto, che da piccolo soldatino era diventato un obelisco di pietra, che lei forgiava con il fuoco liquido in cui l’aveva immerso. La mia mano sinistra sposto il casto camicione con cui si era vestita per la triste occasione e risali a fatica fino a seno e lo strinse delicatamente, ma vogliosamente; la mia mano destra accarezzava la sua schiena, quelle spalle che per me sono come una tela bianca per un pittore e ne cercava le curve, i nei, il guizzare ritmico dei muscoli. Era questa Provvidenza che accendeva la mia anima, un vulcano che eruttava vita attraverso il sesso e che la voleva con i suoi accecanti desideri.
Ti ho già detto che io non sono un maratoneta del sesso, amo troppo farlo, tanto che brucio tutto subito. Devo ora aggiungere che il mio cannolicchio, in quanto a dimensioni, è nella media delle medie, infatti non guardo mai film porno perché mi vengono dei grandi complessi di inferiorità nel paragonare il mio cacciatorino con la mortadellona dei vari attori. Forse per questo ho compreso che se l’amore è questione di cuore, il sesso è questione di testa, di come viviamo quanto stiamo facendo e di come proiettiamo i nostri più profondi desideri in esso. Perciò sentendo che nel salone erano già arrivati ai Misteri Gloriosi, e che la camera in cui eravamo era vicino al bagno di cui la maggior parte di quei vecchietti avevano bisogno per problemi di prostata o diuretici, la paura che qualcuno aprisse per sbaglio la porta con già la mano nella patta dei suoi pantaloni, incominciò a crescere incontrollata in quella (piccola, piccolissima) parte del mio cervello che non era accecata dal sole del sesso. Mi chiesi cosa avesse scatenato la voglia di Provvidenza. Forse la crema ed il suo uso, forse l’aver violato l’uscita di servizio di Marisa. Andai per tentativi e visto che non c’era crema, la mia mano destra scese lentamente sfiorando tutta la schiena di Enza. Arrivo alla sua fine e si inoltrò nel solco che divideva i due morbidi emisferi che pesavano sulle mie gambe. Lo percorse tutto lentamente fino ad arrivare a toccare laggiù, l’infima porticina del corpo umano; l’accarezzai e ne percorsi più volte la circonferenza, Enza emise un leggero mugolio e alzò la testa tenendola accanto alla mia finché il mio dito non incomincio ad esplorare con meditata lentezza l’interno della sua intimità più volgare. Lei si staccò da me e con la testa rivolta verso l’alto, gli occhi chiusi e le labbra serrate tra i denti per non far uscire suoni, dilatò le narici come a far uscite da li l’urlo che le labbra non potevano fare. Incominciò a spingere contro il dito e a tornare in avanti a divorare per poi subire tornando indietro. Era questo che aveva scatenato il suo desiderio: essere regina e schiava, dominare e subire, avere tutto e donare tutto. Il suo corpo vibrava e le sue orecchie erano rosse come fuoco, la testa andava lentamente all'indietro, mentre il corpo pendolava sempre più velocemente tra i suoi due terribili opposti, fino a che sussultò come se fosse iniziato un terremoto dentro di lei ed ogni sua parte interna ed esterna tremò quasi presa da una forza incontrollabile. Si fermò diventando per qualche secondo una statua, vivendo per pochi istanti in un mondo che non era quello in cui erano i nostri corpi, poi lentamente si ripiegò tornando ad abbracciarmi con la testa attaccata alla mia ed il cuore che lentamente diminuiva i suoi battiti.
Restò così per quasi un minuto, poi mosse la testa cercando con i suoi i miei occhi. Mi guardò quasi per capire quale diavolo ci fosse in me che la possedeva sempre in quel modo selvaggio e totale. Poi sorrise e disse con un filo di voce “Ogni volta mi fai morire e rinascere” La guardai e d’improvviso mi apparve chiara una verità disarmante “Tu stai con me solo per questo” “È vero” Mi bacio con passione “Anche tu stai con me solo per questo” “È vero, io sto con te ANCHE per questo” Si fece seria e guardo le mie labbra su cui era rimasto come sfida quand'anche che avevo aggiunto, poi scese a baciarle, delicatamente, teneramente per raccogliere quella congiunzione che era confessione e rimprovero. “Tu sei mio - disse quando si staccò – solo mio, non ti divido con nessuno” “Vorrei dire anch'io la stessa cosa” Lei mi guardò seria. “Ho avuto e avrò tante donne, ma tu sei il mio unico uomo, ho bisogno di loro come ho bisogno di te.” “Ma io non lo chiamo bisogno” “Lo so ed è per questo che sei l’unico, perché nessuno uomo ha mai avuto per me quello che tu provi e che ha la stessa forza del mio bisogno di te. Tu ora sei l’unica persona che mi ama, che mi dona tutto sé stesso quando glielo chiedo e che non mi ha mai abbandonato, cacciato o tradito, rimproverato o deluso. Non posso lasciarti, anche se trovassi qualcuna che per me avrà il tuo stesso amore, non potrò mai lasciarti.” Sentimmo la voce di qualcuno che si avvicinava alla porta, lei si alzò di scatto mettendosi a posto e afferrata la maniglia della porta per evitare che aprissero, aspettò che mi tirassi su i pantaloni “Prendi le sedie” mi disse sotto voce, poi dandosi un contegno e sistemandosi gonna e capelli aprì la porta. “Vieni – disse a voce alta – prendi anche quell’altra sedia “ e girandosi si trovò davanti sua zia Immacolata con un signore distinto. “ciao zia, ho detto ad Alfio di prendere delle sedie che di là sono tutti in piedi” e si spostò mostrandomi nel mezzo dello stanzino con quattro sedie in mano la faccia da scemo e capelli spettinati. Zia Immacolata sorrise contenta che sua nipote avesse preso un’iniziativa necessaria. “Brava Provvidenza - e rivolta al vecchio che l’accompagnava gli disse con orgoglio ed enfasi - Commendatore le presento Alfio, il fidanzato di mia nipote Provvidenza” crogiolandosi in quanto diceva assaporando quel gusto di importante normalità con cui riportava, agli occhi del Commendatore, la nipote dalla parte delle persone senza difetti, di quelle che si sposavano, avevano figli e vivevano in casa mantenute dal marito. “Ohh non sapevo, che bella notizia - e allungando la mano – allora complimenti e auguri, sono molto contento per voi” Misi giù le sedie alla mia destra e allungai la mano ancora calda per il calore rubato al sedere di Provvidenza “La ringrazio, è un piacere conoscerla” Lui mise la sua mano sinistra sulle nostre mani che si stringevano come fa sempre Berlusconi con presidenti e i Papi. Fu un gesto nobile ed io non volli rovinarlo pensando con quanto ardore stava stringendo il dito con cui avevo esplorato l’intimità nascosta di provvidenza. Feci altri due trasporti di sedie e poi con la scusa di tornare in negozio, per permettere a mio padre di venire a salutare la salma, salutai la zia Immacolata e mi feci accompagnare alla porta. Provvidenza sulla porta mi salutò come fa una brava zita, ma non mi lascio andare, stava li a tenermi la mano, facendo finta di pulirmi una spalla, pensando qualcosa che non voleva o sapeva dirmi, poi mi guardò “io non lo so dire ti amo ad uomo ma se lo sapessi dire, ora te lo direi”. Alzai le spalle “Anche se non lo dici io lo sento lo stesso” Lei sorrise, sfiorò le mie labbra con le sue e chiuse la porta, non avevo fatto un passo che la riapri “E lascia stare i cannolicchi”. Fece severa. La salutai e andai. Ero felice ed ero triste. Felice perché mi piaceva stare con Provvidenza, triste perché non ci sarei mai stato insieme completamente ma solo in modo provvisorio, in attesa che lei trovasse la sua strada. Domenica passai a prenderla per andare a raccogliere qualche zia da portare al cimitero da zio Epifanio. Lei si stava vestendo lentamente e venne da me in cucina a farsi tirare su la cerniera. “ho preso degli amaretti – fece – assaggiane uno” E mi mise davanti un piccolo vassoio con la carta della pasticceria di Marisa Lo scartai e in cime agli amaretti c’era un piccolo cannolicchio con la crema pasticcera che mi guardava stranito. “Sei andata a vedere se ero passato da Marisa” Dissi seccato “Certo – rispose – bugiardo come sei devo controllare” Mangiai il cannolicchio con la faccia scura perché non mi riteneva affidabile e perché mi considerava bugiardo, tutte cose vere ma che non si dovrebbero mai dire agli interessati. Mentre lei sistemava qualcosa in frigo chiese “Poi mi devi spiegare cosa facevate tu e Marisa con la crema pasticciera” “Peccato che ho mangiato il cannolicchio e non abbiamo più crema se no te lo facevo vedere” Lei si giro con una vaschetta di polistirolo in mano e mettendola sul tavolo l’aprì mostrando che era piena di crema pasticciera e dal profumo capii che era quella di Marisa. Osservai la scatola e poi guardai lei. “Dobbiamo essere dalle zie fra due ore…” Aggiunse lei sorridendo La guardai serio “tu fai questo per darmi un contentino, visto che non sai o non vuoi chiamarmi amore” Non smise di sorridere “Io faccio questo perché è l’unico modo che conosco per darti amore” Allora capii che non era facile neanche per lei vivere chi era ed essere la mia zita. Io glielo avevo detto tempo prima, ti amo per come so e per come posso. Ora anche lei mi stava ripetendo la stessa cosa: mi amava per come poteva e sapeva. Capii che dovevo smettere di chiedere e pretendere. Eravamo quello che eravamo, forse ziti, forse qualcosa di meno, forse qualcosa di più: non aveva senso dircelo o chiedercelo, l’importante era stare insieme. Anche Orazio diceva che “non vi è mai la completa felicità” e proprio per questo che Provvidenza aveva preso la crema pasticciera, per avere quel poco in più di felicità necessaria a permetterci di raggiungere la fantomatica, inafferrabile, fottuta “completa felicità”.
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Vicari
The day starts with Cappucino i cornetto chocolato. Every day.
My second day I spent cycling through the woods on the north side of etna. You find the marks of resin manufacturing on the old trees - and plenty of great single trails! On the top the lava has made her way through the old forests which makes it look surreal and shows the might and power of nature. After my ride I got stuck in a bunch of sheep on my way further north to Castelmola. A village on a rock above the see from where I watched the sunset and Etna in the distance.