LE STAGIONI DELLA MEMORIA: RICORDI CASORIANI. Fatti, cronache, sentimenti umili ed elevati. di Giulia Campece
Da “Casoria … una volta” di GIULIA CAMPECE II edizione, 2017
D’estate, una sarta che esercitava il suo mestiere in una stradina del centro storico di Casoria insieme alle apprendiste, lavorava, per sfuggire al caldo, nel cortiletto alberato adiacente alla sua casa. Alcune clienti e conoscenti, con la scusa di passare di lì per caso, si trattenevano volentieri per trascorrere un po’ di tempo al fresco e tra la gioventù, per chiacchierare e… perché no? per spettegolare anche su persone di comune conoscenza:
- La sposa alla quale avete consegnato i vestiti cinque mesi fa, nun scioscia, non è ancora incinta; chissà da chi dipende, da lui o da lei?
- ‘A nepota d’ ‘o scarparo se n’è fujuta c’ ‘o ‘nnammurato; chella nun teneva ‘e sorde pe’ fa’ ‘o matrimonio e ha fatt’ ‘a fujutella.
- ‘Ngiulin’ ‘a vaccara s’è appiccecata c’ ‘o marito e mo’ sta ‘a casa d’ ‘a mamma; chella torna nata vota, v’ ‘o dich’je.
E così via con i pettegolezzi fin quando il buon senso prendeva il sopravvento e:
- Mo’ basta cu’ ‘e chiacchiere…facitece fatica’! – interveniva in modo autoritario la maesta.
In questo genere di persone s’inseriva la donna di cui vado a raccontare.
Sabetta era una donna sposata, con marito e prole da accudire, ma trovava il modo di evadere per qualche ora ed era una frequentatrice abituale del posto, insieme ad altre donne. Insomma, quello era il salotto locale e spesso la maesta, quando aveva molto da fare, metteva gli ospiti sott’ ’e fatiche nel senso che le faceva lavorare alle “finiture” degli abiti.
- Non fatemi perdere tempo, – diceva - parlate e faticate!
Sabetta aveva una vis comica e una verve notevoli e dovendo, l’indomani, partecipare a una cerimonia, anche se il suo vestito era già pronto, riteneva che un bel fiore sul bavero ci sarebbe stato proprio bene, per renderlo più interessante.
- Vai in piazza, alla merceria di “Landina” che ha tanti prodotti di passamaneria, tutti di buon gusto, e scegliti un fiore che ti piace!
Queste furono le parole della sarta che subito dopo Sabetta si precipitò in piazza, entrò nel negozio, seria ed educata, augurò la buona sera, e si esibì con la sua pungente satira:
- Latri’, mi date un fiore di questo colore? - disse, esibendo il pezzetto di stoffa colorata.
La signora, sentendosi apostrofare in quel modo, replicò furiosa:
- Fuori! Subito fuori dal mio negozio! Come ti permetti di dire certe oscenità?
- Che v’arraggiate a fa’, nun ve chiammate Latrina? Accussì m’hanno ritto!
Il marito della signora intervenne inveendo anch’egli contro Sabetta e poi chiese:
- Chi ti ha detto che questo è il nome di mia moglie? Mia moglie si chiama Landina.
E l’altra:
- Me l’ha ritt’ ‘a sarta – e tirò in ballo, così, anche il gruppo sartoriale.
Il signore, una persona tanto a modo, seguì Sabetta, che a passo svelto ritornava presso il gruppo di lavoro, e per raggiungerla arrancava buffamente. Arrivato al cancello, ansimante e col viso arrossato, rivolgendosi alla maesta, disse:
- Signorina… mi meraviglio di voi! io conosco vostro fratello e la vostra famiglia, vi rispetto e vi considero persone perbene e serie: come mai avete voluto infangare mia moglie?
I presenti scesero tutti dalle nuvole e si avvicinarono a quel brav’uomo che, mortificato e molto affannato, spiegò le sue ragioni.
Ci volle poco a capire che era stato tutto uno scherzo pesante di Sabetta che, a sua volta, si giustificò dicendo di aver capito male e di aver confuso il nome che le era stato riferito. Dopo le scuse forzate della burlona, il signore se ne andò, ma per molti giorni non si parlò d’altro e spudoratamente si rise parecchio sull’accaduto.
(in foto: Sartoria D’Iglio 1943)
Nel dopoguerra, quando tutti cercavano faticosamente di mettere insieme i pezzi di una vita travolta da una inattesa e devastante tempesta, di trovare uno sbocco per sbarcare il lunario e di crearsi l’illusione di un vivere secondo la normalità, c’era chi s’inventava dei mestieri a dir poco insoliti. Uno di questi l’aveva ideato Urzulina, una donna bassa di statura, magra, con una malformazione alla colonna vertebrale che la faceva apparire buffa; il viso, però, era sorridente, lasciava trasparire una sua intima bontà, gli occhi erano vivi ed espressivi.
Il marito non lavorava, un po’ perché il lavoro scarseggiava, un po’ perché non lo cercava affatto, tanto è vero che era solito dire:
-‘A carne fa ‘a carne, ‘o vino fa ‘o sanghe e ‘a fatica fa jtta’ ‘o sanghe.
La donna doveva pur tirare avanti per vivere: così s’improvvisò “fattucchiera”.
Io abitavo sul suo stesso pianerottolo e conoscevo di fatto la sua affabilità e la sua bontà: ci voleva bene e accudiva me e mio fratello quando mamma era impegnata con il bimbo più piccolo; se le capitava qualche leccornia ce la regalava volentieri. Mi chiamava affettuosamente Nene’.
Urzulina era una sarta di biancheria ma, dati i tempi, lavorava poco; da qui la sua decisione di sfruttare al meglio il suo difetto fisico: la sfottevano chiamandola fattucchiara? E che fattucchiara sia!
La voce si sparse velocemente e fu tutto un via vai di ragazze, donne maritate e anche qualche uomo. Il compenso era irrisorio, ma la donna esaudiva ogni richiesta: una fattura alla rivale in amore per riprendersi il proprio fidanzato, un filtro d’amore da mettere nel cibo all’insaputa dell’uomo o della donna di cui si era innamorati, una cura per chi voleva avere un figlio che tardava ad arrivare, una maledizione per la vicina con cui si era litigato e così via.
Su una mensoletta, dietro la porta di Urzulina, erano allineate decine di bottigliette piene di uno strano liquido di un colore indefinibile: erano veri filtri magici? E la fattura? Una patata trafitta da spille stava a significare il male per chi nascostamente la riceveva; una palla, fatta con cordicelle o fettucce arrotolate, significava l’unione indissolubile con chi si amava. Lo strano liquido? Io non lo dicevo, ma sapevo com’era fatto, anche se il tutto veniva preparato in gran segretezza. La sera, quando tutti erano rientrati in casa, la sedicente fattucchiera scendeva quatta quatta in giardino; io la vedevo dal balcone, raccoglieva foglie di lauro, di agrumi vari, di nespole e se le portava furtivamente nella sua abitazione, dove avveniva la preparazione dell’intruglio “magico”. Nel pianerottolo si spargeva l’inconfondibile profumo del decotto, che preparava senza zucchero, naturalmente, altrimenti sarebbe stato troppo buono e facilmente identificabile dagli acquirenti.
Incredibile quanti creduloni abboccavano all’amo! Nessuno si accorgeva mai del bonario raggiro. C’era anche chi raccontava che la maga di notte volasse e si recasse personalmente nelle case per fare gli incantesimi richiesti, ma che prima si radunasse con le streghe, sue amiche, su di un albero spoglio, in aperta campagna e, pronunciata la formula magica: - Acqua e viento ‘ncopp’ ‘o père ‘e nuceviento! - spiccasse il volo per portare a termine la sua “missione”.
Le prestazioni della donna erano ritenute efficaci anche perché qualche volta avevano funzionato: alcuni giovani si erano fidanzati o fidanzate con la ragazza o il ragazzo desiderati; qualche marito si era riappacificato con la moglie e aveva lasciato l’amante; perfino una donna che voleva un figlio, era rimasta incinta.
Doveva succedere? Era stato un caso, la conseguenza della convinzione che sarebbe accaduto qualcosa di buono, o che altro?
Ma, nell’entusiasmo del successo, Urzulina volle strafare. Le era capitato di avere una busta di tè verde in foglie, le cui qualità diuretiche le erano sconosciute; aveva preparato l’infuso e ne aveva consegnato una bottiglia a una donna per farla bere al marito, il quale avrebbe avuto, così, la certezza di trovare lavoro.
La mattina seguente, l’acquirente si presentò dalla venditrice urlando come un’ossessa perché aveva trovato il letto bagnato dal marito e, convinta che Urzulina fosse intervenuta di persona a casa sua, sbraitava:
- Maleretta fattucchiara, c’hé cumbinato? Hé fatto care’ malato a mariteme, ato che ghi’ a fatica’! Streca, janara, hé arruinato a l’ommo mio!
La fattucchiera cercava disperatamente di giustificarsi, ma subito l’urlatrice aggiungeva:
- Adesso vado dai Carabinieri e questa bambina sarà la testimone, era qui quando mi hai dato il filtro magico! - e indicava me prendendomi per mano.
Intanto mia zia che era accorsa al frastuono, non si fece “crescere l’erba sotto i piedi”, come si usa dire per indicare la velocità d’intervento e, tirandomi bruscamente:
- Vai via, – disse alla donna – non ti permettere…questa è mia nipote e non si tocca! – E poi sei tu la stupida che crede a certe sciocchezze, non ti accorgi di essere stata presa in giro?
Per un lungo attimo mi sentii strattonata dall’una e dall’altra, perché entrambe mi tenevano per mano, ma, fortunatamente, mi trovai quasi subito nelle mani sicure di mia zia. La signora continuò a gridare e, allontanandosi, lanciava minacce e giurava vendetta. La cosa, tuttavia, non ebbe alcun seguito, ma non ebbe seguito neppure il mestiere inventato con tanta fantasia da Urzulina. La voce del fallimento, e più ancora la diceria che la fattucchiera aveva fatto ammalare per errore una persona, si erano sparse per il rione come foglie al vento, decretandone la fine dell’attività.