Fledglings are the future
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Fledglings are the future
Ci sono giornate come questa, in cui dimentico di chiudere la porta di casa ed entrano gatti randagi. Intanto la mia, di gatta, non torna da sabato e io guardo le sue ciotoline e piango. Non pensavo di essere una di quelle persone che piangono per i gatti, ma tant'è. Non si smette mai di imparare.
Buddah Cats - KyleKahotek (Imgur)
I am so happy
That last one is harshing my Zen.
(Also it’s spelled Buddha but okay.)
Ogni tanto, quando passo a salutare i miei genitori, mi metto a sfogliare i libri che mio padre lascia in giro per il salotto. Ne legge sempre almeno 3 alla volta, alcuni non li finisce mai.
Legge libri che parlano di filosofia orientale, romanzi, libri di psicologia. Penso che la sua vita sarebbe stata molto diversa se avesse fatto quello che voleva: il liceo, l’università. Ma i tempi erano diversi e i miei nonni l’hanno costretto a frequentare un istituto tecnico, che lui odiava. Per quasi trent’anni ha fatto un lavoro che non gli piaceva, pieno di risentimento e di frustrazioni. è arrivato in alto, ma negli anni ho capito quanto ha sofferto per questo.
E ora io, che ho potuto scegliere il mio percorso in autonomia, che sono sempre stata sicura della strada da seguire, mi trovo a fare un lavoro che non era per niente ciò che immaginavo, che da solo non mi permette di sopravvivere, con un contratto di merda e delle implicazioni etiche discutibili. Da quasi tre anni a questa parte ho perso quella sensazione di essere al posto giusto che mi ha accompagnata fino ai 24 anni di non voler essere da nessun’altra parte: quella sensazione che mi rassicurava sempre sul da farsi. Stai facendo la cosa giusta.
Non sto più facendo la cosa giusta. Accetto compromessi che mi stanno logorando, ma non so come uscirne. Mi sembra che diverso da questo ci sia solo qualcosa di peggio (come il lavoro che avevo prima: piangevo tutti i giorni come una povera cretina).
Forse crescere è smettere di avere delle certezze assolute e accettare dei compromessi che se ti fermi a ragionarci sono terribili. E allora mettiamola così: forse non ho ancora trovato il compromesso giusto per me, quello che in fondo so di poter accettare.
have u seen anything so pure in your life
WHAY FHD FICK
“Soppy” - Illustrtation by Philippa Rice
Giorni così
Le contingenze.
"Domina la convinzione che si legga sempre con una qualche finalità: per istruirsi, per costruirsi o per mille altri buoni motivi. Ciò è probabilmente vero da un punto di vista culturale, ma errato da un punto di vista individuale, dato che non leggiamo "per" ma "contro": contro tutto ciò che ci dà fastidio, contro le contingenze familiari, sociali, patologiche, professionali, economiche. Leggiamo contro le malattie, contro il capoufficio, contro i professori, contro la metropolitana, contro la pioggia, contro la noia: quando leggiamo, mandiamo al diavolo tutti. La lettura è dunque un atto sovversivo, e al contempo una tregua che dichiariamo unilateralmente nell'incessante battaglia della vita quotidiana. Una tregua che ci consente di sfuggire alle contingenze di cui siamo prigionieri e di ritrovarci per qualche ora in un altro mondo. [...] La lettura è dunque un rifugio, ma un rifugio paradossale, perché ci fa nascere al mondo: quando sono immerso in un libro, infatti, da un lato mi astraggo dalla realtà, ma dall'altro affondo ancora di più le mie radici in essa."
Queste parole di Pennac, nella loro semplicità ed immediatezza, sono perfette per spiegare come da sempre concepisco e vivo l'atto della lettura. Penso infatti che il concetto di leggere "contro" riassuma buona parte della mia esistenza e costituisca anche una fetta importante della mia formazione come persona: anche io ho letto contro le ingiustizie, contro la solitudine, contro le mie insicurezze, tante volte ho letto per parlare finalmente con qualcuno che potesse capirmi, contro la perenne sensazione di stare soffocando in un ambiente che non sentivo mio, per darmi un senso che non sono mai riuscita a trovare negli anacronismi e nei dogmi della religione. A un certo punto ho pure sfidato l' utilitarismo che ormai domina qualsiasi cosa e ho pensato bene di studiarla, la letteratura. Insomma, sarà pure un concetto fondamentalmente banale e forse un po' drammatico, ma credo che in un certo senso la letteratura mi abbia "salvata" soprattutto, come dice Pennac, dalle contingenze del reale, non solo perchè mi permetteva (e mi permette) di evadere, ma perché con il tempo leggere mi ha aiutata a capire che la realtà ha spazi infiniti che vanno oltre le dicotomie, oltre i dogmi e i muri creati dalla paura, oltre le regole e i divieti che ci imponiamo a vicenda senza una ragione, oltre i confini geografici. Nel tempo i libri mi hanno aiutata a capire che non dovevo sentirmi sbagliata se avevo idee e convinzioni che non riflettevano quelle dominanti del mio ambiente e mi hanno insegnato che non bisogna sempre fare "quello che bisogna fare", ma ascoltare la propria insensatezza, la propria rabbia, cercare in noi stessi una luce che ci faccia sentire, in qualche modo, un po' più liberi."Domina la convinzione che si legga sempre con una qualche finalità: per istruirsi, per costruirsi o per mille altri buoni motivi. Ciò è probabilmente vero da un punto di vista culturale, ma errato da un punto di vista individuale, dato che non leggiamo "per" ma "contro": contro tutto ciò che ci dà fastidio, contro le contingenze familiari, sociali, patologiche, professionali, economiche. Leggiamo contro le malattie, contro il capoufficio, contro i professori, contro la metropolitana, contro la pioggia, contro la noia: quando leggiamo, mandiamo al diavolo tutti. La lettura è dunque un atto sovversivo, e al contempo una tregua che dichiariamo unilateralmente nell'incessante battaglia della vita quotidiana. Una tregua che ci consente di sfuggire alle contingenze di cui siamo prigionieri e di ritrovarci per qualche ora in un altro mondo. [...] La lettura è dunque un rifugio, ma un rifugio paradossale, perché ci fa nascere al mondo: quando sono immerso in un libro, infatti, da un lato mi astraggo dalla realtà, ma dall'altro affondo ancora di più le mie radici in essa." Queste parole di Pennac, nella loro semplicità ed immediatezza, sono perfette per spiegare come da sempre concepisco e vivo l'atto della lettura. Penso infatti che il concetto di leggere "contro" riassuma buona parte della mia esistenza e costituisca anche una fetta importante della mia formazione come persona: anche io ho letto contro le ingiustizie, contro la solitudine, contro le mie insicurezze, tante volte ho letto per parlare finalmente con qualcuno che potesse capirmi, contro la perenne sensazione di stare soffocando in un ambiente che non sentivo mio, per darmi un senso che non sono mai riuscita a trovare negli anacronismi e nei dogmi della religione. A un certo punto ho pure sfidato l' utilitarismo che ormai domina qualsiasi cosa e ho pensato bene di studiarla, la letteratura. Insomma, sarà pure un concetto fondamentalmente banale e forse un po' drammatico, ma credo che in un certo senso la letteratura mi abbia "salvata" soprattutto, come dice Pennac, dalle contingenze del reale, non solo perchè mi permetteva (e mi permette) di evadere, ma perché con il tempo leggere mi ha aiutata a capire che la realtà ha spazi infiniti che vanno oltre le dicotomie, oltre i dogmi e i muri creati dalla paura, oltre le regole e i divieti che ci imponiamo a vicenda senza una ragione, oltre i confini geografici. Nel tempo i libri mi hanno aiutata a capire che non dovevo sentirmi sbagliata se avevo idee e convinzioni che non riflettevano quelle dominanti del mio ambiente e mi hanno insegnato che non bisogna sempre fare "quello che bisogna fare", ma ascoltare la propria insensatezza, la propria rabbia, cercare in noi stessi una luce che ci faccia sentire, in qualche modo, un po' più liberi.
Ricevo una chiamata da un numero sconosciuto: "Ciao Anna, sono il tuo ammiratore segreto!" "Oddio non credo proprio... Comunque non credo di aver mai sentito la tua voce" "Per forza, se sono segreto è ovvio che non mi conosci!" "Ehm ok. Dai chi sei veramente?" "Ma no dai vabbè sono il corriere di Amazon! Volevo dirti che ho consegnato il pacco a casa tua! C'era tuo padre." "Aaaah ma ok grazie mille! Mi era preso un colpo! Buone feste!" "Ciao ciao buone feste anche a te!" Non l'avevo mai visto in vita mia, però dopo questo potrei invitarlo al pranzo di Natale, vista la confidenza... E comunque sto invecchiando, perché di solito non dico mai buone feste.
Non possono essere veramente solo le 09.38. Sto leggendo Le Correzioni sul letto sfatto ma mi sento in colpa, che questo per le persone che funzionano è un orario in cui si produce e ci si dà da fare. Io comunque starei anche bene se non mi sentissi sempre in colpa per tutto.
Vorrei avere più disciplina nelle cose che faccio, anche perché soffro per questa apatia generale - questa nebbia che mi sembra scendere ogni giorno di più sulla mia testa - ma mi rendo conto che il mio entusiasmo per le cose non dura mai più di un giorno. è come se nulla valesse più la pena, è come se alla fine ci fosse sempre una grossa e grassa presa per il culo. La disciplina va di pari passo con la fiducia che ciò che si fa abbia un senso. Devo ritrovare un senso, da qualche parte.
E poi i soldi, che tristezza. I soldi sono sempre più un problema e dare lezioni private non basta mai. Spero che qualcosa si muova, che qualche progetto parta, perché mi sento fuori tempo massimo per vivere così.
Why sleep when you can regret life choices
Bestemmie come coriandoli
Sono giorni in cui mi sento in trappola. Ho ricominciato a respirare male. La macchina mi ha abbandonata per sempre, non posso muovermi in autonomia e spesso mi ritrovo coinvolta negli affari e nelle assurdità di una famiglia (non la mia) della quale non comprendo e non accetto le modalità e i meccanismi. Sono intollerante di natura e di sicuro se ci sono due ruoli in cui non mi vedo sono quelli di nuora devota e di casalinga. Non ne voglio sapere un cazzo. A questo fa da sfondo il costante pensiero che sto cercando di mantenere la mia integrità, di seguire la mia strada e di non sottostare a dei meccanismi di merda, antiquati e mortificanti, ma che per fare questo sto mandando giù dei gran rospi velenosi e, guarda un po', non riesco a trovare un vero lavoro socialmente accettabile. Odio questa merda, non voglio essere sfruttata e detesto con tutta la mia schifosa anima questo posto e le sue condizioni di vita medievali e irrispettose della dignità umana. Sono giorni che vorrei aprire la finestra e urlare delle bestemmie finché ho voce.