C’era un ragazzo nel gruppo scout che frequentavo, era più grande di me di due anni. Mi invaghii con la rapidità che impiega la luce a percorrere mezzo metro di spazio, più o meno. Mi bastò guardarlo per sbaglio, in realtà.
Due anni erano tanti: io entravo nel gruppo e lui passava alla fascia superiore, quella dei ragazzi più grandi.
Passarono tre anni prima che entrassi anch’io a far parte di quella fascia. Fu uno dei motivi per cui riuscii a non mollare lo scoutismo. Ci rincontrammo e i capi reparto -non sto qui ora a spiegarvi i gradi gerarchici all’interno degli scout- ci misero a lavorare insieme ad un progetto. Ci avvicinammo molto, iniziammo a conoscerci. “Lo smile va colorato di giallo, lo sanno tutti che gli smiles sono gialli” “e io li faccio fucsia invece” “ma sono gialli gli smiles!” “Se non la pianti di fare la prepotente ti mangio!” “Se non colori quello stupido coso di giallo ti ci coloro io la faccia!” “Non oseresti!” Osai. Ci rincorremmo per tutta la sede armati di pennelli sporchi di tempera. All’uscita trovai una ragazza, la sua ex storica che era venuta a parlare con lui. Ci restai davvero male. Tornai a casa senza neanche chiedergli spiegazioni, senza neanche salutarlo. Infondo io e lui non eravamo niente. La sera mi arriva un messaggio “perché te ne sei andata così? Dovevo parlarti” “e di cosa?” “No, per messaggi non te ne posso parlare” “allora ci rivediamo all’uscita e mi dici tutto” “ok” “ok”. Quel weekend partimmo con tutto il reparto -ribadisco, niente approfondimenti sui gradi dello scoutismo, reparto = gruppo di ragazzi + due adulti a guardia-, arrivammo sul campo e montammo le tende -non avete idea di quanto sia complicato, non fate facile umorismo. Provare per credere.- parlammo poco quel sabato. La sera accendemmo il fuoco sotto le stelle, iniziammo a cantare canzoni che raccontavano la storia di ognuno di noi. Stanchi e infreddoliti a fissare il fuoco caldo e le stelle lontanissime, credo sia una delle cose più belle al mondo. Ci demmo la buonanotte tutti quanti e andammo ognuno con la propria squadriglia nell’apposita tenda. I capi fischiarono il silenzio. -dopo quel fischio era vietato andare in giro o fare casino, si doveva dormire.- Ma io quella notte avevo altro da fare, rimasi sveglia nel mio sacco a pelo aspettando un cenno. Finalmente il cenno arrivò: la chiusura lampo della tenda si aprì “vieni fuori, via libera” sgattaiolai fuori, mi misi gli scarponi, mi alzai in piedi e lo guardai “vieni con me” mi prese la mano e mi portò dove l’erba era più alta. Ricordo che tutto era argentato, ricoperto dalla brina e le stelle. “Che dovevi dirmi?” Prende fiato “tu mi piaci, ok? Mi piaci davvero, da un po’, da tanto” quasi me lo grida in faccia tutto d’un fiato e il fiato adesso mancava a me. “Mi prendi per il culo?” “Cosa?” “Cazzo, ti muoio dietro da tre anni minimo” “ah” “mi prendi per culo.” “No invece” “e invece si” “e invece no” “e invece s..” Mi tappa la bocca con una mano. Rischiavo di svegliare tutti. “Stammi a sentire e zitta. Tu mi piaci, mi piaci, ok?” Mi guarda e vedendomi interdetta capisce che forse era meglio liberarmi la bocca, così toglie la mano dalle mie labbra “ok”, dico per rispondere alla domanda. “Ok, bene. E quindi..” “E quindi?” “E quindi..” “Si?” “Mi fai finire?” “Si”. Tira l’ennesimo sospiro “Vuoi essere la mia ragazza?” Sta volta trattiene il fiato e chiude gli occhi girando la testa da un lato. I miei erano diventati due stelle ormai, motivo di caldo in pieno gennaio (18 gennaio 2010), mi avvicino e cerco il suo sguardo “Si.” D’improvviso rispalanca gli occhi, due stelle anche i suoi. Sorride con ogni centimetro del corpo “si?” Sorrido davvero anch’io “si!” Mi prende il viso tra le mani, chiudiamo gli occhi e col cielo stellato testimone in una nette gelida di gennaio, in mezzo a un campo tra le tende e la brace del fuoco, mi ruba tra i sorrisi il mio primo bacio.