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Una giornata alle terme
Uno dei luoghi più amati e frequentati dai Romani erano le terme. Di complessi termali – grandi e piccoli, pubblici e privati – ce n’erano dappertutto, a Roma e nel resto dell’Impero. Pensate che intorno al 30 avanti Cristo nella sola città di Roma si contavano 170 terme e fino al IV secolo dopo Cristo aumentarono fino a diventare 1000.
Roma, Terme di Caracalla, III secolo d.C.
Le frequentavano tutti, ricchi e poveri, anche perché molto spesso l’ingresso era gratis e ieri come oggi, quando non si deve pagare nulla, c’è sempre la fila! Non si andava alle terme solo per motivi di igiene (i romani, soprattutto quelli più disagiati, non avevano a casa un bagno in cui lavarsi) o per praticare sport, ma anche per incontrare un amico, discutere di affari e di politica, ascoltare musica o leggere un libro, persino per mangiare.
Se dovessimo fare un paragone con il mondo odierno, potremmo dire che le terme romane erano a metà strada un centro estetico e un bar oppure tra una spa e un centro ricreativo. Erano uno dei luoghi a più alta densità umana, affollati di uomini e donne proprio come le piazze. Provate ad immaginare che confusione doveva esserci e poi voci, suoni, scrosci d’acqua, grida… davvero un gran baccano!
La prima sensazione da cui era colto chi frequentava le terme era quella di calore, un caldo talmente umido e insopportabile da costringerti a toglierti i vestiti. Era lo spogliatoio (detto apodyterium), infatti, il primo ambiente posto all’ingresso di ogni complesso termale. Qui uomini e donne – anche se molto spesso frequentavano le terme in orari distinti per motivi di riservatezza – riponevano i propri abiti in appositi armadietti in legno o in nicchie ricavate nelle pareti.
Disegno tratto dal libro Terme romane e vita quotidiana, Franco Cosimo Panini Editore.
A quel punto, erano pronti per iniziare il percorso rilassante!
Ma da dove proveniva tutto quel calore? Chiaramente all’epoca non esistevano i termosifoni o le stufe, ma i Romani, che erano molto ingegnosi, avevano escogitato un sistema di riscaldamento eccellente e per di più nascosto. Innanzitutto, sul retro di ogni struttura, vi era un enorme focolare (praefurnium), una grande apertura ricavata nel muro e collegata ad uno stretto canale entro cui un inserviente (il fornacator) inseriva a ritmo continuo il combustibile, generalmente legna, utilizzando la pece o la paglia per accendere il fuoco. Proprio sopra questo focolare erano collocate delle enormi cisterne piene d’acqua. Il calore sprigionato dal fuoco non serviva solo a riscaldare l’acqua, ma si diffondeva in ogni singolo ambiente, propagandosi al di sotto dei pavimenti. Sì avete capito bene: i pavimenti delle sale riscaldate erano sospesi, cioè retti da colonnine in mattoni quadrati o circolari, per consentire all’aria calda e tiepida di circolare più facilmente. E per accrescere il tepore venivano collocate delle tubature a sezione rettangolare anche in delle intercapedini create all’interno delle pareti; in questo modo l’aria calda si spandeva in ogni dove sia in orizzontale che in verticale.
Il calidarium, con i pilastrini in mattoni che reggevano il pavimento, delle terme di Bath, Inghilterra. Furono fatte costruire dall’imperatore Diocleziano tra il 298 e il 306 d.C. Ancora oggi Bath è una nota località termale europea.
Geniale vero? Pavimenti e pareti erano poi rivestiti con mosaici colorati o lastre marmoree, spesso in maniera anche molto ricercata e senza badare a spese. I Romani amavano il lusso!
“Ragazze in bikini”, uno dei mosaici più famosi delle terme della villa di Piazza Armerina in Sicilia.
Ma torniamo al nostro frequentatore abituale delle terme. Dopo essersi svestito, abbandonava lo spogliatoio e si recava nella sala fredda, il frigidarium, dove poteva tuffarsi e fare un bel bagno in piscina. Quello che ci voleva per temprare il corpo e la mente! Successivamente si spostava prima, per evitare improvvisi sbalzi di temperatura, negli ambienti tiepidi (i tepidaria) e poi in quelli caldi (i calidaria), che erano delle vere e proprie saune.
Disegno tratto dal libro Terme romane e vita quotidiana, Franco Cosimo Panini Editore.
Il percorso a quel punto era concluso, ma se il cittadino romano non era del tutto soddisfatto o non aveva alcuna fretta di tornarsene a casa poteva rifarlo al contrario, o spostarsi in altri ambienti dove farsi massaggiare la pelle con olio di mandorla o ancora raggiungere la palestra e dedicarsi all’esercizio fisico. I Romani, a dirla tutta, non erano così sportivi come i Greci; amavano l’ozio più che il movimento. Ma dopo un bel bagno o massaggio capitava spesso che a qualcuno venisse voglia di fare un po’ di ginnastica, giocare a palla o gareggiare nella lotta corpo a corpo.
Disegni tratti dal libro Terme romane e vita quotidiana, Franco Cosimo Panini Editore.
Per i più oziosi, c’era la possibilità di leggere un libro in biblioteca o ascoltare musica e recitar versi nel teatro o mangiare qualcosa, o più semplicemente starsene stesi o seduti con i piedi ammollo a discutere del più e del meno.
Tutta l’acqua necessaria per il corretto funzionamento delle terme era garantita dai grandi acquedotti presenti a Roma e nel resto dell’Impero e sul cui funzionamento vi parlerò magari un’altra volta.
A Roma, come già detto, vi erano centinaia di complessi termali, molti dei quali furono fatti costruire dai più importanti imperatori, come ad esempio le terme di Caracalla – edificate dall’imperatore omonimo tra il 212 e il 217 dopo Cristo – e quelle grandiose di Diocleziano, di IV secolo. Pensate che erano in grado di accogliere fino a 3000 persone contemporaneamente!
Disegno ricostruttivo delle terme di Diocleziano. Erano talmente grandi che vi erano anche sale di lettura, biblioteche, gallerie e persino uno stadio.
Ma terme c’erano un po’ in tutte le città romane, come Pompei, e spesso anche all’interno delle residenze degli aristocratici romani, come le terme annesse alla villa di Faragola, ad Ascoli Satriano, in Puglia.
Calidarium delle Terme della Fortuna, Pompei.
Disegno ricostruttivo delle terme della villa di Faragola di F. Giannetti tratto dal libro di G. Baldasarre, Alla scoperta della villa romana di Faragola, Gelsorosso.
Le terme erano molto amate dai Romani perché essi erano ben consapevoli delle proprietà terapeutiche dell’acqua, riconosciute dagli stessi medici dell’epoca.
La cosa non ci sorprende poi tanto, se pensiamo che ancora oggi le terme sono non soltanto dei centri benessere ma anche dei luoghi di cura frequentati d’estate soprattutto dagli anziani. E ce ne sono alcune famose in tutto il mondo che attraggono un gran numero di turisti, come quelle di Langenfeld in Austria o di Cagaloglu Hamami in Turchia o di Budapest o le splendide terme di Fonteverde in Val D’Orcia.
Aqua Dome - terme Längenfeld, Austria.
Terme di Budapest, Ungheria.
Terme di Fonteverde, Val D’Orcia.
Vi ho fatto venire sufficiente voglia di andare alle terme? Nessun problema. Chiudetevi in bagno, riempite la vasca di acqua calda, spargetevi dentro dei sali, accendete una candela profumata e mettete su un bel disco. Ora immergetevi nell’acqua e dimenticatevi di ogni cosa, godetevi il momento. Carpe diem!, come diceva il poeta latino Orazio.
Lo so, non è la stessa cosa ma è un buon inizio.
Giovanna
Storie nella calza della Befana
“L’epifania tutte le feste si porta via!”, recita un vecchio adagio popolare, non prima però che la Befana abbia distribuito qua e là le sue calze piene di carboni e dolciumi, la dose necessaria di zuccheri per affrontare con dolcezza l’anno appena iniziato.
E se oltre a caramelle, gommose, cioccolate e liquirizie nella calza ci finissero anche delle storie? Sgranocchiare mentre si è immersi nella lettura di un libro, abbracciati stretti alla coperta mentre fuori nevica è una delle cose per cui adorare l’inverno.
E allora cominciamo questo nuovo anno di “grandi letture per piccoli archeologi” consigliandovi ben due libri da mettere nella calza.
Il primo è l’ultimo arrivato della collana Celacanto della Laterza Editore: Il mistero della Sfinge tatuata di Giuseppe Culicchia, con le illustrazioni di Mariachiara Di Giorgio.
Quando si parla di storia e archeologia tutti i bambini, a qualsiasi latitudine si trovino, pensano subito a due cose: i dinosauri e le piramidi. E Cecco e Chicca, i protagonisti della storia raccontata da Culicchia, non sono da meno. A dire il vero, tra i due gemelli, chi ha una passione smodata per l’Egitto antico è Chicca, Cecco invece è un fan di Star Wars ed è convinto che i faraoni non fossero altro che guerrieri dell’impero galattico.
In visita al Museo Egizio di Torino assieme alla maestra e ai compagni di scuola, i due bambini si ritrovano all’improvviso, con uno strano tatuaggio a forma di sfinge sul braccio, catapultati in un viaggio a ritroso nel tempo. Prima nel bel mezzo della Campagna d’Egitto Napoleonica di fine Settecento e poi, addirittura, ai tempi del faraone Chefren, quando la piramide di Micerino non esisteva ancora e la Sfinge era in costruzione.
Passando da un’epoca all’altra e imbattendosi in personaggi come Filippo, il tamburino di Napoleone – al seguito di quel Bernardino Drovetti la cui raccolta di reperti egizi sarebbe poi confluita nel Museo di Torino – o lo stesso Chefren, i due bambini colgono appieno il valore autentico della memoria, che è condivisione di conoscenze che hanno origini lontane, come riavvolgere un nastro e ascoltare dal principio la storia che vi è registrata.
Sicché in quei tablet che Cecco e Chicca portano con sé e che tanto stupore destano nei loro interlocutori, attratti da queste strane tavolette, è racchiusa l’intera sequenza di eventi che hanno scandito la storia della civiltà egizia e che trovano ora riscontro diretto nella testimonianza degli stessi protagonisti. Il passato che si ricongiunge con il futuro dunque e a far da collante quegli stessi segni inventati dagli antichi Egizi, poi trasformatisi in lettere dell’alfabeto e dunque in parole.
“Noi Egizi abbiamo inventato la scrittura perché amiamo le storie. E una storia che ami ti entra dentro, diventa parte di te, proprio come l’inchiostro di un tatuaggio. E, cosa più importante, una storia che ami ti fa viaggiare nel tempo e nello spazio”.
A far da cornice alla storia le belle illustrazioni di Mariachiara Di Giorgio, dalle linee morbide, il tratto delicato e i volti fiabeschi, in un alternarsi continuo di chiaroscuri che ancor di più crea suspense e partecipazione emotiva nel lettore.
E per i giovani e incalliti egittologi a fine libro vi è un normografo per imparare a scrivere con i geroglifici.
Dall’Egitto alla Grecia di Omero. Il secondo libro che vi consigliamo è, infatti, l’Odissea di Carola Susani pubblicata da laNuovafrontiera junior con le illustrazioni di Lucia Scuderi.
Di riscritture del celebre poema omerico ne sono state prodotte diverse negli anni. Quella della Susani, rivolta ai bambini dai 7 anni in su, prende le mosse da una scelta precisa: raccontare il libro e non la storia di Ulisse e dare risalto a quei personaggi, come Telemaco e Penelope, spesso lasciati in ombra e sacrificati per dare maggiore risalto all’eroismo del protagonista.
Al centro di questa nuova versione dell’Odissea più che le avventure che scandiscono il ritorno a Itaca di Ulisse, vi è un’intera famiglia provata dall’assenza di colui che ne ha irrimediabilmente condizionato il destino: Telemaco cresce senza un padre, Penelope è per anni costretta a subire le pressioni e le provocazioni di uomini ostili, Anticlea, madre di Ulisse, muore di crepacuore e suo padre Laerte è un povero vecchio che ha ormai cura solo del suo orto. Una storia, a ben vedere, difficile da raccontare ai bambini, perché per farlo bisogna spiegare cos’è la sofferenza, la perdita, l’abbandono.
Anche questa volta, come nella riscrittura dell’Eneide e in Miti romani, Carola Susani sceglie di non edulcorare la realtà, stemperandone i passaggi più bruschi e sanguinosi, ma di restituire intatta al lettore tutta la forza narrativa dell’epica omerica, con il suo bagaglio di violenza, eroismo, intimità, emotività e sacralità. Perché a ben vedere la grandezza e immortalità degli uomini e delle donne protagonisti dell’Odissea sta proprio nella loro straordinaria umanità, che li rende non molto diversi da noi.
Una scelta precisa e consapevole quella dell’Autrice che si riflette anche nell’uso di un linguaggio, che non lesina l’uso di termini rari e desueti sapientemente mescolati con parole più comuni.
Le illustrazioni di Lucia Scuderi, dai tratti essenziali e i colori pastello, i volti sognanti o malinconici, scandiscono i momenti topici della storia e aiutano il lettore a figurarsi nella mente com’era per davvero il mondo descritto da Omero.
Due libri, insomma, per riascoltare storie già note a molti, ma di cui non ci si stanca mai per davvero.
“Ora, se fossi un narratore antico chiederei l’aiuto della Musa invece mi toccherà far senza. Chiederò aiuto a voi che mi state a sentire, se mi scordo qualcosa, suggeritemi: sono sicura che questa storia la conoscete tutta, o quasi. Ma riascoltare le belle storie dà gran gusto”.
Giovanna
Carola Susani, Odissea, illustrazioni di Lucia Scuderi, laNuovafrontiera junior 2016, pagine 120, euro 16
Giuseppe Culicchia, Il mistero della sfinge tatuata, Celacanto, Laterza Editore 2016, pagine 60, euro 14
5 storie da raccontare ai bambini ad Atene
Quando si visita una città all’estero non è sempre semplice stimolare la curiosità di tutta la famiglia, e in particolare dei bambini. La lingua straniera è sempre un ostacolo: anche leggere poche informazioni su un pannello può aiutare a imprimere nella memoria un nome particolare o a stimolare domande, e se spesso è difficile tradurre un’altra lingua per gli adulti, figurarsi per i bambini. Insomma, non è raro che questi ultimi tornino in classe dopo le vacanze e non riescano a ricordarsi nemmeno che cosa hanno visitato. Per questo motivo il compito dei genitori in un viaggio all’estero è ancora più duro e importante che in una visita in Italia.
Un modo tra i più semplici per interessare i bambini è quello di raccontare storie che prendano spunto dal luogo in cui si trova. Per questo motivo nel post di oggi andiamo insieme in Grecia, ad Atene, città in cui le storie non mancano di certo. Ve ne raccontiamo 5 che prendono spunto dalle aree archeologiche che, in generale, sono il luogo per eccellenza dove i nostri piccoli viaggiatori fanno più fatica se non adeguatamente coinvolti. Partiamo subito!
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1. Atena e Poseidone
Chi di voi non va ad Atene per visitare l’Acropoli? Tra la miriade di storie che si potrebbero raccontare ne scegliamo una tra le più famose, quella della sfida tra Atena e Poseidone per l’Attica: avrebbe vinto la sfida chi avesse offerto il dono migliore. Poseidone con il suo tridente aprì una fenditura nella roccia da cui sgorgò l’acqua: dall’acqua uscì un cavallo, il dono del dio del mare. Atena invece, colpendo la terra con il piede, fece germogliare il primo olivo del mondo. Gli altri dei, giudici della gara, diedero la vittoria ad Atena. Da quel giorno la città venne chiamata Atene in onore della dea.
Il luogo migliore per raccontare questa storia è sull’Acropoli, all’Eretteo. Questo tempio infatti era dedicato Atena Poliade (che significa protettrice della città) ed era il vero e proprio luogo di culto della storia leggendaria della città. Andando di fronte al portico, sul lato opposto a quello con le famose Cariatidi, sporgendovi verso di esso e guardando il soffitto vedrete un buco. Il buco non è casuale ma è stato realizzato appositamente per indicare il punto in cui Poseidone fece passare il suo tridente per poi piantarlo in terra. Il portico è stato costruito proprio per proteggere il punto da cui sgorgava l’acqua. Una volta che si racconta questa storia non ci si dimentica più perché ci sia un buco nel tetto portico!
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2. Le vespe
Scendendo dall’Acropoli e imboccando il Peripato, la via pedonale che gira intorno alla rocca, ad un certo punto arriverete al Teatro di Dioniso. Ad Atene vennero messe in scena le prime rappresentazioni teatrali e questo teatro fu il più importante nel mondo greco tra V e IV secolo a.C. E’ qui infatti che si tenevano i grandi agoni tragici ateniesi, le Grandi Dionisie, e gli agoni comici, le Lenee.
Mettendovi a sedere sulle sue gradinate dove immaginare di essere in mezzo a circa 15000 spettatori, in fremente attesa di vedere lo spettacolo. Una delle commedie che i bambini apprezzeranno sicuramente venne messe in scena nel teatro alle Lenee del 422 a.C. è “Le vespe” di Aristofane. Il protagonista si chiama Filocleone, un vecchio ateniese affetto dalla mania di partecipare ai processi. Il figlio, Bdelicleone (il cui nome potrebbe far ridere i bambini per diverso tempo) decide allora di rinchiuderlo in casa ma il vecchio cerca in ogni modo di fuggire. Per cercare di accontentare il padre Bdelicleone inscena un finto processo in casa, in cui l’imputato è un cane, colpevole di aver mangiato un pezzo di formaggio. Filocleone vuole condannare il cane ma, convinto dal figlio, alla fine lo assolve. Sconvolto dall’esito del processo, alla fine il vecchio decide di smetterla con la sua mania.
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3. Centauri vs. Lapiti
In questa storia il re dei Lapiti Piritoo invitò alle sue nozze con Ippodamia anche i Centauri, creature della mitologia greca metà cavalli e metà uomini. Durante la festa però, i Centauri bevvero molto vino e si ubriacarono. Uno di essi, Euritione, cercò di aggredire la sposa e, subito dopo, anche gli altri Centauri aggredirono le donne degli altri Lapiti. Né seguì una grande lotta, a cui prese parte anche Teseo, leggendario re di Atene anche lui invitato alle nozze; alla fine i Lapiti riuscirono a vincere e a cacciare i Centauri.
Le immagini di questa mitica battaglia sono molto numerose nella storia dell’arte greca e si trovano raffigurate in moltissimi monumenti. Se ad esempio scendendo dall’Acropoli visitate l’Agora, le troverete sul fregio di uno dei lati del tempio di Efesto. Noi però non vi sveliamo quale: portate i bambini a cercare i Centauri intorno al tempio: i loro corpi metà cavallo e metà uomo sono inconfondibili anche quando non ben conservati e destano sempre un certo stupore. Se poi andrete a visitare il museo dell’Acropoli e vedrete da vicino le metope con la Centauromachia del grande Fidia (la maggiorparte sono copie, gli originali sono al British Museum), saranno sicuramente i bambini a riconoscere Lapiti e Centauri.
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4. Morosini e la distruzione del Partenone
Una delle domande che i bambini potrebbero fare spontaneamente è perché il Partenone, il grande tempio di Atena che si vede da ogni angolo della città, non sia arrivato integro fino ai giorni nostri.
Per rispondere a questa domanda, il luogo migliore dove andare è il colle di Filopappo, che si raggiunge con una breve passeggiata in salita da via Dionigi Areopagita, la grande strada pedonale che corre sotto l’Acropoli. Oltre che essere un luogo da cui si gode un meraviglioso panorama sulla città, il colle sembra essere stato nel 1687 il punto di partenza del colpo di cannone che distrusse il Partenone. La storia è questa: i veneziani, comandati da Francesco Morosini, stavano assediando l’Acropoli, all’epoca una vera e propria fortezza nelle mani dei turchi. Questi ultimi avevano deciso di custodire il loro arsenale bellico nell’edificio più resistente dell’Acropoli. Questo edificio era proprio il Partenone che, dopo la fine del culto pagano, era stato trasformato in chiesa e poi, con l’occupazione turca, in moschea ed era quindi in ottimo stato di conservazione. Almeno fino a quando, durante l’assedio, un colpo di mortaio veneziano riuscì ad entrare nell’edificio e far saltare in aria la polvere da sparo conservata all’interno. L’esplosione fu assordante e mandò in frantumi la parte centrale del tempio: il tetto e le pareti crollarono, e con essi anche parte del colonnato. Ironia della sorte, i veneziani conquistarono la città ma l’abbandonarono dopo soli sei mesi…
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5. Demostene e i difetti di pronuncia
Scendendo dal Colle di Filopappo, invece che tornare verso l’Acropoli, si può risalire verso il colle della Pnice. Su questo colle, potete facilmente trovare una grande piattaforma in pietra con una scalinata intagliata. Questo era il luogo in cui si riuniva l’assemblea del popolo ateniese, uno degli organi più importanti della democrazia. La scalinata supporta una piattaforma, detta bema, da cui gli oratori declamavano i propri discorsi ai partecipanti. Uno dei più famosi oratori dell’Atene antica era Demostene. Lo scrittore Plutarco però ci racconta che al suo primo discorso davanti all’assemblea, Demostene fu deriso per il suo stile strano e rozzo, e impacciato da lunghe frasi. Aveva addirittura un difetto di pronuncia; come molte persone soffriva di rotacismo, cioè pronunciava L invece di R. Per questo era preso in giro, ma con un allenamento serrato e molto particolare riuscì a migliorare la sua dizione, le sue espressioni e i suoi gesti. Sempre Plutarco infatti ci racconta che Demostene si allenava in una stanza sotterranea tenendo in bocca dei sassolini e, per rafforzare la voce, parlava in riva al mare sovrastando il fragore delle onde. Che questi aneddoti siano veri o meno, Demostene riuscì comunque a diventare uno degli oratori e dei politici più importanti di Atene nel IV secolo a.C. e lo dobbiamo immaginare aver parlato numerose volte sulla Pnice.
Abbiamo concluso il nostro viaggio ad Atene in compagnia di alcune storie che sarebbe sempre bello raccontare o sentirsi raccontare visitando questi siti archeologici così ricchi di aneddoti e curiosità. Siamo convinti che piacciano sempre ai bambini ma anche agli adulti e che sia importante legare il ricordo della visita a un luogo particolare con una storia. Noi vi abbiamo proposto queste 5, ma ce ne sarebbero tantissime altre. Se avete voglia di raccontarne una voi scriveteci pure nei commenti!
Francesco
Gertrude Bell, lezioni dal deserto
Tra i tanti luoghi comuni che ruotano attorno al mondo dell'archeologia, uno dei principali e più difficili da sfatare è senza ombra di dubbio rappresentato proprio dalla figura stessa dell'archeologo. Inutile negarlo o girarci intorno: Indiana Jones e Lara Croft con il loro aspetto e le loro imprese avventurose incarnano ormai uno stereotipo troppo affascinante per non poter essere preso in considerazione.
Se già ci leggete da un po' avrete capito che a noi archeologi - che questo lavoro lo facciamo quotidianamente - l'accostamento va un po' stretto: ci può sì capitare di viaggiare e magari di trovarci di fronte a scoperte emozionanti, ma in fin dei conti il nostro è un mestiere molto più “normale” di quanto il cinema o i videogiochi possano rappresentare.
Un riassunto efficace ad opera di Archeopop
Eppure... Eppure bisogna ammettere che se guardiamo ai nostri predecessori, c'è stato eccome un tempo in cui la figura dell'archeologo era ancora così ben poco definita e ambigua che effettivamente si prestava ad accogliere su sé un'aura romantica, misteriosa e avventurosa. Erano gli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento e l'archeologia era più che altro un diletto per ricchi, un'attività collaterale alla ben più seria attività militare e coloniale che coinvolgeva le principali potenze europee del tempo, una passione insolita e stravagante in cui investire parte del proprio denaro nel tentativo di stupire poi gli ospiti a cena con storie infarcite di particolari straordinari e con oggetti insoliti ed esotici recuperati qua e là per il mondo. Insomma, un modo di intendere l'archeologia molto diverso da come lo si intende oggigiorno, un modo che ci fa quasi storcere il naso.
Inutile dire che l'interesse per un simile “passatempo” - che richiedeva un discreto grado di libertà su tutti i fronti - era ovviamente riservato agli uomini. Vi basti un nome fra tutti: Thomas Edward Lawrence, archeologo, militare e agente segreto britannico, meglio conosciuto (e desideroso di farsi conoscere) - non a caso - con lo pseudonimo di Lawrence d'Arabia.
Potete dunque immaginarvi il mio stupore quando qualche anno fa mi sono imbattuta per caso nelle fotografie di gruppo di alcuni diplomatici britannici degli inizi del secolo scorso in Medio Oriente, e tra le piume, le uniformi e le pose austere da colonizzatori, ho scorto una figura femminile. Un corpo sottile, una testa di capelli rigogliosa, vestiti di mussole fluttuanti e cappelli tipici della Londra degli anni Venti... con piramidi, accampamenti nel deserto e piramidi egizie sullo sfondo!
Gertrude Bell, terza da sinistra, affiancata da Winston Churchill e Thomas Edward Lawrence durante una visita alle Piramidi nel 1921
Quella donna, ho scoperto poi, essere Gertrude Margaret Lowthian Bell, una delle più brillanti studentesse della prestigiosa Università di Oxford. Instancabile viaggiatrice, ben presto si innamora di quella terra aspra e affascinante che ai tempi veniva genericamente chiamata Arabia: le sue genti la incuriosiscono a tal punto da imparare la loro lingua e i loro usi, esplora i siti archeologici della regione e si spinge con le carovane fin dentro al cuore del deserto. Non ci si deve stupire dunque se questa sua intima conoscenza di quei territori e delle loro tribù la resero un target degno d'interesse per i Servizi Segreti britannici che infatti la reclutarono tra i loro ranghi durante la Prima Guerra Mondiale. Una spia, già. Come vi dicevo, essere un archeologo a quei tempi non era una vera e propria professione, o almeno, quando lo era, i suoi confini erano decisamente ambigui...
Al termine della guerra, Gertrude si concentrò sul futuro della Mesopotamia; la sua influenza fu talmente forte da risultare decisiva per l'incoronazione di Faisal come nuovo re dell'Iraq. Ve lo immaginate? Una donna, occidentale, negli anni Venti del Novecento che, da pari a pari, tratta di ogni sorta di affari coi rappresentanti politici più influenti del Medio Oriente. Doveva davvero essere una donna eccezionale, non credete?
Il suo principale interesse rimase però sempre l'archeologia. Si deve proprio a lei, ad esempio, la prima organizzazione del Museo Archeologico di Baghdad (dove ancora oggi c'è chi la ricorda con deferenza) col principale – e, per i tempi, inusuale - intento di preservare la cultura e la storia irachena in un luogo specifico che permettesse di mantenere le testimonianze materiali (comprese quelle che lei stessa aveva contribuito a riportare alla luce durante alcuni scavi) nel loro luogo d'origine.
Gertrude Bell durante l’esame di alcuni reperti di scavo
Di Gertrude Bell restano oggi moltissimi scritti sotto forma di lettere, diari, varie corrispondenze e un numero incredibile di fotografie (circa 7000) scattate durante i suoi continui viaggi in Medio Oriente. A distanza di un secolo, quegli scatti in bianco e nero riescono ancora a raccontare con una forza incredibile tanto la bellezza e l'importanza di un mondo complesso e ricchissimo di testimonianze storiche e archeologiche, quanto la potenza della personalità di colei che le ha scattate. E nel vedere quel che ha visto sembra anche di riuscire a cogliere quel desiderio di conoscenza inarginabile che ha caratterizzato l'intera sua esistenza e che l'ha resa così eccezionale.
Qualche anno fa, un bellissimo progetto dell'Università di Newcastle ha permesso di acquisire, digitalizzare e rendere fruibile gran parte di questo materiale. Si è venuta così a creare una risorsa importantissima sia per gli specialisti che per chiunque sia semplicemente curioso di scoprire i dettagli di una documentazione così unica.
Pochi giorni fa sono tornata per l'ennesima volta a spulciare quell'archivio e con mia grande sorpresa, in fondo alla pagina principale, ho notato qualcosa che prima non c'era: “Gertrude Bell Comics”, campeggiava al centro di un riquadro celeste...
Ed eccolo lì: un fumetto interattivo (nelle tavole sono inseriti dei bottoni che rimandano ai documenti d'archivio che hanno ispirato le scene riportate) in cui si narrano le principali vicende dell'incredibile vita di Miss Bell. Un ulteriore strumento pensato dai ricercatori di Newcastle, stavolta particolarmente indicato e coinvolgente anche per i bambini, per invogliare a conoscere l'importantissimo contributo (come donna e come studiosa) e gli attualissimi insegnamenti (da ritrovarsi soprattutto nel suo approccio diplomatico agli “altri” e nella convinzione che l'archeologia possa essere un mezzo valido per restituire identità e dignità a un popolo) che questa donna ci ha lasciato, raccontandoci quanto anche il deserto può essere rigoglioso. Un'eredità - materiale e immateriale - oggi più che mai preziosissima nella quale vi invito a perdervi.
Samanta
Nei sotterranei di Istanbul alla scoperta della Basilica-Cisterna
Nel cuore di Istanbul c'è una piccola costruzione che nasconde un vero e proprio tesoro, uno dei luoghi più magici al mondo.
I turchi lo chiamano Yerebatan Sarayi, cioè palazzo sommerso, ma in realtà è una enorme cisterna.
E in effetti, più che una cisterna per contenere acqua, sembra un bellissimo palazzo con tante e tante colonne altissime, sprofondato per qualche motivo nel sottosuolo di Istanbul.
Nelle guide si trova anche indicata come Basilica-Cisterna perché essa sorge dove un tempo c'era una basilica.
Fu l'imperatore bizantino Giustiniano a farla costruire nel VI secolo d.C. insieme ad altre grandi cisterne che dovevano assicurare l'acqua necessaria alla città di Istanbul che a quel tempo si chiamava Costantinopoli.
Per gli abitanti di Costantinopoli Giustiniano e gli imperatori venuti subito prima di lui avevano fatto costruire non una, bensì quattro grandi cisterne, in modo che l'acqua non mancasse mai.
Quando dico grandi, intendo proprio GRANDI!
Pensate che all'interno di una di queste cisterne oggi si trova niente meno che un campo da calcio regolamentare!
Anche la basilica cisterna è gigantesca: misura m 140 x 70 e sviluppa quindi una superficie di 9.800 metri quadrati; tutto lo spazio è scandito da 12 file di 28 colonne per un totale di … 336 colonne! Sulle colonne sono montati dei capitelli e al di sopra sono appoggiate le volte di mattoni, che si trovano oggi poco al di sotto delle strade di Istanbul: le persone camminano e passano sopra con l'auto senza immaginare che sotto di loro si apre uno spazio tanto grande e ... tutto vuoto!
Plastico della Basilica-Cisterna
Un vuoto che un tempo era riempito di acqua: pensate che la cisterna poteva contenere fino a 100.000 tonnellate di acqua, una quantità che quasi non riusciamo a immaginare e che corrispondeva solo a un decimo dell’acqua complesivamente immagazzinata nel sistema idrico di Costantinopoli.
Come faceva a riempirsi? Attraverso un acquedotto che come un vero e proprio serpente di pietra, si snodava per molti chilometri e andava a prendere l'acqua fino alla Foresta di Belgrado, una zona a Nord di Istanbul.
Costantinopoli al tempo di Giustiniano era la città più importante del mondo conosciuto e vi abitavano moltissime persone: pensate che considerando quanta acqua si consumava allora (senza lavatrici, lavastoviglie e altre diavolerie moderne!), con l'acqua della sola Basilica-Cisterna (senza contare le altre!) ci si sarebbero potuti dissetare e lavare tutti gli abitanti della città per quasi una settimana!!!
La grande cisterna funzionò per un lungo periodo e poi venne un po' dimenticata.
Solo alla metà del 1500, uno studioso francese di nome Pierre Gilles la riscoprì perché si accorse che gli abitanti di questa parte della città prendevano l'acqua da alcuni pozzi che pescavano in uno spazio vuoto sotto le case e a volte, insieme all'acqua, tiravano su anche qualche pesce.
Gilles si incuriosì e cominciò le sue esplorazioni: gli indicarono una porticina nel cortile di una casa che si apriva su delle scale molto buie e, armato solo di una fiaccola, scese un gradino dopo l'altro e si rese conto di trovarsi in un enorme spazio sotterraneo in cui c'era acqua. Con una barca, alla luce delle fiaccole, riuscì a misurarla e ad ammirare le centinaia di colonne che reggevano il soffitto della cisterna.
Vista di una esplorazione a Yerebatan Sarayi nel 1838
Da allora molti sono stati i viaggiatori, i turisti e gli studiosi che l'hanno visitata più o meno come lui, perché fino alla fine degli anni Ottanta non era la meta turistica che è oggi.
“Mi ricordo che siamo entrati da una porta in una struttura abbastanza malridotta e da lì abbiamo cominciato a scendere dei gradini in pietra: si poteva percepire di trovarsi in uno spazio vuoto, ma la luce era poca e non si vedeva bene. Avevamo delle pesantissime torce, ma non riuscivano a illuminare molto. Una volta arrivati in fondo alla scala, la nostra guida ci fece salire su una piccola imbarcazione con il fondo piatto che aveva una lampada montata a prua. Siamo saliti, io, Italo Furlan, Antonio Iacobini e la professoressa De Maffei.”
Chi parla è Enrico Zanini, docente di archeologia all'Università di Siena, che all'epoca del racconto (1982) era un giovanissimo laureato in storia dell'arte bizantina e si trovava in giro per la Turchia con un gruppo di studiosi.
Non ci sono fotografie della visita in barca a Yerebatan Saray, ma io me li sono immaginati più o meno cosi:
Visita alla Basilica-Cisterna negli anni Quaranta del Novecento
“Il nostro barcarolo aveva un solo remo e con quello spingeva la barchetta, puntandolo contro il fondo che si vedeva perché l'acqua era bassa. Tutto intorno era buio, ma una dopo l'altra, alla luce fioca della lampada e delle nostre torce comparivano una dopo l'altra le colonne, altissime, i capitelli e le volte di mattoni che stavano sopra di noi. E poi alla fine, siamo arrivati alle 'Meduse', dove abbiamo girato per tornare indietro”.
Le Meduse già... due enormi teste di Medusa utilizzate come basi per sostenere due delle colonne della cisterna; oltre ad essere del tutto inaspettate, le due teste sono montate una di lato, come se fosse appoggiata su una guancia, e l'altra a testa in giù.
Insomma... a vedersele sbucare fuori dall'oscurità fanno una certa impressione!
Il racconto della visita in barca alla Basilica Cisterna di Enrico Zanini è piuttosto diverso da quello che potrei scrivere io che l’ho visitata molti anni più tardi; eppure, quando mi sono trovata lì, non ho potuto fare a meno di ricordarlo e riviverlo, almeno con l'immaginazione.
Oggi la Basilica Cisterna è una delle mete più frequentate di Istanbul; ogni giorno centinaia e centinaia di persone si mettono in coda per scendere a visitarla.
Le colonne sono illuminate e si cammina su un reticolo di passerelle che permettono di sentirsi un po' in mezzo all'acqua che è bassa ma molto popolata di grossi pescioni che nuotano qua e là.
Nonostante che l'atmosfera non sia stata quella dei primi esploratori che ci sono scesi, quando ripenso alla mia visita, qualche piccolo brivido mi viene ancora; soprattutto per quelle due teste di Medusa con gli occhi spalancati e inespressivi, un po’ verdini per il muschio che l'umidità ci ha fatto crescere sopra.
Si, proprio quei grandi occhi freddi, aperti per sempre nel buio e nel silenzio di uno spazio ricavato sotto la città, mentre sopra scorre la vita di ogni giorno, mi danno un senso di inquietudine. Prima di essere montate come basi per le colonne della cisterna, le due teste di Medusa decoravano probabilmente un arco monumentale (forse dedicato a Costantino) che doveva sorgere poco lontano e che venne poi smontato per riutilizzarne alcune parti. Dall'aria aperta della città finirono così nelle sue viscere, a vegliare la storia più profonda di Costantinopoli e poi di Istanbul; nate per il sole e per essere ammirate, si ritrovarono immerse nel buio e nell'acqua, destinate a non essere più guardate se non dai pesci che, nuotando, hanno fatto loro il solletico per centinaia di anni.
Elisabetta
COMUNICARE L’ARCHEOLOGIA ED EDUCARE ALLA BELLEZZA. “Raccontami Catania” tra immagini, tweet e post
Il guest post di questa settimana è a cura di Giusi Meli, Copywriter, Content Editor e Social Media Specialist. Leggiamo insieme il risultato della collaborazione tra l’Istituto per i beni archeologici e monumentali del CNR, il Catania Living Lab e i ragazzi della Scuola Media Cavour di Catania.
Buona lettura!
“Archeologia: disciplina che mira alla ricostruzione delle civiltà antiche attraverso lo scavo e lo studio delle testimonianze di cultura materiale, della documentazione monumentale, dei prodotti artistici e delle iscrizioni”.
Questa è la definizione che è possibile leggere fra le righe dell’Enciclopedia Treccani e che si ritrova, con qualche sottile differenza, all’interno dei vocabolari e dizionari della lingua italiana. Un concetto storicamente noto e riconosciuto dalla gran parte della popolazione, del quale, però, oggi pochi conoscono il significato più profondo e le reali finalità. Il progressivo distacco tra il mondo dell’antico e la società contemporanea, favorito dall’affermarsi della cosiddetta 'cultura dell’adesso‘ o ‘cultura della fretta’, ha, di fatto determinato la perdita di interesse nei confronti del passato e, della disciplina archeologica nella fattispecie, nonché il graduale dissolversi dei suoi caratteri distintivi, dei suoi obiettivi e, soprattutto, il mancato riconoscimento dell’utilità sociale dell’archeologia stessa. Su tale presupposto si fonda una riflessione, portata avanti da qualche tempo da coloro che operano nel mondo della cultura, rivolta a comprendere le esigenze della società contemporanea, in particolare delle nuove generazioni, ormai assolutamente estranee al grande valore del mondo antico e legate a un’opinione fortemente stereotipata dell’archeologia.
Pertanto, si rende necessario perseguire la strada tracciata negli ultimi decenni da personalità di spicco dell’archeologia italiana, come Riccardo Francovich, e ancora oggi da Daniele Manacorda e Giuliano Volpe, alla scopo di rispolverare principi e finalità del fare archeologia, scardinando l’idea comune e l’immaginario tradizionale dell’archeologo “esploratore” e “avventuriero”, risultato della continua ostentazione di personaggi e miti della cultura cinematografica. Per raggiungere tali obiettivi, risulta fondamentale trovare nuove forme e tecniche di apprendimento e riscoperta del passato, che favoriscano lo sviluppo di processi educativi sempre più in linea con le esigenze delle nuove generazioni, e volti ad una migliore percezione del patrimonio culturale nazionale, puntando sull’utilizzo di terminologie e strategie comunicative maggiormente attrattive.
In linea con tale riflessione, l'Istituto per i beni archeologici e monumentali del Cnr e il Catania Living Lab, in collaborazione con la Scuola Media Cavour di Catania, hanno ideato e promosso nel corso dell’anno scolastico 2015/2016 un laboratorio extra-curriculare di Cultura e Tecnologia*, grazie al quale sono stati coinvolti circa quindici studenti di età compresa fra gli 11 ed i 14 anni, tutti impegnati in un percorso formativo dedicato all’originale connubio fra il mondo dell’archeologia e quello della comunicazione culturale.
Gli studenti coinvolti nelle attività di laboratorio hanno riscoperto innanzitutto la propria città camminando per le sue vie insieme ad una guida d'eccezione, l’archeologo-ricercatore: un maestro col quale è stato possibile guardare al presente da un punto di vista straordinario, viaggiando idealmente nel tempo e riscoprendo, strato dopo strato, il passato e l’antico fascino di una città vivace, dinamica e in continua trasformazione.
COME SI È SVOLTA ESATTAMENTE L’ATTIVITÀ DI LABORATORIO?
La prima parte del laboratorio è stata interamente dedicata all'esplorazione e alla riscoperta della città, passando dallo studio in aula alla visita in situ di alcuni luoghi simbolo di Catania. L'attività in aula è stata inoltre supportata dall'utilizzo di strumenti e metodologie di comunicazione di ultima generazione, sviluppate con tecnologia open source dagli esperti del Laboratorio di Archeologia Immersiva e Multimedia (LAIM) dell’IBAM CNR, quali ad esempio ricostruzioni virtuali e gallerie immersive: strumenti oggi in grado di rendere maggiormente coinvolgente l'esperienza di visita e conoscenza dei beni archeologici e monumentali.
La seconda parte del laboratorio si è incentrata sul tema della “comunicazione”, momento formativo grazie al quale è stato possibile far comprendere meglio agli studenti il complicato mondo del web 2.0 e dei social network (amici e nemici quotidiani degli adolescenti di oggi e sempre più temuti dai genitori), ormai riconosciuti come “luoghi” d’incontro e dialogo virtuale di primaria rilevanza, anche per la promozione e divulgazione dell'identità e dei valori di aziende ed enti impegnati nella valorizzazione del patrimonio culturale.
Tale studio ha portato gli studenti ad una conoscenza più precisa delle piattaforme social e alla “scelta ragionata” dei canali di comunicazione più adeguati allo sviluppo del proprio progetto di studio. Nella terza (e ultima) fase di laboratorio, tutte le “conoscenze acquisite” (dati e informazioni storico-archeologiche) sono state raccolte e organizzate dagli studenti suddivisi in gruppi di lavoro, passando dall'elaborazione di una bozza iniziale (lo scheletro sul quale modellare l’intero corpo di un racconto digitale) alla scrittura dei testi, fino alla selezione/produzione di immagini e video utili alla presentazione di itinerari di visita, caratterizzati dall’utilizzo di linguaggi semplici, accattivanti e facilmente condivisibili.
L’attività svolta ha portato alla redazione finale di tre storytelling digitali, tre storie originali delle quali “protagonista assoluta” è stata la BELLEZZA archeologica e monumentale della città di Catania.
I racconti realizzati sono stati redatti avvalendosi delle potenzialità offerte dalla piattaforma Storify uno strumento disponibile online gratuitamente e di facile utilizzo, che offre agli utenti registrati l’opportunità di individuare nel mare magnum del web tutte le risorse disponibili (tramite l’utilizzo di specifiche queries di ricerca) e di aggregare in uno spazio di navigazione unico qualsiasi dato digitale ritenuto idoneo ai fini del proprio progetto.
Le immagini individuate online, le foto scattate, i video prodotti, i post sui social network (divulgati in corso d’opera) e in generale tutti i dati relativi ai beni oggetto di studio, sono stati selezionati e organizzati tracciando in maniera “non convenzionale” un breve percorso di sintesi dell’intera attività didattica svolta, che ha visto gli studenti coinvolti nel ruolo di creatori, narratori e co-protagonisti delle storie raccontate, vestendo i panni di personaggi storici e uomini illustri che hanno fatto la storia di Catania (guarda la video-intervista).
I prodotti multimediali creati nell’ambito dell’attività di laboratorio sono stati opportunamente posizionati all’interno delle pagine web e degli account social dell’IBAM CNR e del Catania Living Lab; le risorse individuate online (depositate nel corso del tempo nel web da utenti terzi) sono state invece sottoposte a specifici criteri di selezione, quali ad esempio la rilevanza della fonte, la precisione storica e la qualità scientifica delle informazioni.
Dalle attività di studio, esplorazione e conoscenza degli strumenti di comunicazione ha preso forma uno storyboard narrativo, che ha portato alla definizione delle prime linee operative utili alla creazione di tre itinerari storico-culturali dall’aspetto particolarmente intrigante:
Tra eruzioni e terremoti: una città in continua trasformazione;
Opere e monumenti nella Catania di Vincenzo Bellini;
Catania tra architettura antica e moderna.
Tutti i contenuti prodotti ad hoc dai ragazzi sono stati inseriti all’interno della piattaforma Storify, rimanendo al contempo fruibili anche tramite l’accesso diretto agli account social in cui risiedono (Facebook, Flickr, Twitter e Youtube); inoltre, ogni prodotto multimediale, nella sua collocazione originale, risulta essere così un tassello di primaria rilevanza per il lettore, al quale viene offerta all’interno di ogni racconto una visione d’insieme di tutti i singoli elementi, che lo compongono e completano. Tale esperienza di navigazione è quindi caratterizzata, come in un mosaico, da tutti i contenuti ad essa collegata, frammenti preziosi di un’opera più grande, che nella rete trova molteplici nodi d’incontro e innumerevoli spazi di lettura. Ogni elemento di approfondimento, così inteso, fa della narrazione finale un racconto organico maggiormente coinvolgente e partecipativo.
IL MONDO DELLA RICERCA ATTRAVERSO GLI OCCHI DI UN TEAM D’ECCEZIONE.
Il gruppo di studenti della Cavour si è quindi trasformato, nel corso dell’intero anno scolastico, in un team costituito da piccoli ricercatori e archeologi a cui si uniscono le competenze proprie del moderno comunicatore le migliori competenze del comunicatore moderno, capace, in breve tempo e con notevole ingegno creativo, di rielaborare le idee maturate e le conoscenze acquisite in un racconto fatto di immagini, tweet e post... semplice ma non banale rappresentazione digitale di alcune delle pagine più belle e affascinanti della storia di Catania. (Guarda la gallery del laboratorio)
*Il laboratorio è stato ideato e curato da Loriana Arena (collaboratrice interna), Silvia Iachello (Ufficio Comunicazione IBAM CNR), Giusi Meli (Ufficio Comunicazione IBAM CNR), Claudia Pantellaro (Archeologo Classico IBAM CNR).
Oggetti del passato reloaded
Quanti oggetti antichi avete visto nella vostra vita? Vi sarà capitato di entrare nelle sale di un museo archeologico almeno una volta, magari accompagnati dai vostri genitori o forse insieme ai vostri compagni di classe. Beh, se è così, vi sarete certo accorti di quanti oggetti strani e curiosi ci siano all'interno delle vetrine, ma soprattutto avrete visto un gran numero di cose che vi saranno sembrate molto simili tra loro, per nulla straordinarie e la cui vera grande caratterista è quella di essere cose vecchie. Non è una colpa, è normale che vi capiti di pensarlo, perché molto spesso non conoscete questi oggetti e la possibilità di confonderli, accomunarli e poi ignorarli è alta. Pensate a quando vi trovate in una folla, le persone intorno a voi sono tante, magari hanno colori di capelli diversi, vengono da paesi in cui non siete mai stati, hanno caratteri unici, forse qualcuno cattura il vostro sguardo perché indossa una maglietta che vi piace, ma alla fine vi sembrano tutte uguali e non fa differenza per voi, alla fine sono persone. Poi scorgete tra i tanti volti un viso familiare, riconoscete un amico, anche lui è una persona come le altre, ma il fatto di conoscerlo lo rende immediatamente speciale, degno di attenzione e non ignorato come le altre. Ecco il perché di questa rubrica. Post dopo post impareremo piccoli e grandi trucchi che servono per distinguere i reperti archeologici a colpo d'occhio, così che ogni visita al museo si trasformi in una splendida avventura, perché superato lo scoglio del riconoscimento sarà più facile svelare e apprezzare le diverse storie che ogni oggetto ha da raccontare. Esattamente come l'amico nella folla: lo vedo, capisco chi è, mi ricordo e sono interessato a approfondire sempre di più l'amicizia/conoscenza. Iniziamo con un oggetto molto comune e che probabilmente si trova in quasi tutti i musei archeologici, quindi impossibile da non notare.
Come la gran parte dei reperti archeologici, anche il protagonista, o meglio la protagonista di questa settimana è di ceramica, cioè realizzata con l'argilla, una terra facile da individuare e da lavorare, cotta in forni ad alte temperature.
Per realizzare la forma sinuosa e rotonda della nostra protagonista, gli artigiani utilizzavano una matrice, cioè uno stampo dove veniva messa l’argilla morbida così da avere pezzi tutti uguali e precisi. Un po’ come le formine di plastica che si usano al mare per giocare con la sabbia. Fonte: Donato Labate, Gli impianti produttivi della collina modenese in età romana: note sulla produzione di ceramica e di lucerne, Firenze, 2013, p. 37.
Se la guardate attentamente vi accorgerete che ha solo un manico, troppo piccolo per poterci infilare le dita, ma abbastanza robusto per poterla sollevare. Quando veniva utilizzata il suo peso doveva essere maggiore rispetto a quello di oggi, non perché sia dimagrita nel tempo, ma perché al suo interno era contenuto un liquido che le serviva per funzionare, liquido che adesso non c'è più. La sua forma è molto graziosa e ricorda un po' quella di una piccola teiera, direi una teiera giocattolo, ma la nostra protagonista non era un balocco e anche se conteneva un liquido non si trattava certo di una bevanda gustosa.
Una teiera per le bambole? No, una lucerna.
Forse appena vi dirò il suo nome sarà tutto più chiaro, in tutti i sensi. Il panciuto oggetto di questa settimana è la lucerna; proprio così, come suggerisce il suo nome si tratta di un piccolo strumento di luce, portatile. Capite ora perché se ne trovano in grande quantità? Immaginatevi quanto dovevano essere importanti le lucerne in un mondo dove la corrente elettrica era sconosciuta, immaginatevi quanti bambini l'avranno voluta accanto prima di addormentarsi. Ma senza energia elettrica come poteva illuminare? Vi ricordate il famoso liquido? Beh, come abbiamo detto era quello la chiave del successo: le lucerne erano riempite di olio al quale veniva dato fuoco, la fiamma poi usciva dal becco (ragazzi che volete farci si chiama così) cioè quel foro allungato che si trova dalla parte opposta rispetto al manico. Se sarete attenti e fortunati, infatti, noterete alcune tracce nere sul becco della lucerna che avete davanti, badate bene quelle non sono semplici macchie, ma tracce di bruciato, sono le impronte del fuoco di più di 2000 anni fa, incredibile, no?!
Guardate come si vedono bene le tracce nere lasciate dal fuoco in questa lucerna. Fonte: Wikipedia. Museo archeologico di Milano, lucerna, sec. V-VI d.C.
Non pensiate però che un'unica lucerna potesse illuminare a giorno un'intera stanza, impossibile, una sola fiammella poteva al massimo far vedere dove si mettevano i piedi o poco più, e anche se se ne avevano a disposizione molte il tipo di illuminazione che si otteneva non era certo paragonabile a quello delle nostre case. L'atmosfera che generavano doveva essere piuttosto suggestiva e poco nitida; guarda caso, succede di frequente che gli archeologi trovino una grande quantità di questi reperti non solo in quelle che erano abitazioni, ma anche in quei luoghi appartati e un po' misteriosi dove la luce serviva, ma era necessario anche il buio, come a esempio le stanze dove venivano celebrati riti religiosi particolari e segreti.
Ormai è fatta, abbiamo imparato a conoscere e riconoscere le lucerne: oggetti piuttosto piccoli e tondeggianti, con un becco dal quale usciva una fiammella ottenuta bruciando l'olio contenuto al suo interno.
Se capovolgete le lucerne vi accorgerete che alcune di loro hanno un bollo nella loro parte inferiore. Il bollo era una sorta di marchio che serviva a indicare il proprietario delle fornaci o il nome delle officine dove venivano prodotti gli oggetti. Eh sì, quasi come le nostre marche o griffe. Fonte: Wikipedia. Perego L., 2009, Età romana, in Baioni M. (a cura di) Museo Civico di Castelleone, Castelleone (CR), p. 79.
Un'ultima cosa, non tutte, ma alcune lucerne hanno il disco (cioè la parte alta che non permette all'olio di uscire fuori) decorato e potrebbe essere il caso di quella che state guardando voi. Le scene rappresentate sono di solito tratte dalla mitologia o dall'epica, allora bastava una sola immagine a richiamare un intero racconto, esattamente come nella foto qui sotto: vediamo semplicemente un buffo uomo legato a un montone, in realtà si tratta di un importante episodio dell'Odissea, un attimo dell'astuto piano di Ulisse per sfuggire dalle grinfie del ciclope Polifemo.
E voi, riuscite a riconoscere il vostro mito?
Nina
Con Salvo alla scoperta della Valle del Carapelle
Cari bambini e bambine?
come state? Come avete trascorso le vacanze? E il ritorno a scuola… traumatico?
“Le vacanze sono finite da un pezzo!” – starete pensando – “E tra i banchi di scuola ci siamo tornati già da parecchie settimane. Ma ve ne siete accorti che siamo già in autunno o no?”
Ma certo che ne siamo accorti e vi chiediamo scusa se per un po’ siamo spariti. E no, non eravamo al mare o chissà dove, anche per noi l’estate è ormai un ricordo lontano. Diciamo che è un periodo complicato per noi cinque, pieno di impegni e di cose da fare. La vita degli archeologi, bambini miei, è un gran casino. Avete presente quei giorni in cui vi sembra che la campanella a scuola non suoni mai o la maestra vi assegna così tanti compiti che avete l’impressione che non riuscirete mai a finirli tutti? Beh per noi archeologi è un po’ così: uno scavo senza fine!
Ma queste sono questioni da grandi, non voglio annoiarvi.
Voglio invece farvi un piccolo regalo: una storia o meglio le prima pagine di una storia che ho scritto tempo fa e che racconta di un bambino, Salvo, che un po’ controvoglia va al museo di domenica con i suoi genitori e scopre tante cose straordinarie sulla terra in cui vive: la valle del Carapelle nel cuore della Capitanata, in Puglia.
A spasso nel tempo: ri-vivere e toccare la Storia si può!
E dunque, eccoci qui, con l’ultimo post di questo secondo anno di Archeokids. Il caldo si sta facendo sentire e mi auguro che in questo momento siate immersi al fresco tra le onde del mare a godervi le meritate vacanze. L’estate, si sa, è anche tempo di viaggi, di spostamenti da un luogo ad un altro, di tragitti più o meno lunghi per raggiungere posti nuovi. E se per una volta ci fosse invece consentito di muoverci da un tempo ad un altro? Ci avete mai pensato?
Costruire uno marchingegno, una macchina del tempo che ci permettesse di saltare a nostro piacimento tra le epoche, tornare indietro di qualche anno per cambiare il corso degli eventi o semplicemente rivivere un bel momento ormai lontano, è da sempre uno tra i sogni più comuni degli esseri umani.
Una macchina del tempo famosa...
La scatola delle fonti
Come mio ultimo post prima della pausa estiva vorrei proporvi un gioco, facile da realizzare e, volendo, sempre diverso.
Quello che segue, in realtà, è parte di un lungo percorso didattico svolto questo inverno con una classe terza durante il quale si è parlato di archeologia, ovviamente, ma anche di storia, di tempo, di indagini, di ricerca e di fonti. È stato un percorso un po' anomalo per quel che mi riguarda, perché normalmente quando si è chiamati a fare questi tipi di interventi nelle scuole si segue l'ortodossia del programma scolastico di storia: in terza la preistoria, in quarta i greci e in quinta i romani. Invece questa volta ho potuto sperimentare qualcosa di nuovo, diciamo di più “teorico”, rispetto al solito incontro autoconclusivo composto da power point e mini laboratorio. Con le insegnanti abbiamo concordato un piccolo programma che, fondamentalmente, preparasse i bambini allo studio della storia. Invece di parlare dell'Homo habilis abbiamo cercato di rispondere tutti insieme ad alcune domande: perché si studia la storia? Come arrivano le notizie nelle pagine dei libri di scuola? Chi si occupa dello studio del passato? Dove si trovano le informazioni che servono per ricostruire la storia? Quando occorre sfruttare l'una e/o l'altra informazione?
Un bambino ceramista nell’età del bronzo! Alla scoperta di un nuovo approccio di studio dalla Svezia
Le dita di un bambino moderno sulle impronte presenti sul vaso (Foto per cortesia dell’autrice Katarina Botwid)
“I bambini imparano ed eseguono le cose molto velocemente se quello che fanno gli piace, oggi come nell’Età del Bronzo!”
Chicchi ricchi... di storia.
E' proprio vero che l'archeologia è una lente per guardare il mondo, anche se fai una passeggiata in un posto che di “archeologico” non ha proprio niente.
In queste settimane, i campi intorno a casa mia, nella campagna senese, stanno diventando tutti dorati; il grano è quasi pronto per la mietitura e tra pochi giorni cominceranno a viaggiare per le nostre strade bianche quelle grandi macchine, le mietitrebbie, che vanno e vengono dai campi.
Nell'aria si spanderà quell’odore polveroso e caldo che sa di grano.
I bambini nell’antica Grecia. Parte terza.
Eccoci all’ultima tappa del nostro viaggio nell’antica Grecia, guidati come sempre da Flavia Frisone, docente di storia greca all’Università del Salento, alla scoperta del mondo dell’infanzia. Se vi siete persi le prime due puntate, potete trovarle qui e qui. Le differenze tra passato e presente - abbiamo visto - sono tante, diversi (ma non troppo) i giochi e giocattoli, i riti, i modelli educativi, rilevanti soprattutto le differenze tra i bambini e le bambine, i primi destinati alla vita pubblica, le seconde condannate a vivere e crescere tra le mura domestiche. “Erano tempi duri per essere bambini”, scrive Flavia, ma è anche vero che c’è una cosa che questi bambini di ieri possono insegnare a quelli di oggi: imparare a ritrovare la libertà di divertirsi all’aria aperta, lontano da cellulari e televisori, la capacità di inventare giochi dal nulla affidandosi solo alla propria fantasia, il desiderio di annoiarsi ascoltando magari il frinire delle cicale o guardando fuori dalla finestra. E’ estate, non c’è stagione migliore per lasciare che i nostri bambini siano liberi di esplorare il mondo da soli.
Bartolomeo e gli antichi Romani
Innanzitutto, un ben trovati ai nostri piccoli lettori! Ho subito una domanda per voi!
Dunque, ditemi un po’: avete mai sognato di poter utilizzare una macchina del tempo per poter viaggiare indietro nei secoli fino ad un determinato momento e di vivere così immersi in una realtà completamente diversa che purtroppo altrimenti possiamo solo immaginare? Scommetto di sì! Ecco perché scommetto anche che il libro di cui sto per parlarvi vi piacerà un sacco!
Due amiche
Questa settimana finisce la scuola e iniziano le tanto attese vacanze estive. Ricordo che negli ultimi giorni di scuola le lezioni erano tassativamente abolite, gli insegnanti ci lasciavano molta libertà, al massimo ci leggevano storie o racconti e si passava gran parte del tempo a giocare o a condividere i progetti per le vacanze imminenti. Per questo ho deciso di raccontarvi una storia questa volta, un breve racconto con personaggi inventati, ambientato da qualche parte nella Roma Antica. Buona lettura.
ArcheoKids a RomArché!
Che l’invito a partecipare a RomArché ci avesse caricati d’entusiasmo ve ne sarete accorti più o meno tutti. Nelle scorse settimane, dopo che la notizia ci è stata comunicata ufficialmente, ve ne abbiamo più volte dato prova in molti dei nostri post sulla pagina.
Ed infine, eccoci qui! La scorsa domenica la delegazione ArcheoKids composta da me, Giovanna e Francesco si è riunita nel pieno centro di Roma per raccontare il come, il quando, il perché che stanno dietro al nostro incontro e al nostro progetto, nella splendida cornice del Museo delle Terme di Diocleziano.