A COLORO CHE VOGLIONO ANDARSENE.
Sono qui.
Mi tremano le gambe, le braccia, il corpo.
Le mie labbra sono screpolate per il freddo, ma non mi importa.
Le mie mani sono congelate, le dita mangiucchiate per la paura.
Quasi sanguinano.
Ultimamente, ho avuto più paura del solito.
Soprattutto di notte.
Di quel buio, avvolto in quel silenzio soffocante, che mi lacerava dentro, che mi solleticava gli occhi per farmi piangere, che mi faceva sentire ancora più invisibile e persa di quanto già non fossi.
In quei momenti era come se il cuore fosse pronto a cedere, a sgretolarsi dentro me, polverizzandosi, per cercare di riempire finalmente quel vuoto nel petto che continuava a crescere, e a crescere, e io non sapevo più come fare per fermarlo.
Ma ora sono qui.
Il vento mi arruffa i capelli, che si appiccicano sulle mie guance perché sono imbevute di lacrime.
Solo le lacrime, essendo calde, mi danno un po’ di calore.
Ma come si fa a scaldarsi, quando dentro te nevica?
O provare a sorridere, quando per te non esiste più la primavera?
Non voglio farlo.
E invece si.
E invece no.
Non voglio.
Ma devo.
Il treno passerà fra pochi minuti.
Mi mordo l'interno della guancia.
Arriverà col suo rombo, coi suoi cigolii, coi suoi sbuffi di fumo come fossero respiri pesanti, come se anch'esso fosse stanco di quel tragitto monotono, rinchiuso in una vita monotona, in orari monotoni, con i soliti passeggeri.
Arriverà il treno.
Una frazione di secondo.
E passerà.
E alzerà la polvere.
E porterà via con se la mia vita.
Ho deciso.
Ma ho paura.
Però ho deciso.
Il sapore del sangue mi riporta alla realtà.
Stringo i pugni talmente forte finché le nocche diventano bianche e le unghie si conficcano nei miei palmi.
Mancano meno di cinque minuti.
Per darmi forza, ripenso al dolore che provo quotidianamente.
Ripenso a quegli sguardi taglienti, rigonfi di derisione, che mi feriscono ogni mattina, alla mia stupida fermata.
Ripenso a quelle parole velenose, che come serpenti mi stringono la gola ogni secondo un po’ di più, fino a raschiarmela nel disperato tentativo di annaspare un po’ di ossigeno.
Con le dita traccio delicatamente il contorno del mio collo, come per assicurarmi che non stia soffocando davvero.
Anche se mi sento così.
Mancano meno di 4 minuti.
Una parte del mio cuore desidera che quel treno sia in ritardo.
L'altra metà, spera sia in anticipo.
Sto iniziando a fremere, a tremare per i singhiozzi che sto sopprimendo, per quel sapore di bile che sto continuando ad ingoiare, come l'aria.
Le persone che mi stanno accanto mi guardano di sottecchi, si allontanano, guardano l'orologio, mettono le cuffie, mi ignorano.
Anche per uno sconosciuto sono invisibile.
Talvolta mi chiedo se ho scritto in fronte chi sono, in modo che tutti, conoscendo il mio nome, e non la mia storia, possano evitarmi.
Mi metto in disparte.
Mancano meno di tre minuti.
In questo punto non c'è il sole.
Rabbrividisco.
Ma sono stanca di stare in mezzo a loro.
Mi fanno sentire… inadeguata.
Come se ci fosse qualcosa di sbagliato in me e che per questo debba essere punita.
Mi dirigo verso le rotaie con la testa china, contando i miei passi.
Sbatto contro un gruppo di ragazze.
Sussurro un mi dispiace, con gli occhi che supplicano di non rivolgermi la parola, ma loro mi colpiscono con le valigie, strattonandole nella loro direzione e rimproverandomi, ripetendomi “guarda dove diavolo cammini”.
Loro possono ignorare me.
Io non posso ignorare loro.
Mancano meno di due minuti.
Ripenso a che giorno è oggi.
È un giorno di aprile. Il sole è alto, ma non sento il suo calore, non vedo la sua luce.
Mi sembra tutto grigio, piatto, senza suoni, senza niente.
Due anziani signori si tengono per mano.
Lei ha le stampelle, ma si vede chiaramente che si sta sorreggendo a lui.
Lo guarda, sorridendogli nonostante non abbia più alcun dente.
È la cosa più dolce che abbia mai visto.
Ma mai quanto lo sguardo di lui, che mentre è tutto chino per aiutarla, con la schiena che sembra possa spezzarsi da un momento all'altro per la fatica causata da quella posizione, la guarda in un modo che farebbe sbocciare rose anche in spesse lastre di ghiaccio.
Immagino.
Immagino a come ci si deve sentire ad avere qualcuno che ti sorregge quando tutto ciò che vorresti fare tu è cadere al suolo, accasciarti per terra e non rialzarti mai più.
Manca un minuto.
Sento un grido. Sussulto.
Cerco di capire chi l'ha emesso.
Una ragazza sta correndo verso un'altra.
Questa spalanca le braccia.
Cadono assieme. Abbracciate. Scoppiano a ridere.
In questi momenti, mi sento terribilmente male. Mi sento come una conchiglia spezzata. Condannata a non trovare mai più la sua metà.
Ogni volta che vedo una scena simile, sento in me crescere la consapevolezza che mai potrò sentirmi anche io così.
E questo mi strazia. Mi fa respirare male. Mi tiene sveglia la notte. Mi fa venire gli occhi lucidi e provare un nodo allo stomaco. Come se dentro me, la mia anima provasse ad accartocciarsi, a nascondersi, illudendosi che, se si rimpicciolisse, se diventasse talmente piccola da essere quasi invisibile, quel dolore sparirà, la lascerà in pace, diventerà anch'esso nullo.
E invece peggiora.
Il treno sta per arrivare.
10 metri.
9 metri.
8 metri.
Comincio a camminare veloce verso le rotaie.
7 metri.
Qualcuno mi vede e mi grida di levarmi.
6 metri.
Corro. Il fiato è corto. Le mani sudano.
5 metri.
Il treno fischi. Fischia ancora. Forte. Più forte.
4 metri.
Qualcuno sta correndo dietro me.
Corro più forte.
3 metri.
Mi piego per darmi la spinta necessaria a saltare.
2 metri.
Salto.
Qualcuno mi sfiora.
1 metro.
In quel momento, tutto si paralizza.
È come se fossi in una fotografia.
Il rumore del mio cuore rimbomba nelle orecchie. Nelle vene. Lo sento ovunque.
In quel momento, mi pento.
Mi pento.
Immagini si susseguono veloci davanti ai miei occhi.
Una voce urla.
Mi dice “e se le cose sarebbero cambiate, domani ? Come puoi saperlo oggi?”
Mi sento spezzare.
Nella mano destra lascio andare il pezzo di carta, stropicciato e bagnato di sudore, e lacrime, e speranze, e sogni, e sospiri.
Il treno è passato.
Per terra, quel foglietto si è incastrato in una crepa. È accanto a me.
Qualcuno lo coglie.
Qualcuno scoppia in lacrime.
Qualcuno chiama l'ambulanza.
Scrissi “se leggerai questo, allora sarà troppo tardi.
Oggi uscirò a fare una passeggiata.
Sarò diretta alla stazione.
Dista un'ora a piedi da casa mia.
Devo prendere un treno.
Ma, se qualcuno, chiunque, guardandomi, sorriderà, tornerò a casa.
Mi darò un'altra possibilità per restare”
Un ragazzo stringe al petto quel pezzo di carta. Prende una penna, sul retro gli scrive; “ti ho visto un minuto fa.
ti ho sorriso, ma tu non mi hai visto.”
Poi libera il biglietto, lo lascia andare verso il cielo, verso me.
Vorrei rispondergli che l'ho sentito gridare, che sono riuscita a vedere i suoi occhi, quando saltando, mi sono voltata per vedere chi mi aveva sfiorata.
Ma ormai era troppo tardi.
Le cose cambiano.
Non puoi sapere quando.
Ma cambiano.
Anche quando non te ne accorgi.
Quando non le vedi.
Datti una possibilità in più prima di saltare.
Ogni giorno. Dattene una in più ogni giorno.
Perché ne arriverà uno, dove sarai grata di esserti data un'altra opportunità.
-Alessia Alpi
(Volevoimparareavolare on Tumblr)