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⁂
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@cyberluke
C'è qualcosa di bello e selvaggio in queste architetture impossibili. Forse perché ci rendiamo conto che sono esseri in agonia. Le loro luci si stanno spegnendo i loro corpi si stanno sgretolando. E anche se molte di queste sentinelle portano ancora avanti la missione di illuminare le acque, oggi le nuove tecnologie di comunicazione marittima rendono la loro funzione più prescindibile. Le navi non hanno più bisogno della loro romantica assistenza e sono arrivate nuove guide – satelliti in orbita, GPS nautici, sonar, radar – a farci dimenticare che i fari sono stati dimora e luogo di lavoro per uomini e donne, spesso anonimi. Con il passare del tempo cresce il numero di segnali automatizzati. Alcuni fari hanno perso il loro scopo originario per trasformarsi in attrazioni turistiche. Altri, meno fortunati, sono stati direttamente smantellati. Perlopiù i guardiani, simbolo di protezione vigile, hanno abbandonato le loro occupazioni. Il loro modo di vivere sta per scomparire, ma avremo sempre le loro storie. Le rovine sotto forma di parole che parlano di un tempo in cui la dimensione tecnica e quella eroica coincidevano. Perché nei fari, specie nei fari isolati, gli esseri umani sono sempre stati alla mercé della natura. Quindi questo non è solo un libro sui fari. È anche un'occasione per vederci riflessi nello specchio della condizione umana, per interrogarci sull'esperienza del vivere in solitudine, per riconoscere quanto dipendiamo dagli altri nella sfida della sopravvivenza, per esplorare gli splendori e le miserie di cui siamo capaci in situazioni estreme. Per alcuni il vuoto che sentiamo quando non siamo protetti dai nostri Bukowski simili è l'inferno. Ma per altri, come Charles «l'isolamento è il dono».
Shirin era figlia del nuovo ordine mondiale dominato guerra del codice, quella combattuta a colpi di software. Quando all'inizio degli anni Venti, con lei ancora bambina, si era diffusa la computazione ubiqua, questa aveva ancora un nome: veniva chiamata l'internet delle cose, ma ben presto l'esigenza di darle un nome era venuta meno. In un mondo dove tutto era connesso con tutto, solo la generazione dei nonni di Shirin usava ancora espressioni come «guardare online» anziché semplicemente «guardare». La rivoluzione era iniziata con apparecchi domestici e da ufficio in collegamento wireless con dispositivi mobili, ma poi era stato messo in rete di tutto; sensori, videocamere, nano-server integrati e «racimolatoti di energia» erano ormai pervasivi e incorporati nel tessuto stesso del mondo moderno, dagli edifici ai capi di abbigliamento, dai trasporti ai casalinghi. A un certo punto, multinazionali e governi di tutto il mondo si erano resi conto della disperata necessità di sistemi di cyber-sicurezza avanzati, ma non prima che anonime violazioni delle piattaforme di scambio delle criptovalute avessero portato nel 2028 al crollo dei mercati mondiali, seguito sei mesi dopo dai devastanti attacchi al sistema di AI che controllava Londra, una delle prime smart city del pianeta. L'offensiva aveva infettato molti degli algoritmi che controllavano i trasporti, i commerci e le infrastrutture ambientali della città, e per tre settimane ben dieci milioni di persone erano state riportate all'età della pietra. Questi eventi avevano stimolato l'adozione di opportune contromisure, in particolare con lo sviluppo delle Sentinelle, Intelligenze artificiali addette alla sicurezza che avrebbero costantemente pattugliato il cloud e caccia di virus, anomalie, falle. Le Sentinelle erano diventate i guardiani delle Intelligenze Artificiali più vaste, le cosiddette Menti, in grado di gestire di tutto, dal controllo del traffico aereo ai sistemi di difesa, dalle centrali elettriche alle istituzioni finanziarie. E malgrado il cyberattacco del ’28 ai danni di Londra, le Menti governavano ormai completamente la maggior parte delle grandi città del mondo. A partire dalla metà degli anni Trenta, infuriava un'aspra battaglia tra le Sentinelle e le AI canaglia sviluppate da gruppi cyberterroristi e inviate nel cloud col compito specifico di sfidarle.
Jim Al-Khalili, Sunfall (2019)
Se quelle degli erevoniani vi sembrano follie, cosa mi dite di un gruppo che da anni si riunisce, qui in città, il martedì e il giovedì sera, per rovesciare il governo usando l’effetto Mandela?» Mi fissa, cogliendo la perplessità nel mio sguardo. «Lo sapete, vero, cos’è l’effetto Mandela?» «No.» «Allora lasciate che vi faccia un paio di domande. Come e quando è morto Nelson Mandela?» «Qualche anno fa, dopo essersi dimesso da presidente del Sudafrica» risponde. «Non in carcere negli anni Novanta?» «Ma no.» «Bene. Adesso rispondi a un’altra domanda. Hai presente C-3PO?» «Cosa?» «Il robot spilungone di Star Wars. Nella versione italiana era chiamato Ci Tre Pi O.» «Ah, quello. Sì che l’ho presente.» «Di che colore è?» «Dorato.» «Tutto dorato?» «Sì.» «E se ti dicessi che quel robot ha una gamba argentata?» «Ti risponderei che non è così.» Rabo afferra il cellulare dalla mano di Vidal, che stava digitando un messaggio. Con le sue dita enormi compone alcune parole sulla tastiera virtuale. Poi volta il cellulare verso di me. Sullo schermo appaiono diverse foto del famoso robot di Star Wars. In tutte ha una gamba in parte argentata. “Ma che razza di scherzo…» sussurro, ma Rabo mi fa segno di star zitto. «Altra domanda. L’omino del Monopoli. Descrivilo.” «Ha il cilindro. I baffi. Il monocolo.» Rabo scoppia a ridere. Batte sullo schermo del cellulare come se volesse distruggerlo. Lo schermo si divide a mostrare sei foto del personaggio simbolo del Monopoli. «Nessun monocolo» indica Rabo. «E potrei andare avanti a lungo. Le bretelle di Mickey Mouse. Il logo della Volkswagen, o della Volvo. Li ricordiamo in un modo, e quando andiamo a verificare se quanto ci dice la nostra memoria corrisponde alla realtà, a volte scopriamo che non è così. Che Topolino non ha le bretelle, e che l’omino del Monopoli non ha il monocolo. L’effetto Mandela è questo. C’è chi dice che è prodotto dal passaggio in un universo parallelo, a causa degli esperimenti al Cern di Ginevra. Qualcuno dà la colpa a dei viaggiatori nel tempo che starebbero cambiando la nostra storia, ma lasciandosi dietro qualche traccia del mondo che hanno cambiato. Si chiama effetto Mandela perché un’americana, Fiona Broome, un giorno chiese a un gruppo di amici se si ricordavano della morte in carcere di Nelson Mandela. Perché lei se la ricordava. Niente maxiconcerto di Wembley al grido di «Mandela Free!», niente liberazione, niente presidenza del Sudafrica libero dall’apartheid. Il meme si diffuse…» «Il che?…» «Il meme. È un contenuto – una foto, una frase, un concetto – che diventa virale. Attraverso la condivisione raggiunge così tante persone, che a loro volta lo condividono, da imporsi come reale. L’effetto Mandela sta conquistando sempre più spazio in rete. Così qui in città è nato un gruppo che si riunisce due volte a settimana per discutere come se certe cose non fossero mai avvenute.» «Non capisco. Quali cose?» «Essenzialmente la salita al potere della destra populista in Italia. Nelle loro riunioni, gli appartenenti a questo gruppo hanno cominciato a parlare di un nuovo leader della sinistra, e a mano a mano che ne discutevano aggiungevano dettagli, riportavano discorsi che dicevano di aver sentito alla radio, o letto sui giornali. Finché alla fine non sono riusciti a convincersi che questo leader esiste davvero.
Tullio Avoledo. “Nero come la notte”.
È difficile immaginare che ancora alla fine del ventesimo secolo la nostra nazione fosse paralizzata da un sistema giudiziario primitivo e inefficace. A quei tempi, il processo di un criminale accusato veniva spesso fatto slittare per mesi, anni addirittura. In alcuni casi all'accusato veniva concesso di andarsene libero prima del processo, permettendogli così di compiere ulteriori crimini prima di essere giudicato per il primo. In aggiunta a questa pratica, l'accusato aveva il diritto di assoldare un professionista, abilitato al solo scopo di confondere la questione in oggetto con ogni mezzo possibile per rimettere in libertà l'accusato. Questo non era un compito eccessivamente difficile, poiché gli accusati venivano giudicati da una "giuria di propri pari", e cioè Cittadini comuni scelti a caso che non avevano nessuna conoscenza del sistema legale del tempo. C'è quindi poco da meravigliarsi che in quei giorni l'illegalità imperversasse nel Paese, e che per strada nessuno fosse al sicuro.
Storia di MegaCity, James Olmeyer, III, 2191
La Mamma con lui si scusava in continuazione. Gli diceva che per anni la gente si era fatta in quattro per trasformare il mondo in un luogo sicuro e organizzato. Nessuno si era reso conto di che noia sarebbe stata. Una volta che il mondo fosse stato suddiviso in proprietà, sottoposto a limiti di velocità e piani regolatori e tassato e irregimentato, una volta che tutti fossero stati esaminati e registrati e provvisti di un indirizzo e di documenti. Nessuno aveva lasciato spazio all'avventura, se non al tipo di avventura che si può comprare. Su un ottovolante. Al cinema. E anche così, sarebbero sempre state emozioni finte. Perché uno lo sa benissimo che alla fine i dinosauri non mangeranno i bambini. Il pubblico delle proiezioni di prova si è espresso contro qualsiasi remota possibilità di finta catastrofe. E non esistendo la possibilità che si verifichi una catastrofe vera, un rischio vero, ci è preclusa anche ogni possibilità di salvezza vera. Ebbrezza vera. Eccitazione vera. Gioia. Scoperta. Invenzione. Le leggi che ci permettono di vivere sicuri sono le stesse che ci condannano alla noia. Se non possiamo accedere al caos autentico, non avremo mai autentica pace. Se le cose non hanno la possibilità di peggiorare, non migliorano. Gli diceva: «L'unica frontiera che ci rimane è il mondo dell'intangibile. Tutto il resto è cucito troppo stretto». Ingabbiato da troppe leggi. Per intangibile la Mamma intendeva Internet, i film, la musi ca, le storie, l'arte, le voci che corrono, i programmi per computer, tutto ciò che non è reale. Le realtà virtuali. Le simulazioni. La cultura. L'irreale è più potente del reale. Perché la realtà non arriva mai al grado di perfezione cui può spingersi l'immaginazione. Perché soltanto ciò che è intangibile, le idee. i concetti, le convinzioni, le fantasie, dura. Le pietre si sgretolano. Il legno marcisce. La gente, be'... la gente muore. Ma le cose fragili, come un pensiero, un sogno, una leggenda, durano in eterno. Se riesci a modificare il modo di pensare delle persone, diceva. Il modo che hanno di vedere se stessi. Il modo che hanno di vedere il mondo. Se riesci a fare questo, allora puoi cambiare il modo in cui vivono. Ed è questa l'unica cosa duratura che persona può creare. Tanto prima o poi, diceva sempre la Mamma, i ricordi, le storie e le avventure saranno tutto ciò che rimarrà di te. «Condannare me sarebbe superfluo. La burocrazia e le leggi hanno già trasformato il mondo in un campo di concentramento pulito e sicuro», aveva gridato. «Stiamo crescendo una generazione di schiavi».
Chuck Palahniuk, Soffocare
La cosa davanti a lui era alta circa tre metri e di forma vagamente umana meno la testa che era da coccodrillo. Era di color cremisi brillante con strisce viola nel senso della lunghezza del corpo. In una zampa portava una grande latta marrone. “Salve” balbettò Gregor. “Sono l'Agguantatore a Strisce Viola” disse la creatura. “Agguanto cose”. “Oh, molto interessante” disse Gregor, mentre la sua mano incominciava a tendersi verso l'arma. “ Agguanto cose che si chiamano Richard Gregor” disse l'Agguantatore con voce vivace e intelligente. “E generalmente le mangio con panna e cioccolato”. Sollevò la latta marrone e Gregor ne poté leggere l'etichetta: Cioccolato Smig: l'ideale per Gregor, Arnold e Flynns.
Robert Sheckley, Fantasma Cinque
Si può essere alti, mori, e piangere. Basta scoprire di colpo che l’amore dura tre anni. È il genere di scoperta che non auguro al peggiore dei miei nemici - mera figura retorica in quanto non ne ho neanche uno. Gli snob non hanno nemici, ecco perché sparlano di tutti: per cercare di farsene qualcuno. Una zanzara dura un giorno, una rosa tre giorni. Un gatto dura tredici anni, l’amore tre. È così. C’è prima un anno di passione, poi un anno di tenerezza e infine un anno di noia. Il primo anno si dice: “Se mi lasci, Mi AMMAZZO”. Il secondo anno si dice: “Se mi lasci, mi farai soffrire, ma me la caverò”. Il terzo anno si dice: “Se mi lasci, stappo lo champagne”. Il primo anno, si comprano dei mobili. Il secondo anno, si spostano i mobili. Il terzo anno, ci si divide i mobili. Nessuno vi avverte che l’amore, dura tre anni. Il complotto amoroso si basa su un segreto ben custodito. Vi si fa credere che è per la vita, mentre, chimicamente, l’amore scompare nell’arco di tre anni. L’ho letto in una rivista femminile: l’amore è una botta effimera di dopamina, noradrenalina, prolattina, luliberina e oxitocina. Una piccola molecola, la fendetilammina (FFA), provoca sensazioni di allegria, esaltazione, euforia. Il colpo di fulmine sono i neuroni del sistema limbico saturi di FEA. La tenerezza sono le endorfine (l’oppio della coppia). La società vi inganna: vi vende il grande amore mentre è scientificamente provato che questi ormoni cessano di agire dopo tre anni. Del resto le statistiche parlano chiaro: una passione dura in media 317,5 giorni (mi chiedo cosa succeda durante l’ultima mezza giornata...) e, a Parigi, due coppie sposate su tre divorziano nei tre anni successivi alla cerimonia. Negli annuari demografici delle Nazioni Unite, dal 1947, specialisti del censimento pongono domande sul divorzio agli abitanti di settantadue paesi. La maggioranza dei divorzi avviene nel corso del quarto anno di matrimonio (il che significa che le procedure sono state avviate verso la fine del terzo anno.) In Finlandia, Russia, Egitto, Sudafrica, centinaia di milioni di uomini e donne presi in esame dall’ONU, che parlano lingue diverse, esercitano professioni diverse, si vestono in maniera diversa, manipolano soldi, intonano preghiere, temono demoni diversi, nuttomo un’infinita varietà di speranze e sogni conoscono tutti un picco dei divorzi esattamente dopo tre anni di convivenza.” Questa banalità non è che un’ulteriore umiliazione.
Frédéric Beigbeder, L’Amore Dura Tre Anni
Pensi alla spietata selezione di “Padre Marketing”. Una volta esistevano sessanta varietà di mele: oggi ne sono rimaste tre (la golden, la verde e la rossa). Una volta i polli ci mettevano tre mesi a diventare adulti; oggi dall’uovo al pollo venduto in ipermercato passano solo 42 giorni e in condizioni atroci (25 bestie per metro quadrato, nutrite ad antibiotici e ansiolitici). Fino agli anni settanta si distinguevano dieci gusti diversi di camembert normanni; oggi al massimo tre (per via della normalizzazione del latte “pastorizzato”). Non è opera tua, ma questo è il tuo mondo. Nella Coca-Cola (10 miliardi di franchi di budget pubblicitario nel 1997) non si mette più coca, ma ci sono acido fosforico e acido citrico per farla sembrare dissetante e creare un’assuefazione artificiale. Le mucche da latte sono alimentate con foraggio insilato (che fermenta e provoca cirrosi) e antibiotici. Gli antibiotici creano ceppi batterici resistenti, che sopravvivono poi nella carne venduta (per non parlare delle farine animali, causa dell’encefalopatia spongiforme bovina, su cui è inutile dilungarsi, visto che ormai riempie le pagine di tutti i giornali). Il latte di queste stesse vacche contiene sempre più diossine, dovute alla contaminazione dell’erba brucata. Anche ai pesci d’allevamento vengono fatte mangiare farine di pesce (nocive per loro quanto le farine di carne per i bovini) e antibiotici... In inverno le fragole transgeniche non gelano più grazie a un gene prelevato da un pesce dei mari freddi. Le manipolazioni genetiche introducono pollo nella patata, scorpione nel cotone, criceto nel tabacco, tabacco nella lattuga, uomo nel pomodoro. Intanto un numero crescente di trentenni si ammala di cancro del rene, dell’utero, del seno, dell’ano, della tiroide, dell’intestino, dei testicoli e i medici non sanno perché. Nei bambini si sono osservati un aumento delle leucemie, una recrudescenza dei tumori cerebrali, epidemie di bronchioliti recidive nelle metropoli... Secondo il professor Luc Montagnier, la diffusione dell’Aids sarebbe dovuta non solo alla trasmissione del virus dell’Hiv (da lui scoperto), ma anche a una serie di concause “legate alla nostra civiltà”, tra le quali ha menzionato “l’inquinamento” e “l’alimentazione”, che indebolirebbero le nostre difese immunitarie. Ogni anno la qualità dello sperma peggiora: la fertilità umana è minacciata. Questa civiltà, basata sui falsi desideri da te creati, è destinata a morire. Dove lavori tu circolano molte informazioni: così scopri, per caso, che esistono lavatrici indistruttibili che nessun produttore vuole lanciare sul mercato; che un tizio ha inventato una calza che non si smaglia e una grande marca di collant gli ha comprato il brevetto per distruggerlo; che anche il pneumatico antiforo resta nei cassetti (a prezzo di migliaia di incidenti mortali ogni anno); che la lobby petrolifera fa tutto quanto in suo potere per ritardare la diffusione dell’automobile elettrica (con un aumento del tasso di anidride carbonica nell’atmosfera e conseguente riscaldamento del pianeta, il cosiddetto “effetto serra”, probabile causa di numerose catastrofi naturali previste da qui al 2050: uragani, scioglimento della calotta polare, innalzamento del livello del mare, cancri della pelle, maree nere); che il dentifricio è un prodotto inutile perché la pulizia dentaria dipende esclusivamente dalla spazzolatura, mentre la pasta serve solo a rinfrescare l’alito; che i detersivi per lavastoviglie si equivalgono tutti, tanto è la macchina che fa il lavaggio; che i compact disc si rigano quanto i vinili; che la carta stagnola è più contaminata dell’amianto; che la formula delle creme solari è rimasta invariata dal dopoguerra, nonostante la recrudescenza dei melanomi maligni (le creme solari proteggono dagli Uvb, ma non dai nocivi Uva); che le campagne pubblicitarie della Nestlé per rifilare latte in polvere ai neonati del Terzo Mondo hanno provocato milioni di morti (perché i genitori mescolavano il prodotto con acqua non potabile).
Euro 13,89, Frédéric Beigbeder.
Art by Mike Fudge.