Per molti e molti giorni della tua vita, mentre vedi gli altri sbocciare verso il mondo con una carica scomposta e spietata, tu rimani in disparte e speri che qualcuno si ricordi di salutarti, prima di sparire nelle notti di amore ed euforia. E poi pensi che l'unico antidoto a questa sofferenza è non andarci più alle feste e quindi smettere di combattere. A quel punto devi preoccuparti che gli altri – i tuoi genitori, i tuoi fratelli, i tuoi amici – non si preoccupino per te; quindi devi trovare delle scuse per restare a casa, devi nascondere le feste ai genitori e devi inventarti delle storie con gli amici. Alla fine rimani a casa decine e decine di sere, ceni con i tuoi genitori e poi te ne vai in camera, i tuoi fratelli sono usciti e solo tu sei rimasto a casa, guardi la tivù o leggi o stai sul letto e pensi, e davanti agli occhi hai l'immagine chiarissima di cosa sta succedendo alla festa, sai dove si fa, chi c'è, sai che alcuni si stanno innamorando, che un tuo amico sta infilando la mano sotto la maglietta di quella ragazza che non riesci nemmeno a guardare tanto è bella e speri non ti guardi mai se no pensa che schifo. E ti dici con massima precisione e totale certezza che tu, tutto questo, tutto quello che hanno i tuoi amici, non lo avrai mai.
Francesco Piccolo, L’animale che mi porto dentro








