Che zuccherino che era Feynman

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@cinefiloatratti
Che zuccherino che era Feynman
“There are two kinds of pain. The sort of pain that makes you strong, or useless pain. The sort of pain that’s only suffering. I have no patience for useless things.”
Goodbye Mr. Lynch I’ll see you in my dream
It’s tempting to think of “An Elephant Sitting Still” as a suicide note written with blood in a dirty patch of hard snow. The immersive and mighty despair, through the uncompromising view of society, echoes with poetic imagery and distinctive style.
7.8/10
Burning (Lee Chang-dong, 2018)
Un homme qui dort (1974) by Georges Perec & Bernard Queysanne
«Appartengo a una generazione perduta, e mi ritrovo soltanto quando assisto in compagnia alla solitudine dei miei simili»
– Umberto Eco, Il pendolo di Foucault
Mishima: A Life in Four Chapters (1985)
[...] mi accettò subito per quello che ero, pur senza capire bene chi o che cosa io fossi effettivamente. Niente di strano. Non lo capivo bene nemmeno io. Mai capito, e neanche adesso se è per questo. Diverso. So solo questo. Tutti lo pensano di se stessi e molti, troppi, si agitano per dimostrarlo; ma chi è portato davvero ad uscire dalla norma, tenterà sempre di mimetizzarsi tra gli altri, e non gli riuscirà; si comporterà in modo da non dare nell'occhio, e sarà notato; cercherà di nascondersi, e sarà scoperto, perché, in fondo, essere scoperto è esattamente ciò che vuole, essendo, altrettanto in fondo, fiero della sua cazzo di diversità, che inevitabilmente, isolandolo dagli altri, lo renderà insicuro e così via. E d'altra parte, sarebbe stupido che un giglio rosso tentasse di nascondersi in basso, a pelo d'acqua, tra le fegatelle, dove si sentirebbe molto più al sicuro: se la cosa gli riuscisse, non sarebbe un giglio rosso. O avrebbe rinunciato a esserlo. È il prezzo da pagare, quello che, implicitamente, mi era sempre stato chiesto di pagare.
Lineare.
“The face is the door to the soul. When the face is closed off, so too is the soul. Nobody is allowed inside. The soul is left to rot, reduced to ruins. It becomes the soul of a monster, rotten to the core.”
The Face of Another (1966) dir. Hiroshi Teshigahara
Di quel periodo molteplici sono le immagini che si sono conficcate indelebilmente nella retina dei miei occhi. Altrettanti i rumori della tua voce che andava perdendosi. L’angoscia di non aver potuto lenire o quantomeno accompagnare, anche per un breve tratto, il dolore straziante che ti ha portato via nella solitudine. Solo le tue mani sono rimaste tali e quali. Tra gli infiniti supplizi che ti hanno reso dapprima un corpo irriconoscibile, poi un guscio vuoto, voglio ricordare ciò che di te é rimasto immutato.
Osservo le mie di mani e intravedo delle somiglianze con le tue. Alcuni piccoli dettagli che la genetica ha riprodotto in forma eguale. Nel concreto, tuttavia, la consistenza delle nostre due sostanze messe a contatto era quanto mai diversa. La tua mano, dalla conformazione ruvida e possente, avvolgeva la mia, liscia e debole. Vite diverse, tempi altrettanto differenti. Cerco di raccogliere ciò che in cuor tuo di buono hai seminato in me e di farne tesoro.
«Solo il mare, in fondo alla scacchiera monotona delle case, testimoniava quanto vi é di inquietante e di mai placato nel mondo»
— La peste, Albert Camus
A qualche giorno dalla visione de “La chimera” di Alice Rohrwacher provo a buttare giù qualche riga sulle sensazioni che mi ha dato e le relative riflessioni che mi ha suscitato.
Parto col dire che lei mi aveva già colpito positivamente con il precedente film, “Lazzaro felice”, dove, salvo l’ultimo quarto d’ora un po’ sottotono, é riuscita a trasportarmi in un mondo ancestrale e magico allo stesso tempo, dove gli aspetti negativi dell’uomo emergevano preponderanti di fronte alla bontà primordiale di un essere divino. Il modo di rappresentare questa critica alla società contemporanea mi ha fatto ben sperare riguardo le nuove generazioni di cineasti nostrani.
Nel vedere al cinema La Chimera mi sono nuovamente trovato a pensare di stare guardando (finalmente) l’opera di un’autrice che ha qualcosa da dire e che sa come farlo. Le tematiche presenti sono avvolte da un velo di nostalgia e romanticismo verso un passato di comunione che forse non é mai esistito, se non nelle fantasie comuniste che ancora oggi hanno un certo appeal sui giovani e certi anziani che non hanno ancora capito che di rivoluzioni proletarie non ce ne saranno.
Un filo e la voce di una donna richiamano a se la persona rimasta appesa, come la carta dei tarocchi, tra due mondi: passato e presente, vita e morte. Il dono concesso di avvertire la presenza delle “anime” del passato porta con se la disgrazia di un presente spezzato. Serve dunque decidere se recuperare ciò che si é perso e recidere dunque ciò che di buono si ha oppure continuare a vivere in un mondo sempre più rancido e materialista.
La scelta di dare il ruolo da protagonista a un attore inglese risulta azzeccata sotto molti punti di vista: da una parte attira attenzioni dal fronte estero, dall’altra invece riesce ad esprimere appieno il senso di estraneità di Arthur nei confronti delle persone che lo circondano e che si riferiscono a lui con l’appellativo di “straniero”.
Dal punto di vista tecnico/visivo l’ho trovato ineccepibile: la fotografia mi ha ricordato per certi aspetti il recente “Aftersun”, sia per tono dei colori che per l’effetto da pellicola del passato; la regia e alcuni movimenti di camera invece mi hanno fatto pensare subito a “Stalker” e “Nostalghia”, nonostante l’assenza di tempi particolarmente dilatati.
Per chi se lo fosse perso, consiglio caldamente la visione, pellicole rare come queste vanno supportate!
"Whatever you lose, you’ll find it again. But what you throw away you’ll never get back."
- Rurouni Kenshin
my current inspiration: studio ghibli characters working hard at what they love