Le pietre d'inciampo, 1984
«Noi (scusa il noi) abbiamo dei diritti diversi dagli altri, perché abbiamo dei bisogni diversi che ci mettono al disopra — bisogna dirlo e crederlo — della loro morale.» A.Modigliani
La storia inizia quando la conservatrice di un museo livornese propone al Comune di dragare i Fossi medicei che attraversano il centro, in occasione di una mostra promossa nel 1984 dal Museo progressivo di arte moderna di Livorno per il centenario della nascita di Amedeo Modigliani.
La leggenda vuole che lì nel 1909 Modigliani, in un impeto di rabbia, avesse gettato delle teste appena scolpite.
Su pressione dei fratelli Vera e Dario Durbè si decise di verificare se la diceria delle sculture nel Fosso Reale, fosse vera.
In effetti nel 1909 Modigliani, tornato temporaneamente a Livorno, aveva scolpito sculture che aveva mostrato poi presso il Caffè Bardi ad amici artisti, i quali lo avrebbero deriso consigliandogli di gettarle nel fosso.
Dopo una settimana di inutili scavi («Trovata una sega!», titolò il Vernacoliere) Pietro Luridiana, Michele Ghelarducci e Pierfrancesco Ferrucci, tre studenti universitari, si danno appuntamento a casa di un amico, Michele Genovesi, e lavorano con scalpello e trapano su un pezzo di marciapiede.
«Continuavano a non trovare niente, così abbiamo deciso di fargli trovare qualcosa»
Dragando il canale nei pressi della zona di piazza Cavour, dove si trovava il Caffè Bardi, vennero ritrovate tre teste, scolpite in uno stile che a prima vista richiamava quello del Modigliani di quegli anni.
«Credevamo che se ne sarebbero accorti subito». Invece le tre teste (due scoperte il 24 luglio e la terza il 10 agosto) vengono accolte dagli addetti ai lavori come un trionfo.
«Finezze di segno e di taglio che sono inequivocabilmente di Modigliani»
I critici d'arte si divisero: da una parte Federico Zeri che negò subito l'attribuzione e dall'altra Dario e Vera Durbè, conservatrice dei musei civici livornesi, ed ancora Giulio Carlo Argan e Cesare Brandi attribuirono le teste con certezza a Modigliani.
Per 40 giorni Livorno credette di aver trovato le opere di Modigliani e la notizia, fa ovviamente il giro del mondo.
«Noi non abbiamo mai nascosto niente: alla Baracchina Rossa (affollato locale del lungomare livornese) lo sapevano tutti»
All'inizio di settembre, i tre si presentano alla redazione del settimanale Panorama dichiarando la burla e presentando come prova della falsificazione una fotografia che li ritrae nell'atto di scolpire una delle teste, ricevendo, come compenso per lo scoop, dieci milioni di lire.
Si tratta della cosiddetta “Modì 2″, lavorata in pietra serena. Finiscono in televisione e, in diretta, realizzano un nuovo falso. Rimane tuttavia, il mistero delle altre due teste.
Alcuni giorni dopo, in seguito a un appello in tv di Federico Zeri (uno dei pochi critici, assieme a Carlo Pepi, a non cadere nel tranello), esce allo scoperto l'autore: Angelo Froglia, un pittore livornese, lavoratore portuale per necessità.
Spiega di aver agito per rivalsa nei confronti dei critici. Mostra anche un video in cui viene immortalato mentre scolpisce le teste.
Mentre scolpiva le pietre, realizzò anche il film “Peitho e Apate… della persuasione e dell'inganno (Cerchez Modi)”, che suscitò l'interesse della critica al Torino Film Festival del 1984.
Sette anni dopo, nel 1991, un certo Piero Carboni, carrozziere di Livorno, asserì di possedere tre autentiche sculture di Modigliani. Egli le aveva custodite nella propria officina senza darvi importanza, dicendo di averle recuperate dalla casa dello zio Roberto Simoncini durante la seconda guerra mondiale. La ricostruzione questa volta sembra possedere elementi di verità in quanto Modigliani nel 1909 aveva affittato una casa nelle vicinanze della casa dello zio del Carboni detto “il Solicchio” e rappresentato probabilmente da Modigliani in un suo dipinto.
Carlo Pepi, che non aveva esitato a definire le statue ritrovate nel 1984 delle porcherie, asserì - e fu l'unico - che quest'ultime appartenessero davvero alla mano di Modì.
Le tre sculture battezzate “la saggezza”, “la bellezza” e “la nera” si trovano oggi sottochiave in una banca a Livorno.
«Perché Livorno dà gloria / soltanto all'esilio / e ai morti la celebrità» V.Capossela