Sono passati due mesi dall’ultima volta che ho scritto qui.
Non so se non ne abbia avuto bisogno o se, semplicemente, fossi talmente esausta da non avere nemmeno la forza di mettere insieme due pensieri. E adesso che sono tornata, non so neanche bene da dove iniziare.
Forse da quello che ha occupato quasi completamente questi ultimi due mesi della mia vita: ho lavorato in un bar.
Che cosa strana da dire, pensando a me.
Eppure mi è piaciuto. Mi sono resa conto che è un mestiere che potrei davvero amare.
In questi due mesi ho conosciuto tantissime persone, ho imparato cose che prima non sapevo fare e ne ho scoperte altre che, sorprendentemente, mi vengono anche bene. Ho scoperto che adoro preparare i cocktail — e provarli, ovviamente. Ho imparato a fare il caffè e mi sono sentita dire che riesco a fare una schiuma migliore di quella di chi fa questo mestiere da quarant’anni. Una piccola cosa, forse, ma sono quei complimenti che ti rimangono dentro perché ti fanno pensare: allora qualcosa la so fare anch’io.
Non perché non mi piacesse il lavoro.
Ho mollato perché sono arrivata al limite.
Ho sopportato finché sono riuscita a sopportare. Ho fatto finta di niente finché sono riuscita a farlo. Poi, a un certo punto, il mio corpo ha iniziato a dire ad alta voce tutto quello che io cercavo ancora di mettere a tacere. Sono stata fatta passare per cattiva, per pazza, per quella problematica, semplicemente perché ho un difetto che evidentemente non tutti riescono ad accettare: se qualcosa non mi sta bene, lo dico.
Non sono brava ad abbassare la testa e stare zitta.
E invece avrei dovuto farlo.
Avrei dovuto ascoltare senza rispondere. Accettare senza discutere. Fare anche quattordici ore al giorno e accontentarmi di un misero stipendio — che, tra l’altro, ancora oggi non mi è stato pagato — sentendomi persino dire, più o meno esplicitamente, che quello che ricevevo era già troppo.
Ma forse la cosa che mi ha ferita di più è stato sentirmi in colpa persino per il tempo dedicato alla mia salute.
Capitava che una volta a settimana avessi una visita. A volte il dentista, altre la nutrizionista o il diabetologo. Chiedevo una o due ore di permesso, niente di più.
E anche questo mi è stato fatto pesare.
“Guarda un po’, ogni volta nel tuo orario di lavoro devi andare a farti una visita. Ci fosse una settimana in cui stai senza visite.”
E questa cosa mi rende triste ancora oggi.
Perché non è che chiedessi quelle ore per andare a fare una passeggiata, divertirmi o chissà dove. Il mio “tempo libero”, molto spesso, l'ho passato tra sale d'attesa e studi medici.
Avrei preferito mille volte utilizzarlo diversamente.
E invece mi sono sentita dire che, dal momento in cui avevo iniziato a lavorare nel bar, potevo anche dimenticarmi dei dottori. Che non mi sarebbero serviti più. E che, al contrario, se fossi rimasta a casa, sarei sicuramente finita “in mano a uno psicologo”. Come se lavorare potesse magicamente cancellare qualsiasi problema. Come se avere un lavoro significasse smettere di avere un corpo da curare, appuntamenti da rispettare, dolori, paure e fragilità.
Una volta avevo un appuntamento dal dentista fissato da una settimana. All'ultimo momento organizzarono una serata al bar e mi dissero che avrei dovuto spostarlo. “Devi spostare l’appuntamento. Oggi non ci devi andare.”
Io ci andai comunque. E oggi sono contenta di averlo fatto. Perché forse può sembrare una cosa insignificante, ma per me rappresenta uno dei pochi momenti in cui sono riuscita a ricordarmi che la mia salute non deve chiedere scusa al mio lavoro. E gli episodi, purtroppo, non sono finiti lì. Il bar si trova proprio sotto casa mia. Una comodità enorme, almeno così pensavo. Se serviva qualcosa, potevo semplicemente salire un attimo, prenderla e tornare giù. Alla fine sono riusciti a farmi pesare persino quello. Un giorno stavo male per i dolori del ciclo. Sono salita a casa per andare nel mio bagno e prendere ciò che mi serviva. Dopo appena due minuti è arrivato il messaggio: “Scendi subito giù.” Mi è stato persino detto che, dato che so di soffrire di questi dolori, avrei dovuto prendere le bustine prima, così da non stare male e soprattutto da non dovermi fermare. Come se il dolore funzionasse con un interruttore.
Sono stata male anche per i denti e la risposta è stata che io “sto sempre male”.
Una volta uno dei proprietari, scherzando, mi disse:
“Vieni qua che ti do un cazzotto e te li faccio passare io tutti i tuoi dolori.”
Magari per qualcuno era una battuta.
Così come non mi faceva ridere sentirmi dire che l’ansia non esiste.
“L’ansia non esiste. È una cosa che avete creato voi giovani di oggi.”
Eppure quella cosa che “non esiste” ha iniziato a svegliarmi durante la notte.
Mi è stato detto anche che nessuno mi avrebbe presa a lavorare perché sono troppo timida e troppo ansiosa. E forse questa è una delle frasi che mi è rimasta più impressa. Perché quando qualcuno ti ripete abbastanza volte che fuori da lì non vali abbastanza, che nessuno ti vorrà, che senza quel posto tornerai a stare male, una piccola parte di te rischia persino di iniziare a crederci. “Se noi falliamo o te ne vai, tu torni a startene a casa con i tuoi attacchi di panico.”
Gli attacchi di panico li ho avuti molto più mentre lavoravo lì che quando stavo a casa.
E poi c’era questa parola che tornava continuamente:
“Con noi puoi solo crescere.”
“Pensa a far crescere il bar, i soldi e tutto il resto vengono dopo.” Mi veniva detto che mi stavano facendo un favore. Un piacere. Un “trattamento familiare”. Persino permettere al mio ragazzo di rimanere seduto a un tavolo — che consumasse oppure no — veniva presentato come una concessione fatta nei miei confronti. Perché, dopotutto, “ormai siamo una famiglia”. Ma io credo di aver capito una cosa.
E chiamare qualcosa “famiglia” non rende automaticamente giusto tutto quello che succede al suo interno.
Un favore non dovrebbe diventare qualcosa da rinfacciarti. La gentilezza non dovrebbe creare un debito. E soprattutto non dovresti sentirti fortunata perché ti vengono concesse cose normalissime, mentre contemporaneamente ti viene chiesto di mettere il lavoro davanti alla tua salute, al tuo tempo e alla tua serenità. Anche una persona che all'inizio mi era sembrata carina, gentile e disponibile — un collega con cui pensavo di poter lavorare serenamente — con il tempo si è rivelata completamente diversa da come l'avevo conosciuta. Ho visto comportamenti falsi, opportunisti, quel bisogno continuo di compiacere chi stava sopra di lui anche quando significava voltarsi dall'altra parte. E forse è stata un'altra piccola delusione dentro una situazione che ormai ne conteneva troppe. Tre persone adulte, tutte con molti più anni e molta più esperienza di me, sono riuscite a farmi sentire come se fossi io quella sbagliata.
Quella che risponde troppo.
Quella che sta sempre male.
Quella che nessun altro prenderebbe a lavorare.
Poi però il mio corpo ha iniziato a parlare.
Sono arrivati gli attacchi di ansia. Gli attacchi di panico durante la notte. Mi svegliavo mentre dormivo e improvvisamente dovevo combattere contro qualcosa che sembrava più grande di me.
Poi sabato è arrivato l’allarme definitivo.
Ansia. Nausea. Vomito. Il sonno che non tornava più.
E lì ho capito che non potevo continuare.
Perché nessun lavoro, per quanto possa piacerti, dovrebbe costarti questo.
La cosa che mi dispiace di più è proprio questa:
io quel mestiere l’avevo iniziato ad amare.
Forse è questo che fa più rabbia.
Non sono stati i cocktail.
Non sono state le ore in piedi.
Non è stata la stanchezza.
È stato tutto quello che c’era intorno.
Perché a volte non è il lavoro a rovinare un lavoro.
Sono l’ambiente, le dinamiche, le persone. Sono le parole dette “per scherzare”, quelle dette con cattiveria e quelle che, giorno dopo giorno, sei costretta a ingoiare. E a un certo punto ho deciso che non volevo ingoiarne più. Ho mollato un posto di lavoro. Non ho mollato me stessa. E forse, per una volta, andarmene non significa aver perso. Forse significa essermi scelta. Non so cosa mi resterà di questi due mesi. Sicuramente qualche nuova capacità. Qualche risata. Tante persone conosciute. La soddisfazione di aver imparato qualcosa da zero e la consapevolezza di aver scoperto un mestiere che non avrei mai immaginato potesse piacermi così tanto. E voglio tenermi soprattutto questo. Perché loro potranno anche avermi fatto dubitare di tante cose, ma non possono portarmi via ciò che ho imparato.
E poi mi resterà anche una persona. Un cliente a cui, senza neanche rendermene conto, mi sono affezionata. Ma questa è un’altra storia. E forse merita un posto tutto suo. Ne parlerò quando mi sentirò pronta.