Link del video https://www.youtube.com/watch?v=H9w_Hl34X_A ( tralasciando i primi 13 minuti in cui Brancaccio rimanda al mittente tutte le accuse personali, concentriamoci sulla critica tecnica al libro Il tramonto dell'euro. ) La mia chiave di lettura può essere in qualche modo sintetizzata in questa chiave di lettura: se un redivivo Milton Friedman leggesse il libro di Bagnai, trarrebbe da questo libro, spunti di riflessione e di proposta, sarebbe forse per molti versi contento, ma trarrebbe spunti di riflessione e di proposta opposti ai miei. Il ché significa in buona sostanza che a mio avviso se dobbiamo gestire l'esplosione della moneta unica noi non possiamo mai illuderci di risolvere i problemi con i cambi flessibili. Dobbiamo mettere in discussione anche il mercato unico il mercato europeo, che ovviamente è una cosa che in vari punti Alberto Bagnai fa. Seconda osservazione derivante da questo punto di vista anti-friedmaniano: se il tentativo di criticare l'uscita da sinistra ( anch'io voglio dare per scontata la buona fede però vorrei mettere in chiaro un punto ) nasconde la surrettizia pulsione di interpretare questa fase storica in una chiave ipocritamente interclassista, magari evocando la patria, magari ammiccando agli interessi della miriade di piccoli e piccolissimi capitalisti, che già fanno molta opinione in questo paese, io francamente non mi accodo, perché io sono del parere che si debba assolutamente discutere di assetti proprietari di controllo dei capitali nazionali, ma al tempo stesso agli apologeti della parola patria suggerisco di fare un pochino di attenzione e magri di leggersi George Lachmann Mosse - Sessualità E Nazionalismo - ed inoltre per quanto riguarda i piccoli e piccolissimi capitalisti, io credo che forse Marcello De Cecco abbia un po' esagerato, però secondo me non aveva completamente torto nel definirli non una salvezza per questo paese, ma un po' una metastasi. Ora seguendo questa chiave di lettura io pongo i seguenti problemi Questo libro secondo me è lacunoso in merito agli studi sulla speculazione destabilizzante, l'implicazione è che sembra evocare l'idea che si possa formulare una previsione sull'andamento dei cambi in base a non meglio precisati fondamentali, perché dico non meglio precisati perché dire che i fondamentali si possono individuare nel segno della posizione verso l'estero non è una semplificazione, non ha senso teorico, quale che sia la teoria adottata. Del resto sul piano empirico fatta eccezione per qualche ardita calibration da parte dei teorici del ciclo economico reale, in letteratura si arriva quasi sempre alla vecchia cara conclusione di Gandolfo, che è stato mio professore oltretutto: "Lancia una moneta in aria e avrai una previsione sul cambio a breve a medio, talvolta anche a lungo termine, migliore di quella dei modelli economici." Naturalmente questa conclusione non significa, e qui ancora una volta devo condividere la posizione di Bagnai, che le tesi di Mosler ( e devo dire se ho capito bene, correggimi se sbaglio Gennaro Zeggia, anche quelle di Gennaro Zeggia sul possibile apprezzamento o sulla stabilità del cambio a seguito di uno sganciamento, io non le conosco ) a mio avviso, queste posizione sono sbagliate, però se si può costruire una ragionevole previsione sul segno e le variazioni del cambio, non lo si può fare sulla loro entità e sul loro sentire dinamico. Dunque prima conclusione: la dinamica dei cambi sarà meno prevedibile di quanto si possa immaginare dando un'occhiata all'andamento relativo del costo del lavoro per unità di prodotto tanto per fare un esempio. A questo punto un panglossiano sostenitore dell'uscita potrebbe obbiettare che sì, i cambi sono molto variabili, ma i prezzi non ne risentiranno. Ora, che io sappia, la letteratura mica dice che non ne risentiranno, dice che la varianza dei prezzi è inferiore alla varianza dei cambi, è una cosa diversa, molto diversa. A questo punto esce fuori la solita evocazione: ma quando lo SME è finito l'inflazione non è aumentata, mi si dice. Ora a parte il fatto che formulare una previsione sugli effetti dell'uscita da un regime di cambi fissi irrevocabili, sulla base di un singolo episodio storico, è una cosa secondo me un pochino discutibile eh, ma questo lo dico da sommesso teorico all'econometrico mi pare eh, agli econometrici, ma se anche guardiamo solo quell'episodio dovremmo tenere conto di qualche dettaglio: Primo: l'indice dei prezzi delle materie prime espressi in $ con anno base 1977 nel 1990 era pari a 175 ,nel 1992 era 136, a me sembra una variazione non trascurabile. Secondo: dal marzo 1993 la lira continua a svalutarsi rispetto al marco ma rimane agganciata al dollaro Terzo: ma come si fa a non capire che la dinamica dell'inflazione in quello specifico frangente storico fu condizionata dal fatto che l'intero assetto istituzionale e politico non ultimo l'accordo sul costo del lavoro era interamente votato all'obiettivo di creare un'aspettativa sul rispetto dei criteri di convergenza per l'accesso all'unione monetaria. Ma allora dico io, tu dici certo Alberto, va bene, ma non erano allora cambi flessibili come li voleva Bagnai, quindi quell'esempio li, secondo me non è molto appropriato perché, Che cos'è stato quell'esempio? Una transizione da un regime di cambio fisso ad un regime di cambio ancora più fisso. Per questo secondo me gli esempi sullo SME si possono fare ma collocati in un orizzonte più ampio. Del resto se allarghiamo l'orizzonte dell'analisi e guardiamo la storia delle crisi valutarie, noi vediamo che i casi di perdita dei potere d'acquisto dei salari sono molto numerosi Solo guardando gli anni 90' si va dalla caduta del 10% in Corea del sud al crollo del 31% in Turchia e le correlazioni danno quasi sempre lo stesso risultato. Dai testi Eichengreen sull'abbandono del gold standard, alle ricerche più recenti sul crollo dei regimi dei cambi fissi la correlazione tra il deprezzamento del cambio e i salari reali, è negativa. Se guardiamo poi ad un'altra variabile, forse ancora più cruciale, che è la quota salari, in questo caso anche l'eccezione del tracollo dello SME viene meno, perché cosa succede? Tra il 1977? 87? e il 1991 la quota salari è stabile con variazioni inferiori allo 0,5% Tra il 1992 e il 1996 la quota salari registra un crollo del 5% Dal 1999 torna stabile. Bagnai dice che si tratta di uno slittamento, un po'eufemistico eh, che è un episodio che si inserisce in una caduta pluridecennale correlata a variabili politiche più che economiche. Emiliano: " Mi permetti di sorridere un pochino? " Alberto: " Sì certo" Emiliano: "Bene" Ultima considerazione sui fire sales. Cioè qui qual è un altro problema? Qui un altro problema è che Bagnai secondo me sottovaluta un altro aspetto che forse è ancora più problematico di questo, cioè quando noi immaginiamo lo sganciamento, Bagnai dice: "un eventuale sganciamento non dovrebbe implicare un deprezzamento del valore dei beni capitali nazionali, perché questo dovrebbe essere già stato incorporato." Non è così. La storia dei fire sales che seguono da uno sganciamento da un regime di cambi fissi, ci dice che dopo lo sganciamento parte lo shopping a buon mercato, e se non si è d'accordo con Krugman e con tutti i testi empirici che sono stati fatti a questo riguardo, beh allora visto che di tanto in tanto frequenti qualche complottista ( Cladio Messora ), tieni presente che nel famigerato giugno del 1992 sul panfilo Britannia, si pose il problema di dire: noi veniamo a comprare, ma svalutate prima. Allora se siamo d'accordo nel dire che Bagnai ha commesso questi due errori, a me il libro sta bene. Grazie.