Thomas Struth - Louvre, Paris, 1989
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@bisfestival
Thomas Struth - Louvre, Paris, 1989
BIS Festival BASMATI + AUSTERO prove generali
Tutto è corpo
Nella giornata conclusiva del BIS festival le video-rappresentazioni create dai partecipanti insieme a Saul Saguatti e Audrey CoÏaniz dello studio Basmati si fondono in una masterclass live irripetibile alle musiche di Ausonio Calò, Stefano Pavarini e Roberto Rossi, ossia AuSteRo Soundart. Il tutto va ammirato con il naso all’insù, sdraiati nella sala rossa della Galleria d’Arte Moderna di Genova Nervi, meglio se con un cuscino comodo sotto la testa.
Nella performance le immagini si sovrappongono e si confondono inseguendosi, diventando esse stesse volume e musica. Con loro la distanza tra corpo e architettura viene annullata, il confine tra i due opposti si scioglie nelle forme fluide della rappresentazione: i colori, le architetture, le statue, gli spazi, la luce, il ritmo; tutto è corpo, tutto è attore, in una danza psichedelica in cui casualità e improvvisazione si intrecciano ad istinto e conoscenza, dando vita a mondi e linguaggi nuovi, che entusiasmano e stupiscono gli stessi autori. I colori e i rumori rimbalzano sulle pareti e come fuochi d’artificio segnano la fine e la celebrazione di questo incredibile festival, che fin dall’inizio ha saputo vivere una vita propria. Un progetto senza matita, un’espressione senza volto, una contaminazione di stili, tecniche, discipline, persone, idee.
Chi era pronto per una carica di creatività, era qui che doveva essere.
Video Art_Avvertenze per l’uso
Simone Gobbo
Tracciando sinteticamente un diagramma finalizzato a identificare l’evoluzione del corpo all’interno dello spazio circoscritto dalle arti visive, risulta centrale il ruolo interpretato dalla video arte: un fenomeno che si coagula velocemente a partire dalle prime esperienze di Wolf Vostell autore nel 1963 di TV Dé-coll/age, una installazione che incorporava 6 televisori nella Smolin Gallery di New York. La svolta e il riconoscimento decisivo di questa nuova sperimentazione artistica viene consuetamente ascritto al 1968 con la mostra The machine as seen at the end of the mechanical age, curata da Pontus Hulten al MOMA di New York, momento cruciale che segna il passaggio dall’epoca della macchina a quella della tecnologia. In questa mostra Nam June Paik utilizza per la prima volta un primitivo videoregistratore e nello stesso anno, dall’altra parte dell’oceano, all’Institute of Contemporary Art di Londra Jasia Reichardt realizza il progetto espositivo Cybernetic serendipity insieme ad un esperto di tecnologia ed uno di musica. Singolare come in entrambi i casi ai visitatori vengono consegnate all’ingresso degli spazi espositivi alcune note cartacee finalizzate a informarli preventivamente rispetto all’impossibilità di capire con facilità se le opere erano state realizzate da un artista o da uno scienziato, si tratta nello specifico di alcune precise avvertenze sull’uso delle opere.
Questa prima difficoltà di definizione di campo e di fruizione, che ha interessato i curatori delle prime esperienze di video arte, sembra essere ancora oggi, a quasi cinquanta anni di distanza, una delle cifre stilistiche che alimentano il racconto performativo affidato agli artisti visual. Lontana da un utilizzo passivo del mezzo tecnologico, la video arte si serve del medium per precise finalità comunicative e non è riducibile ad una pura documentazione della realtà. La sua capacità di intervenire sul reale e sulla sua percezione si traduce nella messa in discussione della posizione dello spettatore, processo indirizzato verso la costruzione di un dinamismo comunemente precluso allo spazio e all’architettura, rappresentata e concepita comunemente attraverso un’accezione monofocale statica, schiacciata dalla firmitas della sua tettonica. Amplificazione dinamica dello spazio e dimensione onirica del racconto sono anche temi espressi lucidamente nel lavoro del duo italo-francese Basmati (Saul Saguatti e Audrey CoÏaniz), ospite e protagonista di una master class di grande impatto interamente dedicata alla re-interazione da parte degli studenti del Bis festival della spazialità offerta dalla Galleria d’Arte Moderna di Genova Nervi. Il tentativo è di trasmettere l’approccio di un progetto di ricerca dedicato alle immagini sperimentali, basato sullo sviluppo e la sperimentazione di tecniche di animazione video, integrando le varie discipline artistiche tradizionali con le nuove tecnologie puntando all’ibridazione disciplinare, proprio a quell’impossibilità di definizione univoca, dalla quale mettevano in guardia le avvertenze per l’uso redatte dai curatori delle prime visual performance.
* Press Release for the exhibit curated by Jasia Reichardt at the ICA London August 2nd to October 20th, 1968:
* Caterina Davinio, Tecno-poesia e realtà virtuali : storia, teoria, esperienze tra scrittura, visualità e nuovi media, Mantova, Sometti, 2002
* www.basmati.it
STORIA DI TRE CITTÀ (3/3)
Elisabetta Canepa, Davide Ventura
Lastanza è vuota, solo una griglia a disegnare lo spazio.
Unavoce fuori campo annuncia:
<<Questa è la città delle case splendide>>.
Corpi architettonici iniziano a occupare la griglia:
<<Questa è la casa dell’illusionista; l’illusionista ama stupire e ingannare la gente.
La sua dimora è un trucco.
La sua torre abbaglia e confonde quelle degli altri.
<<Questa è la casa dello scalatore; lo scalatore insegue il sentiero più impervio.
La sua dimora è la sua palestra.
La sua torre è la vetta più alta.
<<Questa è la casa del bibliofilo; il bibliofilo custodisce tutti i libri della città.
La sua dimora è un inno alla cultura.
La sua torre non conosce limiti come il sapere dell’uomo.
<<Questa è la casa del velista; il velista omaggia il suo sconfinato amore per gli oceani.
La sua dimora riflette la luce come l’acqua dei suoi mari.
La sua torre ondeggia sulla città al soffiar dei venti.
<<Questa è la casa dell’invidioso; l'invidioso osserva di nascosto gli altri per nutrire il proprio odio.
La sua dimora è uno sguardo silenzioso che svela i segreti della città.
La sua torre è il buio che lo avvolge.
<<Questa è la casa del chimico; il chimico offre equilibrio agli elementi ma non alle persone.
La sua dimora miscela i pieni e i vuoti, la materia e l’anti-materia.
La sua torre cresce, sperimentando teorie sempre nuove.
<<Questa è la casa dell’enigmista; l’enigmista trascorre il suo tempo a inventare rompicapo.
É questa o questa la sua dimora?
La sua torre espone gli enigmi ma cela le soluzioni.
<<Questa è la casa dell’insonne; l'insonne non conosce la notte né la sua pace.
La sua dimora è la tregua alle sue ansie.
La sua torre lo protegge, isolandolo dai suoi incubi.
<<Questa è la casa dell’orologiaio; l’orologiaio è ossessionato dallo scorrere del tempo.
La sua dimora mostra ad ogni abitante il valzer delle sue ore.
La sua torre detta il tempo alla città.
<<Questa è la città delle case splendide>>.
YACHT - Utopia/Dystopia (The Earth Is On Fire)
STORIA DI TRE CITTÀ (2/3)
Laura Arrighi
Pagina bianca_la città del Libro
Noi tutti viviamo e ci comportiamo guidati da una legge che ha una duplice faccia. La legge è riportata su un libro che porta scritta sulla facciata sinistra la legge morale, sulla facciata destra la legge pratica. La luce è quella che investe i cittadini che seguono le regole etiche, il buio è quello in cui vagano i cittadini che derogano. La legge morale è quella che guida i cittadini all’ordine, la legge pratica è quella che genera il caos, per cui tutti siamo portati a rispettare la nostra propria legge.
I ragazzi che oggi abitano la dodicesima città, la città del libro, hanno pensato che la sua nascita dovesse avvenire in modo onesto, l’hanno disegnata con ordine e rispetto per le persone e per il territorio nel quale sarebbe sorta, l’hanno progettata in modo meticoloso, rispettando ogni confine, spaziale e di relazione e hanno costruito con pazienza ogni singolo mattone col quale si sarebbe innalzata.
Hanno pensato che i mattoni avrebbero dovuto essere quegli stessi libri, sui quali avrebbero tramandato ai posteri la storia e le leggi della città, pensando che la luce avrebbe sempre illuminato la sua e la loro vita. I mattoni sarebbero stati bianchi, in modo che nessuno si sarebbe potuto sentire offeso da un colore odiato e bianche sarebbero state le divise dei cittadini, in modo che nessuno si sarebbe potuto sentire discriminato.
La città appariva bellissima, ma tutta quella luce, quel riflesso del bianco sgargiante, iniziò dopo poco ad accecare i cittadini.
La storia della dodicesima città, così come ci è stata tramandata, racconta di una legge scritta un giorno, per tutelare la capacità di vedere dei cittadini, che sembrò essere una deroga alla legge principale, quella che obbligava i cittadini a vivere in una città illuminata.
La legge recitava: " Ogni cittadino è libero di vivere alla luce od al buio e di spostarsi tra l’una e l’altro "
Da quel giorno qualcuno cominciò a distruggere quella città così ben costruita, cominciò a generarsi il caos, alcuni continuavano a rispettare la legge morale, altri cominciarono a scrivere le proprie leggi, a camminare secondo le proprie linee, che non erano più rette, ma distorte, curve, alterate nello spazio bidimensionale e tridimensionale.
Alcuni libri furono dipinti di nero, la città apparve così sfumata di ombre, che certo sembravano inquietanti, ma riposavano lo sguardo dei cittadini.
I ragazzi che abitano la dodicesima città sono figure imprevedibili, la città è un progetto in continuo divenire, ciascuna regola che la governa, porta con sé una deroga, così come quella che governa la vita dei cittadini: figli di padri totem di integrità, sono padri di figli che scriveranno la storia di una città nuova, mutevole come il loro umore e i loro bisogni.
STORIA DI TRE CITTÀ (1/3)
Giovanni Carli
Quarto giorno. Il cielo comincia a scurirsi e sotto la luce crepuscolare che scende sul parco di Nervi prendono vita all’interno della Galleria d’Arte Moderna le performance delle tre masterclass dirette da Alberto Bertagna, Alessandro Valenti e Francesco Librizzi. Missione: trasportare e re-interpretare lo spazio immaginifico di tre città descritte nei testi di Superstudio, collettivo fiorentino che fu maestro di quella architettura definita dall’appellativo ‘radicale’: la città delle Regole, la città del Libro, la città delle Case Splendenti.
The dark side project_la città delle Regole
La consuetudine, come azione reiterata nel tempo, nel pieno e consapevole rispetto di canoni di comportamento, annoia. Il rispetto della regola uniforma. L’infrazione della regola, se inizialmente concede un sospiro di libertà, poi inesorabilmente punisce. Quindi la pena, la correzione, il re-inserimento nella speranza che mai più si ripeta il crimine. Nel visione urbana di Superstudio i cittadini della decima città sono involucri per sfere di polistirolo, ordinate all’interno dell’anatomia dei corpi, racchiuse da un epidermide che si confà al buon costume. Qualora si esageri , le sfere fuoriescono, invadono lo spazio ma subito sono recuperate, ‘ricucite’ e il cittadino rieducato presso il Municipio.
La masterclass di Alberto Bertagna invita gli studenti ad esprimere il proprio inconscio, la propria fantasticheria, così da poter liberare il ‘materiale plastico’ senza timore della norma. Il prodotto è un tour alternativo al primo piano del museo: i visitatori seguono una guida che parla per paradossi, si esprime per lapsus - Attenti alla mani perché la scala è molto ripida! - procedendo al ribaltamento di significato dell’opera d’arte - il capolavoro assoluto è il Segnale di uscita di emergenza - In ogni stanza performers, di nero vestiti, mescolati alla ‘gente comune’ improvvisano azioni catartiche nello/sullo spazio: l’amante che seduce e si concede alle statue, novello Pigmalione, la supponente che incalza domande non-sense e beatamente si lamenta, venditori di crepes e musici, rumori dell’inconscio d’infanti stanchi del silenzio. L’ultima stanza, la terrazza verso il mare come palco per la dichiarazione d’intenti espressa dalla lettura, in elevazione, di un muscoloso corpo di testi:
Bene la indosserò e mi maschererò, e magari fossi il primo che si è mascherato con una simile tonaca: I’ve been waiting for a guide to come and take me by the hand, Could these sensations make me feel the pleasures of a normal man? These sensations barely interest me for another day, I've got the spirit, lose the feeling, take the shock away. Che significa questo? Dove va la corrente? O io sono pazzo o questo è un sogno La fantasia mantenga i miei sensi nell’età, se questo è un sogno lasciatemi dormire.
Il corpo all’epoca della sua riproducibilità tecnica
Simone Gobbo
Poi le cose presero un’altra piega. Nel Dicembre 1935, Benjamin nella nota lettera a Kraft afferma con enfasi di aver fissato “la cifra dell’ora del destino”, un passaggio votato a segnare irrimediabilmente il destino dell’opera d’arte in quanto tale. L’intera grande disputa che ha dominato la scena del diciannovesimo secolo tra la pittura e la fotografia, intorno al valore di unicità dell’opera viene messa improvvisamente fuori gioco. Si tratta di un semplice spostamento in avanti della teoria, qualcosa di apparentemente impercettibile, una crepa infinitesimale lungo le pareti chilometriche della diga che cinge la filosofia della storia occidentale.
Inevitabilmente -come sempre accadono questo genere di cose- la crepa è la fine, la crepa è l’inizio: “la riproducibilità tecnica dell’opera modifica il rapporto delle masse con l’arte”, e necessariamente l’arte stessa. Il testo di Benjamin nel suo stesso timbro “L’opera d’arte”, contiene e facilita un fraintendimento di genere, la parola arte assume il ruolo di contenitore sovra disciplinare, un’ambiguità che decreta il successo del testo, permettendone una penetrazione e una diffusione universale.
L’arte si trasforma in funzione della sua riproducibilità tecnica, ha bisogno di nuovi territori d’indagine, abbandona progressivamente la dimensione autoriale, il rituale ed il proprio supporto fisico. “Nel giro di lunghi periodi storici, insieme con le forme di esistenza delle collettività umane, si modificano anche i modi e i generi della loro percezione sensoriale”, il corpo e la componente percettiva diventano dominanti, lentamente l’opera d’arte migra il proprio territorio verso la trasfigurazione del corpo nello spazio, preannunciando così una nuova rivoluzione: la riproduzione tecnica del corpo stesso.
Questo è l’obiettivo delle rivoluzioni, accelerare ciò. Il corpo liberato attraverso la liquidazione della prima tecnica.
Epilogo: Benjamin, in piedi, indifferente lungo la collettanea del museo Gam, si sottopone ad un autoritratto con opera d’arte, annuncia di aver fissato nuovamente “la cifra dell’ora del destino”.
* Walter Benjamin, Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit, Berlino, 1936.
Io sono rappresentazione
Chiara Centanaro
Uno spazio racchiude corpi.
Uno spazio limitato, magico* , in cui ogni rappresentazione di se stessi perde gli strumenti di comunicazione.
Solitudine, rabbia, appropriazione, esclusione, condivisione, ossessione, conflitto.
Le nuove relazioni che attraversano i corpi arrivano dove le nostre esperienze si fanno antiche e cadono gli ostacoli tra le parti.
Lo spazio esplorato dal corpo diventa pensiero dove gli esseri agiscono nei confronti di qualcos’altro e qualcun altro.
Il pensiero racchiude i corpi come sfere, spazi minimi dell’io individuale; altre relazioni e nuovi distacchi li attendono ma una forza si riappropria dei corpi, ancora lei, la loro stessa rappresentazione.
Qual’è la misura di ciò che siamo?
“Poiché finora abbiamo vissuto ed inteso lo spazio a partire dal suolo, dove in modo geometrico, la caratteristica di tutto ciò che é spaziale è stata la definizione, il confine. Ed ora, poiché cominciamo a vivere e ad intendere lo spazio dall’interno, dove in modo topologico, la caratteristica di tutto ciò che è spaziale sarà l’intersecare, il sovrapporre, l’ingranare" (Flusser)
*Il teatro degli oppressi.
Il bar, il bus, la soffitta
Giovanni Carli
Secondo giorno del BIS Festival: il corpo è protagonista assoluto. La master class di Lorenza Codignola, attrice e maestra presso il Conservatorio Niccolò Paganini di Genova, invita gli studenti a percepire lo spazio della Sala Rossa della Galleria d’Arte Moderna come possibile scenografia di infinite storie da raccontare tramite l’invenzione e l’improvvisazione. Durante il corso della mattinata, suddivisi in due gruppi, gli attori ‘in potenza’, attraverso l’immaginazione e un profondo esercizio di concentrazione cerebrale, hanno provato la sensazione del congelamento, hanno camminato nel buio, rinchiusi in una severa prigione dalle alte mura invalicabili, hanno sentito il dolore di vetri rotti, hanno guardato attoniti le rovine di una città distrutta da un violento terremoto, hanno pattinato sul ghiaccio e corso su carboni ardenti: tutto all’interno di un unico spazio disegnato a terra. Gli esercizi hanno rivelato quanto il limite fisico tra corpo e spazio sia del tutto labile e plasmabile all’uso, anche se immaginifico, che a codesto spazio si vuole attribuire.
Nel pomeriggio l’esperienza corporea si fa totalizzante: la stanza, oltre ai corpi dei performers, si riempie di sedie, unici canali di comunicazione , e la loro posizione determinerà molteplici situazioni: prima bar, quasi a rendere omaggio alla poetica del Café Müller della ballerina e coreografa tedesca Pina Bausch, dove un’eterogenea clientela regala alla platea uno spettacolo notturno, fumoso, di malinconia e sregolatezza, con sorpresa finale. Cambio di posizione delle sedute e il bar diventa bus; tra i passeggeri una donna incinta, un prete, una coppia di fratelli ritrovati, una tossica, un brillante avvocato, un coppia ai primi flirt, due amici di lunga data, una sedicente cripto-lesbica e altri ancora…Il ritmo è incalzante e le relazioni tra le parti instaurano grotteschi episodi in cui solo le gestualità corporee, la parola è vietata, esprimono sentimenti e ataviche pulsioni. Un altro rapido cambio: quattro sedie per quattro donne, che insieme fanno una soffitta ,che è un tesoro di cimeli e memorie. Il gioco, quasi come ci fosse Polański a dirigere, è mirato al massacro: chi porterà a casa l’oggetto più prezioso e chi il ricordo più caro? Nessuno ce la farà, ognuno rimane con quello che ‘resta’: il proprio nudo corpo.
Pensieri di corpi-spazio
Laura Arrighi
- * sulla conoscenza dello spazio-
Aforisma:
- conosciamo lo spazio né più né meno di quanto conosciamo un estraneo - conosciamo un estraneo abbastanza per non poterlo evitare del tutto, ma non abbastanza per poter dire di avere una relazione con lui - verità è conoscenza - non si può occupare uno spazio senza prima conoscere la sua verità -
« Non l’ho mai guardato veramente, ora sono costretto a farlo e mi accorgo che è altro da quello che immaginavo. Cercavo di tenermi lontano, chissà perché... Ma in fondo l’indifferenza è un sentimento che si esprime, in qualche modo. Lo sguardo è gentile, il suo movimento è sinuoso, sembra un pesce che nuota ondeggiando la lunga coda rossa. Forse lo accarezzerò. Balliamo e la nostra danza è quella dei pesci. Mai avrei immaginato di toccarlo, sentire così vicino qualcosa che fino ad allora avevo inconsciamente evitato. Non è male…ma ora devo andare, ho fretta »
« Non sono del tutto consapevole di quello che sto facendo. Devo prendermi il tempo necessario per capire quello che ho di fronte. Ho sempre desiderato avere a che fare con lui, ma non ho mai trovato il coraggio. Ho paura che non passerà oltre. Ho paura di diventare invisibile. Devo fare qualcosa per trattenerlo, se non voglio che passi oltre. Forse potrei toccarlo, è l’unica cosa che mi resta, perché il mio aspetto di certo non è dei migliori…Ecco balliamo e la nostra danza è quella degli innamorati. Ora vado via ma continuo a ballare »
–* sull’ occupazione dello spazio-
Aforisma:
- si occupa uno spazio con il corpo, con il suono, con l’intensità di una relazione - uno spazio è corpo, suono, intensità di relazioni -
« Sono vento, soffio, soffio sempre più forte, rischio di travolgere tutto ciò a cui passo sopra, allontanatevi! » « Corro corro corro dove…non so, cammino…cammino…mi fermo » « MI ASCOLTATE ! » « Striscio, rotolo, mi rannicchio » « ---ti odio-- » « ---ti amo--- « ---ti ignoro-- » « VENDIAMO EMOZIONI! ACCORRETE! » « stai lontano da me, devo scappare.. » « corpi immobili, corpi in movimento» « che corpo ho? » continua…
Oggi sono io
Giovanni Carli
<< Io Oddone Eugenio Maria di Savoia, io principe dell’Unità d’Italia, io quartogenito di Sua Altezza Reale Vittorio Emanuele II, io collezionista, io archeologo, io filantropo, io corpo deforme e malato, io nascosto agli sfarzi di corte, io lontano dai palazzi sabaudi, io che ho eletto Genova a mio prediletto rifugio: io oggi sono Arte. Negli spazi della galleria che raccoglie le mie collezioni da oggi va in scena uno spettacolo che osservo, seduto in prima fila. Vedo giovani ballare per me, chi gatto, chi volpe, chi orso, chi striscia, chi cade, chi salta, chi grida.
Ma chi sono questi ospiti? Cosa cercano? Perché fino qui sono giunti?
Ascolto attentamente e archivio informazioni. Apprendo che sono corpi che misurano lo spazio non metricamente ma tramite controlli di movimento e sensazioni. Ascolto stupito la storia di un nobile regista del casato visconteo che ha svuotato un teatro e trasformato il palco in un gioco al massacro, senza vincitori né vinti; di una artista balcanica che sulla propria pelle ha provato, voluto, il dolore e ha sovra-scritto la sua storia, che ha conosciuto il suo pubblico solo con lo sguardo. E ancora apprendo di un demone venuto dal nord che contamina di segni a terra la scena vuota perché il significato supera il segno; di un mondo sospeso fatto di maschere e mostri, figlie e figli di una mente fantastica: sulla soglia della Bocca per l’Inferno un pastore e il suo gregge.Un rettangolo bianco al centro della stanza, un perimetro metafisico diventa il dispositivo di scambio di relazioni tra le parti: comincia una musica, nuova per le mie consuetudine liriche.
Occupare più spazio possibile, questo è l’ordine imposto e quell’occupazione diventa subito disordine sublime: un battito di mani ed ogni corpo solido si ferma sul posto ma anche se immobile di moto perpetuo si rigenera e di acquisita consapevolezza nuovamente riparte. Ora si fa tutto più chiaro: sto assistendo a una lezione contro la convenzione, contro l’ordine usuale di vedere e vivere le cose. >>
Resurrection_teaser
Giovanni Carli_testo
Elisa Angella, Nicoletta Raffo_video
Destatevi dal sonno!
I corpi si scaldano, si allungano fremono:
che si alzi il sipario!
Muse, cantate gli amori,
le dame, i cavalieri
e le artistiche imprese che segneranno il tempo
in cui gli architetti passeranno al Levante.
Nuove storie per gli annali della moderna Babilonia,
lirici suoni di flauti,
e ancora il riso della commedia,
la lacrima della tragedia:
al centro danza Tersicore di veli vestita.
Esci dal quadro, diletta marchesa,
e tu, che con malizia guardi,
infrangi la pietra che ti costringe:
il museo è (in) movimento.
Sotto una volta di stelle, cadute nel mare,
faremo il nostro spettacolo!
Hey, Romeo, dove corri?
Zeno, spegni quell’ultima sigaretta: ciak si gira!
Non c’è molto tempo
e anche ciò che resta è un attimo prezioso.
Addio CAD! Che torni l’imperfezione…
Ripartiamo dal corpo:
prima una mano, poi un piede,
mano destra sul giallo, piede sinistro sul rosso.
Poi tanti occhi, tre gambe, due teste,
una coda lunga un miglio:
ah, che mostro! No, che meraviglia!
Applausi in platea,
fiori sul palco…
Dalla galleria i fedeli abbonati innalzano
cori di voci che richiedono: “ BIS!! ”
Certo, domani!
Genova - Tre masterclass per aspiranti progettisti. Che per disegnare usano l'esperienza fisica. Fra teatro, video-arte e design. Dal 17 al 22 febbraio alla Gam di Nervi
Corpo alle voci
Giovanni Carli, Chiara Centanaro
Giulio Monteverde, Jennero
Da martedì 17 febbraio gli spazi della Galleria d’Arte Moderna di Genova-Nervi saranno occupati da cinquanta nuovi corpi che sovra-scriveranno significati altri alle opere esposte. L’intento del workshop BIS Festival è proprio quello di aumentare la quotidiana percezione visiva e fisica dell’ambiente museale tramite contaminazioni e alterazioni. L’architettura va in scena: performance di teatro, musica, danza, poesia saranno codici per una diversa interpretazione dello spazio superando il differenziale della funzione già consolidata. In attesa, sospesi nel tempo e tra il tempo, i corpi delle opere sono ancora ignari dei loro futuri destini. Forse stanchi del loro consueto ‘stare’, (ci) chiedono riposizionamenti o moltiplicazioni di senso, oltre il sublime essere ‘inanimato'. Le voci si rincorrono nelle stanze della Galleria: gli echi di quelle parole prendono CORPO e richiedono la nostra più vigile attenzione…
Giulio Monteverde, Colombo giovinetto
<<Mi chiedono tutti cosa farò da grande, questo ancora non lo so; di certo non tesserò la tela, non mi pungerò il dito col fuso di un arcolaio. Penso che viaggerò, lontano, oltre i mercati d’Oriente, sempre che 'oltre' ci sia qualcosa… Intanto resto qui a guardare il mare. Mare che sarà la mia nuova terra>>.
Nicolò Traverso, Filosofo (Platone?)
<<Sono in ritardo! Mi attendono al Simposio ma non ricordo più la strada per la casa di Agatone. La vecchiaia gioca brutti scherzi. Il mio corpo è stanco, affaticato, mi si è anche impigliata la veste ad un ramo. Diamine, dove sono i miei discepoli quando ne ho davvero bisogno?!>>.
Giuseppe Amisani, Nudo femminile
<<Ho un corpo, esile, flessuoso. Un corpo santo. Non si brucia tra le fiamme del peccato. E di quale peccato sarei forse colpevole? Di essere stata umile serva contesa tra il cielo e la terra? Guardatemi bene, la mia fama ha già superato i confini di questa cornice>>.
Luigi De Servi, Ritratto di Evan Mackenzie
<<Un ultimo sigaro e poi mi alzerò. Un giorno lascerò questa poltrona e tornerò a scoprire il mondo; la guerra deve essere finita. Porterò Venere con me, la accompagnerò sulle rive del Danubio, a Belgrado, e poi più a nord, verso la mia Scozia e i miei vecchi castelli. Il bianco mi ingrassa, ho un disperato bisogno di tartan>>.
Armando Barabino, Luci e trasparenze
<<Oh sì, questa è sicuramente l’ora del giorno che preferiamo: quando l’oscurità si avvicina e quei cinque infanti, piccoli mostri senza collo, vengono messi a letto la pace in casa regna sovrana. Gli ultimi raggi di sole illuminano il nostro mondo di vetro e possiamo vedere riflessi tutti i colori del mondo>>.
Sexto Canegallo, Zircone
<<Dicono che i diamanti siano i migliori amici delle donne ma io sono molto di più: i diamanti sono solo per pochi, io sono un dono per tutti. Frantumerò i corpi in luce. Sono radioattivo, spietato e diretto>>.