Dopo un periodo di niente,
tutto
diventa comunque,
poco.
Jules of Nature
KIROKAZE

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@abbraccigelidi
Dopo un periodo di niente,
tutto
diventa comunque,
poco.
Ho un problema nel capire le persone.
Ho un problema, perché capisco e sento le cose nell’aria.
Sento quando qualcosa è diverso.
L’analogia migliore, anche se penosa e semplice, è quella di un colino.
Mi sento un colino nella vita delle persone.
È una persona normale si chiederebbe perché in quella degli altri, e non nella propria. Perché nella mia, ormai ci sono sempre quelle persone, che conosco talmente bene, da sapere come gestire e fare un po’ tutto.
Una relazione scontata, noiosa e monotona.
Ma sicura e che mi fa stare bene.
Per cui, spesso e volentieri, confondo la noia con la stabilità.
Così diceva lo psicologo da cui andavo, e mi sembra banale sottolineare che ora (per cause differenti da questa portata come esempio), non ci vada più.
In caso mi dovesse accadere qualcosa.
Non sono una persona speciale.
Non sono il genio di turno, quello che risorge dalle ceneri o che spicca tra la mentalità classica dei palazzi.
Sono il risultato classico di un’espressione da pratica di esame.
Non sono neanche sicura si chiami espressione.
Madre volubile più padre assente, equivale a sindrome dell’abbandono e altre assonanze che spesso camminano assieme.
Ed è fottutamente vero.
Sono cresciuta in una famiglia disfunzionale (ora va di moda dirlo così), dove all’inizio manca l’affetto, poi le parole, e alla fine i bisogni primari.
Da piccola mi piaceva leggere i Topolino.
Non per piacere o scelta, ma ci avevano staccato la corrente, e la tv non era più un passatempo plausibile.
Ero molto piccola, ma per osmosi (spero sia giusta la retorica), stavo smaltendo la depressione di mia madre.
I bambini solitamente sognano un futuro brillante.
Nel mio egoismo, sognavo di rimettere insieme la famiglia.
Però quando le persone decidono di andarsene, c’è sempre una motivazione prettamente personale, solo che a quell’età, non ci arrivi.
Troppo piccola, ma già sapevo sulla mia pelle com’era quella tristezza, mista a malinconia e soffocamento.
Leggevo tutto il giorno, perché a quell’età è normale essere pieni di energia, e la mia era tutta mentale.
Avevo imparato che nella mia cultura, ero donna e non potevo parlare.
Non era cultura, rettifico, ma scelta di appartenenza.
Avevano scelto che era giusto crescermi con quelle regole, perché a casa c’erano quelle persone, e dire qualcosa equivaleva ad uno schiaffo.
Quindi ho avuto sempre paura a parlare, dire la cosa sbagliata, lasciarmi andare.
Anche perché se mia madre si lasciava andare, faceva casino, e mio padre si arrabbiava.
Quindi, malissimo.
È così che mi sono innamorata delle parole.
Perché presuppone che uno ci pensi, alla scelta di quale utilizzare, al tempo e al tono.
Una via diretta con le emozioni.
Non puoi fingere un sussulto, o un ripensamento.
E dalla voce, dal tono, si capisce.
Avete presente quel momento di resa?
Quello in cui ti fermi, e decidi di accogliere bene ogni cosa che va male.
Non me ne vogliate, ma l’esempio più vicino che mi viene, è un incidente stradale.
Quello in cui scendi, capisci che hai fatto una cazzata, è l’unica cosa che puoi fare è risolvere.
“Metterci una pezza”.
Certa gente vive così, una pezza per volta.
Ricordo la prima volta che ti si sono rigirati gli occhi davanti a me.
Avevi in respiro corto.
Hai fatto giusto in tempo a dirmi quelle due parole.
Solo due, davanti una bambina di cinque anni.
Ricordo la bava, la polizia, il mio correre a nascondermi.
Perché non c’erano bambini lì, mi dicevi.
Sennò ti portano in orfanotrofio.
E io mi nascondevo tra i mobili, pregando tu non morissi.
/2
Alice è sola in stanza. Piange. Il silenzio è assordante. Ma non parlo del silenzio di una stanza buia, parlo del silenzio del cuore. Quel silenzio lacerante, tanto da farle saltare i battiti.
Dalla stanza accanto arriva un tonfo sul muro, e poco dopo il rumore di una cinghia per pantaloni.
Alice sente la madre urlare, e si copre le orecchie. Scappa inutilmente da un dolore sonoro che conosce troppo bene.
Vorrebbe correre nella stanza accanto e far tornare il silenzio dolce della tranquillità, ma le fa male la testa. Le sembra ancora di sentire la sbarra del letto sulla fronte.
"Se chiudi gli occhi, tutto passa" le diceva sua sorella. Chiuse gli occhi una volta. Due. Tre. Li strinse forte.
<<Non è vero, non passa. Non passa!>>
Lo urla, ma nessuno sente. Il silenzio del cuore copre anche quelle urla.
Sua sorella entra in stanza, e la trova nascosta in un angolo tra la scrivania e il letto.
<<Dai, alzati. Andiamo a letto.>>
<<Diana, ho chiuso gli occhi, ma non è passato.. Perché papà è così arrabbiato?>>
<<Non è arrabbiato, ha solo bevuto troppo.>>
<<Perchè beve tutte le sere?>>
<<E chi lo sa. Avrà le sue ragioni. Che storia vuoi che ti racconti?>>
Alice si alzò dal pavimento, e scivolò tra le lenzuola.
<<Il nuovo libro che abbiamo preso, quello di Trilly.>>
La sorella prese il libro tra le mani e la guardò per pochi secondi con gli occhi vuoti. Iniziò a leggere, schiarendo bene la voce, e alzandola quando il padre dall'altra stanza faceva la stessa cosa.
Lesse un paio di pagine, e Alice finse di dormire. Sentì la sorella chiudere il libro e riporlo nello scaffale.
Uscì dalla stanza in punta di piedi, forse per abitudine, forse per far sembrare quella situazione normale.
Le palpebre scesero dolcemente, coprendo il blu negli occhi della bambina.
Il sogno fu leggero e buio. Sentì la porta della stanza aprirsi, e di scatto alzò la testa. La madre si appoggiò sul letto, e il padre rimase in piedi.
<<Tesoro, vuoi che mamma e papà si lascino?>> le chiese la madre.
Aveva un segno rosso su un braccio, e il trucco colato.
<<No...>> rispose con un filo di voce, e gli occhi impastati di un sonno agitato.
La madre sospirò, e guardò il compagno.
<<Va bene. Torna a dormire.>> le disse.
Alice aspettò che entrambi uscirono dalla stanza, e si tirò le lenzuola fino a sopra la testa. Il suo volto è inespressivo, vuoto.
Alice ha otto anni, e il suo volto è solo ombra.
Il suo sonno fu turbato dalla sorella, che le scosse dolcemente la spalla.
Si alzò e andò in bagno. Dopo essersi sciacquata il viso, rimase qualche secondo a osservarsi allo specchio.
La madre entrò e le disse di sbrigarsi, perché quella mattina sarebbero uscite prima del solito.
Esistere, senza essere percepiti.
Un giro di cuore
Un giro di cuore
mi è bastato
per conoscerti di nuovo,
per metterti altre vesti,
per chiederti di andare.
Un giro di cuore
tutto intorno ad un fiore,
che ho curato in tua assenza.
Un giro di cuore
e non è bastato tutto l’amore che avevo
nemmeno quello che non avevo
per far fiorire il bulbo
che era.
Un giro di cuore, amore mio,
per capire che
alcune volte
pensi di avere un bulbo
ed invece altro non è
che un sasso.
Un giro di cuore, amore mio,
per usare il sasso
e farlo saltare sull’acqua
e usarlo per aprire le noci di cocco
e per disegnarci una faccia divertente
come i matti.
Un giro di cuore, vecchio amore,
per usare il sasso,
e circondare i fiori che stanno nascendo
nuovi, belli, sinceri,
e proteggerli da erbacce.
Ha fatto male,
il sasso,
amore mio.
Ma so che quell’amore,
era mio,
e non tuo.
Ad ogni morto,
la propria rinascita.
Dopo un anno, fa ancora male, ma meno male.
Piano piano lascio andare anche il tuo ricordo.
E forse il disastro era necessario, perché senza big ban, non ci sarebbe l’universo.
Usare il sesso, per non farsi usare.
Perché ti hanno cresciuta con il pensiero importantissimo di essere bella, essere gradevole, essere femmina.
Ma a te piace il pallone, piace sporcarti, ti piacciono i libri e la musica sfacciata.
E i dettagli.
Siamo pieni di dettagli, dicevi, che costruiscono una realtà.
E io mi sentivo come Simba, in quei discorsi. Un piccolo esemplare, con la fame per il mondo.
Dopo quella, hai conosciuto il digiuno, perché da piccola c'era il mostro della bilancia, e quello era sempre il benvenuto a casa.
Troppo quadrata, troppo rumorosa, non potevi stare con nessuno perché non ti sapevi comportare.
E hai vissuto attraverso una realtà, che non esisteva... convinta che fosse vera.
Non sono la persona che descrivi.
Al margine.
Vivo al confine, io
Tra quello che si può,
e quello che non si può.
Là dove l'ombra è più tetra,
dove lo stagno è più torbido
Vivo le facce della mia gente,
segnate dalla vita.
Con le cicatrici di chi grida,
ma non ce la fa
Vivo di espressioni facciali,
di lampi negli occhi,
di ciò che gli altri non vedono.
Vivo di sfondi,
sottofondi,
spazi immensi in cui perdersi.
Impossibile non vederli.
Vivo di situazioni strane, io,
avendo chiare le mie.
È tutto così squilibrato,
da trovare il suo equilibrio.
Perché un fiume segna il suo passo
e l'uomo cerca di cambiarlo,
fingendo compromesso
per il benessere comune.
E io vago,
la mia città m'inquieta,
di giorno mi defibrilla,
brillo di azioni e vita, ma
all'ora del thè si fa solitaria
e sa di mancanza.
Vivo di ciò che non racconto,
perché se raccontassi,
non capireste quanto sa di vita,
la mia vita
così com'è.
A quelli come noi, feriscono i modi.
I gesti che tu dai per scontato, fanno male.
A quelli come noi, feriscono i modi.
Vagando e vivendo, un po' così, come va.