Il terzo tempo: riprendiamoci la vecchiaia. Una mia intervista nel podcast della puntata del 15 giugno di Millevoci della Radiotelevisione svizzera (RSI). Potete ascoltarlo qui: http://bit.ly/2sYGjQi.

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Il terzo tempo: riprendiamoci la vecchiaia. Una mia intervista nel podcast della puntata del 15 giugno di Millevoci della Radiotelevisione svizzera (RSI). Potete ascoltarlo qui: http://bit.ly/2sYGjQi.
DECALOGO PER IL BENESSERE FISICO E MENTALE
A cura della Dr.ssa Vanda Menon (Geriatra)
1. Controlla periodicamente il tuo stato di salute e i fattori di rischio cardiovascolari (Pressione Arteriosa, colesterolemia, trigliceridemia, glicemia, sovrappeso, fumo...)
2. Bevi a sufficienza (non meno di 8 bicchieri di acqua al giorno) e comunque ogni volta che ne senti la necessità
3. Abituati ad ascoltare il tuo corpo, ottimo dispensatore di segnali importanti
4. Riposa a sufficienza rispettando i segnali di stanchezza fisica e mentale
5. Assumi cibi il più possibile naturali e varia ogni giorno la tua alimentazione privilegiando verdure a foglia verde e frutta fresca di stagione; consuma modiche quantità di proteine animali e inserisci cereali per lo più integrali. Privilegia comunque sempre la qualità alla quantità
6. Esercita il tuo corpo ogni giorno in attività motorie semplici ma prolungate (camminare, andare in bicicletta, nuotare, fare Nordic Walking, ballare...)
7. Impara a respirare, soprattutto quando senti più forte la fretta: fermati a fare alcuni respiri (ne bastano da 3 a 5) un po' più profondi sia in inspirazione che in espirazione
8. Leggi ogni giorno
9. Vivi la dimensione spirituale dell'esistenza come un fatto quotidiano necessario e piacevole
10. Godi ogni attimo della giornata applicandoti con scrupolo e attenzione anche nelle più umili incombenze: spesso la bellezza del gesto compiuto è la miglior ricompensa al lavoro svolto
Un’età sconfinata e astratta
“Mi sono ricordata dei 60 anni di mio padre. Avevamo mangiato una choucrute in Place de la République. Era l’età che avevano i genitori. Un’età sconfinata e astratta. Adesso sei tu che ce l’hai. Com’è possibile? Una ragazza ne combina di tutti i colori, scorrazza nella vita sui tacchi alti e tutta imbellettata e all’improvviso si mette ad avere 60 anni...”
Ecco, magistralmente messo in parole, il sentimento di stupore che ti coglie quando diventi ciò che credevi non saresti diventata mai. La frase, che mi ha fatta sobbalzare, è di Yasmina Reza, da Babilonia, breve romanzo del mistero nascosto nella sciatteria benedetta del quotidiano. Del male e del bene mescolati in chiunque, della marginalità inconsapevole di chi guarda la vita dall’angusto punto di vista degli esseri umani. Tutti. Indipendentemente dal grado di contiguità con l’esercizio professionale del pensiero.
Diversamente nonni?
Se c'è una cosa che mi ha sempre irritata è il santino della nonna. Con la sua crocchia bianca la voce belante il lavoro a maglia gli occhiali spessi un porro con tre peli sul mento la vestaglietta grigia la pantofola. Io i nonni miei non li ho conosciuti. Nel Novecento si moriva prima. E la guerra non era certo una variabile ininfluente, invecchiavano male, invecchiavano poco. Quando sono nata io c'era soltanto più il padre di mia madre. L'ho visto poco. Mia madre aveva abbandonato la sua classe d'origine per agganciare felicemente quella cui apparteneva mio padre. Vedeva poco suo padre. Certi giovedì, lo invitava a pranzo, ma usava il servizio di piatti di tutti i giorni, e si mangiava in cucina. Avevo una decina d'anni quando è scomparso. L'ultima immagine che ricordo è una camerata d'ospedale, la coperta tenuta alta da una struttura tubolare sulla gamba amputata. I nonni per me bambina erano una non-esistenza. Qualche mia compagna di scuola li aveva, molte, come me, al posto dei nonni , avevano il nostro laico niente, oppure una preghiera rituale.
Domenica, mentre stringevo fra le braccia Mara, 13 mesi, prima di partire per ritornare a Roma, a lavorare, ho pensato: ecco, sono una nonna e non sono una nonna. Sono una nonna perché guardare Mara mentre si muove per il mondo reale con la grazia straordinaria dei principianti mi riempie di una gioia ebete, mista ad orgoglio e stupore. Perché la amo come se fosse uscita dal mio corpo , anche se è uscita dal corpo di un'altra donna. La amo in modo naturale, come si amano i figli. Non sono una nonna perché ho una vita troppo piena: lavoro, ho un incarico pubblico e una divorante passione culturale di cui campo ( anche economicamente) da più di 40 anni. Non ho mai un attimo di tempo. Mai una sosta. Mai il diritto di perdere tempo. Certe volte mi balla anche il sabato. La nonnità felice si basa anche su una maggiore libertà, maggiore rispetto alla libertà di cui possono godere i figli, nel laborioso secondo tempo della vita.
Sono partita a strappo, con un dispiacere di quelli che chiamano le lacrime. Pensavo: del terzo tempo ho soltanto la parte peggiore. Lavoro il doppio di gente che ha 30 anni meno di me. Correggo il pensiero: è un grande privilegio, il mio lavoro, quello di scrittrice. Non ha scadenze. Non ne porta proprio. Anzi: più hai vissuto più materiale hai per costruire romanzi. L'età è di vantaggio, agli scrittori. Tuttavia, resta il fatto: i nonni hanno tempo, io no. Si può godersi questo sentimento facile e dolcissimo, quando si ha una vita piena, troppo piena? Come siamo noi, nonni di un terzo tempo diverso?
C'era molta gente. Io infagottata di sciarpe, per l'umido estivo nordico. C'era Patrizia, bravissima lettrice presentatrice, professoressa di italiano e storia in un istituto professionale, una di quelle eroine del quotidiano, che inventano mille modi per salvare i più giovani dall'analfabetismo e dalle sue ingloriose derive. C'era un banchetto di libri miei, anche cose vecchie, non soltanto "Il terzo tempo". Ho firmato di tutto: Ammazzare il tempo, A Stromboli, Le seduzione dell'inverno, Piangi pure... perfino "due volte vent'anni" (ne avevo appena compiuti 39 e già mi lamentavo)... Una ragazza se li era portati da casa. Sì, c'era molta gente. Ma c'era soprattutto gente di qualità. Perché te ne accorgi della qualità dell'ascolto. Gente che ragiona sulle parole, che le apprezza. Gente che è cresciuta con te oppure è figlia di qualcuno che è cresciuto con te. È una sensazione nuova, questa di aver costruito nel tempo. Dopo 40 anni che porti in giro i tuoi romanzi è preziosa, una sensazione nuova. Sei disposta a pagare per essere sorpresa. E lì era gratis. Ieri sera. A Lugo di Romagna.
Al Salone del LIbro di Torino, a tradimento, nel bellissimo stand de La Stampa, improvvisando. Io bruttissima, con due valigie sotto gli occhi e i capelli scompagnati, ma le parole per dirlo le ho trovate. Piccola celebrazione di Costanza, eroina de Il terzo tempo. Qui il video.
Testimoniando
Una terrazza sopra un negozio di libri, sono le nove di sera, il palco è illuminato, il pubblico è nel buio, come a teatro. Sono moltissimi, il pubblico. Parlo con la bocca vicino al microfono, così posso tenere la voce bassa, come in una lunga pubblica confidenza fra amici.
C'è una grande tensione.
Sento l'attesa vibrare, un silenzio speciale.
C'è qualcosa che va al di là, della promozione di un romanzo. Qualcosa di più forte e necessario, il bisogno di ridefinire le stagioni della vita, perché nulla, non un giorno, non un mese, vada sprecato.
Mentre parlo mi rendo conto che ci credo, che ci credo davvero, in questa mia laica predica itinerante.
Dare valore al terzo tempo, dare valore, identità, orgoglio a chi lo attraversa titubante e imbarazzato, sentendosi addosso la galera degli aggettivi squalificativi.
È una battaglia, una delle tante, nella guerra contro la banalità.
Pensare che ci sia un pozzo di buio, ad aspettare chi cresce, fa male a tutti.
Sono tante le ragazze che mi portano una copia de Il terzo tempo a firmare. Mi dicono piccole frasi imprevedibili sulla fatica che costa "dover approfittare della giovinezza", terrorizzate dallo scadere dei termini, come se la vita fosse un ininterrotto esame.
È molto tardi quando riesco a ripartire.
(Ho parlato poco di letteratura, molto della vita. Ma la letteratura è al servizio della vita. Un’umile insostituibile ancella)
Dall’intervista di Lidia Ravera su 50&Più.
Hai 70 o 80 anni? Non sei vecchio.
Sei un “adulto attivo”. Lo dice Sarah Harper, gerontologa e direttrice dell’Oxford Institute of Ageing. E aggiunge: non chiamate chi fa parte del terzo tempo “vecchio”, a essere vicino alla morte è chi è nel quarto tempo. Le statistiche affermano che si registra un aumento dell’aspettativa di vita di due anni e mezzo per decennio, e che solo nel Regno Unito, alla fine del XXI secolo, un milione e mezzo di persone avrà raggiunto i 100. E c’è chi rilancia: dal momento che non a tutte le coppie potrebbe piacere l’idea di stare insieme per più di 60 o 70 anni, forse dovremmo ripensare alla nostra idea di matrimonio.
Leggi tutto l’articolo di Mark Brown sul Guardian.
Sì, parliamone
Cara Lidia,
volevo dedicarti e dedicare a mio padre, questo episodio che racchiude la gioia del suo “terzo tempo”, i suoi atomi di felicità. Non gli importa più del giudizio altrui “quella fase è passata”, dice. Ed questo che mi colpisce. Mi dice sempre che adesso si può permettere di fare il cinico, l'amoroso, il lamentoso, il gioioso, l'irriverente, lo stanco... È anche questo il bello di invecchiare (parola inflazionata negativamente). Posso interpretare qualsiasi personaggio che desidero, tanto gli altri non se ne accorgono, e se ci fanno caso dicono “tanto è anziano”. E lui lo ha accettato positivamente, a differenza di mia madre, morta un anno fa.
Di seguito il nostro racconto che sa di “mela verde” … come il nostro rapporto.
In questo giorno che precede il compleanno di mio padre, sento che accadrà qualcosa che regalerà ad entrambi, gioia e spensieratezza. È la classica domenica dalla quale rifuggire e disperdersi, per non ancheggiare a vuoto per le strade, fare telefonate inutili per ammazzare il tempo, fracassare le palle ai self service di sigarette e benzinai. Mio padre, ottant’anni ancora per un giorno, seduto in cucina su quella sedia di legno consumata dal gatto, ha appena digerito la sua fetta biscottata integrale con marmellata di mele. “Questo passa il convento”, afferma con la testa penzoloni su quel maglione rosso alla scozzese.
Non passiamo mai del tempo assieme, abbiamo ovviamente tempi e passi diversi. Con il suo bastone impiega 10 minuti per fare 1 metro, mentre io schizzo con un passo da carabiniere. Non viaggiamo sullo stesso binario. Lui è sordo e per mettere alla prova la mia pazienza, si mette sempre il cotone nelle orecchie. Ancora deo capire perché. Forse vuole trovare una giustificazione che non sia la vecchiaia.
“Mi fanno male le orecchie”, mi ribadisce sempre.
“Non è possibile papà, che tu abbia per dolore trecentosessantacinque giorni”, ribadisco. Devo pensare forse che abbia una malformazione che non conosco, ma in fondo mi piace osservare le pieghe del suo viso mentre mi guarda con quell’aria da chi non ha capito niente di quello che hai detto. Quasi mi intenerisce, come quando si mette sul divano, e si poggia la copertina maculata di mia madre, per sentirne ancora il profumo.
“Le farfalle non volano più, Gaia”. Mia madre ci ha lasciati da un anno, e si sente un silenzio che non si addice al salotto; la stanza dove stava seduta sempre accanto a mio padre, dove appendeva tutte le sue farfalle.
In questo giorno domenicale, decido di portarlo fuori, giusto per ammazzare la noia e trascinare 4 gambe malconce, fuori da casa, per vedere se si riabilitano con un po’ di aria fresca.
“Dai papà che ti porto fuori, preparati che mi sto vestendo”.
“Eccomi!”. Si parte, ma non è così facile, visto che per entrare in macchina, lato passeggero, ci impiega dieci minuti. Prima la gamba sinistra, poi la gamba destra e il suo fedele bastonehk. Che voglia di volarlo in un burrone. Non so perché, ma me lo ritrovo dappertutto. Poverino, non mi ha fatto niente, ed ho una pazienza infinita con lui e mio padre, ma dopo aver visto centinaia di bastoni per anziani, non ultimo quella di mamma, forse è comprensibile la mia nausea nel vedere solo la forma. Ci avete fatto mai caso poi che dove li metti, cascano. Non stanno bene da nessuna parte se non in mano a quel disgraziato che li usa.
Nel frattempo del suo “eccomi”, ho già messo in moto l’auto, messo il rossetto, bevuto un sorso d’acqua e sistemato la cintura. Quante cose si possono fare mentre aspetti un anziano con il bastone, soprattutto quando è tuo padre.
Partiamo. Direzione Oviesse per comprare, non a sorpresa, il regalo di compleanno per mio padre. Sembriamo due bambini al parco giochi. Ci unisce una felicità inaspettata e non conosciuta. Entriamo dentro il negozio semi vuoto. Si sente solo il rumore dei commessi che sistemano le vetrine e scaffali. Mi piace osservare quel lavoro di braccia che si muove in maniera così coordinare per mettere a posto qualcosa che prima non lo era.
Catapultati nel reparto bellezza. Impazzisco a vedere quella distesa di colori e glitter. I profumi dei saponi agli agrumi, le creme per il corpo, smalti, ombretti
Prendo mio padre sotto braccio e con gli occhi spalancati intravedo il suo regalo, il profumo di cui lui si è invaghito come un adolescente glabro. Vedo il verde, e prendo il campione.
“Papà la mela verde, l’ho trovata”
“Si è lei,” abbozza un sorriso, con qualche dente assente. La mela verde sulla pelle, propria quella che piace a lui. Un verde frizzante, che sa di buono e dona freschezza a quel corpo intriso di vecchiaia.
“Dai che proviamo altre profumazioni. C’è il cocco, la vaniglia, il mirtillo, la fragola, il melograno ecc…” .
“Profumiamo come due puttane,” esclama mio padre con un’espressione composta, giusto per non accompagnare anche lei nel salone di bellezza e trasformarla in un mascherone al lampone.
Usciamo soddisfatti dopo l’acquisto fatto, e profumati da capo a piedi, passiamo alla prossima tappa: il cimitero, dalla famiglia parenti.
“Bene papà così daremo un tocco aromatico a quella cappella che sa del tempo che si è fermato”, sdrammatizzo e con le nostre cinque gambe, una di legno e quattro appena riavute, voliamo via come due farfalle.
Abbraccia la felicità, quando capita, figlia mia e ricordati: il tempo non va fermato, va solo giocato bene...Io sono anziano, vecchio. Servo a me stesso e alla mia memoria, per ripercorrere vecchi ricordi e riprodurne altri. Servo alla vita, all'amore che provo per lei, servo ai miei figli, ai miei nipoti, per dimostrargli che ognuno di noi ha uno scopo nella vita, qualsiasi esso sia e in qualsiasi fase ognuno di noi, si possa trovare.
Ti amo, amore mio... Lo sai che sei la gioia della mia vecchiaia?
Lo abbraccio fino a fargli male.....
Cara Gaia, volentieri ospito il tuo racconto. Le prime riflessioni sulla vecchiaia hanno i nostri genitori come oggetto. Sono loro le avanguardie in questo territorio sconosciuto. Li amiamo (quando li amiamo) ma ci provocano anche un certo qual orrore, o, se preferite, un ineluttabile senso di superiorità. Noi "schizziamo con un passo da carabiniere" e loro si muovono lentamente... Esercitiamoci per tempo a pretendere rispetto, per non nostro padre (ricordo la scenata che feci ad un infermiere che si rivolgeva a mio padre chiamandolo "a nonnè", lo chiami ingegnere, è questa la sua qualifica, non le è parente). È come se stessimo lavorando per noi, per conquistarci un futuro migliore.
Sì, parliamone
Cara Lidia,
ogni tanto ci si chiede, tra noi amici sessantenni e più, come mai i figli trentenni e più non sono come noi. Ossia non sono diversi così come noi li avevamo immaginati. Sono diversi a modo loro. E se noi avevamo fretta di mollare gli ormeggi, andare lontano e chiudere la nostra carriera di figli al più presto (come se si potesse…), loro lo rimangono a lungo, e cercano il nostro contatto. Complici le nuove tecnologie, ci telefoniamo più volte al giorno. E non ci molliamo mai.
Noi, quando eravamo lontani, non telefonavamo a casa se non la domenica, complice la tariffa scontata dei giorni festivi che faceva spendere la metà. I nostri genitori sapevano a stento che esami dovevamo fare all’università e quanti ce ne rimanevano, della tesi giusto la materia e semmai l’argomento, più o meno. Dei nostri amori niente. Assolutamente. I nostri amici il più delle volte erano nomi che pronunciavamo nei racconti che facevamo durante le feste lunghe di Natale. I nostri figli glieli lasciavamo volentieri ogni tanto, per tornare a fare i ragazzi per un po’.
Loro invece, i nostri figli cresciuti, continuano a volerci nelle loro vite. A volte, col nostro consenso beninteso, se ne appropriano. Così qualcuno di noi ha addirittura cambiato casa e città per seguirli, qualcun altro sta pensando di farlo, in modo da continuare a fare famiglia dovunque ci si trovi. Famiglia quella di prima, che quella in via di costituzione da sola non ce la fa. Che siano ingegneri assunti da aziende multinazionali, camerieri precarissimi, ricercatori in attesa di contratto, tutti chiedono aiuto a papà e mamma. Dunque la diversità non potrebbe essere più stridente.
Ora, le cose sono sempre complicate, molto più di quello che questo miserrimo post può spiegare. Così non ci resta che porci qualche domanda tagliata con l’accetta. E’ colpa loro, dei figli, che non vogliono fare sforzi di autonomia o che non credono che l’autonomia sia un valore e scelgono di stare belli appiccicati tutta la vita? Colpa nostra che, rifiutando il vecchio modello di famiglia prescrittiva, gli abbiamo insegnato che non volevamo altro che la loro felicità e dunque saremmo stati al loro servizio per sempre? Colpa della crisi che svuota le tasche, straccia le sicurezze e ci rende tutti più fragili? Colpa della società di schifo che ci circonda che ha annullato ogni senso di comunità che non sia quella di sangue?
Grazie per le tue riflessioni,
Gabriella
È tutto vero, l'elenco dei possibili colpevoli. La crisi, la precarietà, l'assenza di solide appartenenze a cui ancorare il proprio io traballante. I figli si staccano in modo diverso, dal ramo che li sostiene. Si staccano per maturato peso specifico, naturalmente tardi. Non per ideologia, non per antipatia. Questa mattina, spostando mille impegni di lavoro, ho consacrato tre ore del mio tempo ad un convegno di studi filosofici in cui mia figlia, trentacinquenne, interveniva con un dotto speech... No, non è per antipatia che se ne vanno, quando se ne vanno. Mia figlia vive in Texas, ci vediamo poco, ma il legame è profondo. È profondo anche quello con il figlio, trentottenne. Profondo ma rispettoso. Fin da quando erano adolescenti, ci sono sempre stata quando mi volevano, non mi sono mai imposta quando avevano bisogno di fare da soli, anche sbagliando. Io sono scappata di casa a 18 anni, una mediocre bugia sulla scelta dell'Università per medicare lo strappo: russo e cinese, lingue orientali. (Ca’ Foscari, Venezia più vicina del Texas, ma senza Skype a ridurre la distanza). Ho scelto l'unica facoltà che a Torino non c'era (scusa mamma, sono le lingue del futuro). Il russo e il cinese non li ho imparati, ma ho messo centinaia di chilometri fra me e una famiglia opprimente. La famiglia subìta è diversa dalla famiglia desiderata. Io ho cercato di realizzare un sogno di famiglia. Quella dove le gerarchie non pesano, e i genitori sono personal trainer, non ostacoli al tuo sviluppo muscolare. È anche per questo che i figli della generazione dei nostri figli non tagliano i ponti, e continuano a cercarci, perchè li abbiamo amati e rispettati, non amati e soffocati. È vero, non ho voluto altro che la loro felicità. Poi ho capito che non potevo più garantirgliela. Allora ho provato a metterli in condizione di reggere l'infelicità. E credo di esserci riuscita almeno un po': lui è uno scrittore, lei una studiosa. Entrambi hanno trovato nei libri la forza per costruirsi una vita. E, se devo essere proprio sincera, soltanto sul bisogno di libri, non ho mai avuto dubbi.
Cara Gabriella, la tua lettera era molto stimolante. Il tema è caldo. Ne aspetto altre.
Uno sguardo preciso, intelligente. Un commento bellissimo, quello di Ida Bozzi, su La Lettura di oggi. Fino ad un certo punto le recensioni sono come un voto, le scorri veloce e tremando, come una pagella. Hai fretta di saperti promossa o bocciata. Poi capisci che un romanzo è anche un gesto politico. E allora una recensione come questa ti restituisce il senso della tua piccola impresa: sei arrivata a destinazione. Il messaggio che hai affidato alle storie e alle parole e alle fantasie dei tuoi personaggi è stato raccolto. È una sensazione molto molto piacevole...
Sì, parliamone
Cara Lidia, ed eccomi qua: un fanciullo, un ragazzo, un ventenne, un uomo maturo, un padre e un marito più o meno responsabili, un sessantenne illuso di essere un esperto della vita, un anzianotto settantenne, un prevecchietto di settantotto (età attuale), un vecchietto acciaccato di ottantacinque anni e forse un futuro vecchio. Sì, è stato sempre il chronos a cadenzare i miei pensieri anche se il kairos a volte, raramente per la verità, me li ha sublimati; purtroppo però non ho la ricetta per tale operazione. Ho però imbrogliato il futuro negandolo. Le poche arruffate parole che ho scritto sopra appartenevano al futuro dieci minuti fa ed ora appartengono al passato ma hanno attraversato un presente che è il solo che conta quando sia i pensieri e le immagini mentali interagiscono insieme al corpo con la realtà presente interna ed esterna. Continuo ad usare il passato piacevole abbandonando il passato carico di inferenze inquinanti mentre lascio volentieri ai maghi la palla di vetro del futuro.
Dott. Luigi Romano
“Ho imbrogliato il futuro negandolo”, è questa la frase chiave della lettera di Luigi. Hai fatto proprio il contrario di quello che Costanza (la protagonista del romanzo che ho scritto e che mi tiene in scacco con la sua ruvida pedagogia da quando l'ho inventata), hai fatto proprio il contrario di quello che propone Costanza: lei guarda avanti con l'ostinazione degli adolescenti più battaglieri. Se quello che vede non le piace (senilità, depressione, solitudine, malanni, tendenza a ripiegarsi su se stessi ecc.), cerca di invertire il corso degli eventi, pensa che nulla è immodificabile. Ci sono sempre due modi di vivere la vita: uno subirla, rassegnati. L'altro combatterla, padroni di se stessi e del proprio destino, liberi di non adeguarsi ai cliché. Prova il metodo Costanza, Luigi, e poi fammi sapere. Anche cronos può essere reso mansueto.
I consigli di Agostino Labella, il nostro prode gastroenterologo: che cosa deve mangiare, nel corso della giornata, chi si vuole bene e chi si vuole male.
Lo so, guardare le classifiche delle vendite non è signorile. Però... questa mattina, ero ancora nel letto, mi è arrivata una fotografia di quella de La Lettura (Corriere della Sera), da parte di una mia amica che si sveglia presto: Il terzo tempo era lì, al tredicesimo posto, aveva guadagnato posizioni dall'altra settimana (la seconda), da ventesimo a tredicesimo. Verso l'ora di pranzo, un'altra fotografia, questa volta della classifica di TuttoLibri (La Stampa), lì era addirittura fra i primi dieci, all'ottavo posto. Mittente della buona novella, Beatrice Masini, amabile boss della Bompiani. Lo confesso qui, perché sono tra amici, (per così dire, in intimità, anche se è la pubblica intimità della rete): ho provato un grande piacere. Come di un bel voto portato a casa da un figlio che non è proprio il beniamino del professore. Sorpresa, contenta, sono andata a prendere il romanzo dallo scaffale in cui dormicchia con altre due o tre copie e l'ho aperto a caso. Così, per dargli voce, per festeggiarlo e festeggiare chi l'ha scelto. Ecco qua, le condivido: "Tu lo sai che sono un'antropologa della vecchiaia, no? Bene, ci ho riflettuto. Mantenere la vita di coppia è un lusso che gli anziani non possono permettersi. Come andare a ballare dopo mezzanotte, come mangiare triglie fritte a colazione. Guarda mio padre e mia madre. Vogliamo camparci addosso trovandoci quotidianamente indigesti come hanno fatto loro per gli ultimi 25 anni?". Dom disse: "Ma io non ti trovo affatto indigesta" . "Aspetta e vedrai".
Sì, parliamone
Cara Lidia, mi ha fatto molto piacere leggere la tua risposta, sono d'accordo quando scrivi che abbiamo più passato che futuro ma è anche vero che i dieci i venti i trent'anni che ho davanti mi sembrano comunque una vita, tanto tempo per poter riuscire a fare quello che non sono ancora riuscita a fare e scoprire, ho cinquantasei anni sono entrata nel mondo del lavoro a venti ne ho lavorati per ventitré i rimanenti li ho dedicati solo alla mia famiglia ma dai cinquanta in poi quando i ritmi famigliari mi hanno lasciato spazi mi sono dedicata del tempo solo per me, piaceri di gioventù chiusi nell'armadio come la racchetta da tennis, gli occhialini la cuffia e l'inconfondibile odore della piscina ma più di tutti la corsa, una rivelazione del mio terzo tempo un mondo di uomini e donne senza età che con solo un paio di scarpe, in qualsiasi momento della giornata, senza appuntamenti senza abbonamenti corrono all'aria aperta, nonostante l'acqua la neve o il sole alla ricerca di nuovi percorsi, di nuovi obiettivi e traguardi che scatenano buonumore energia vitalità voglia di vivere di confrontarsi con tante persone ma sfidando solo se stessi, è per quello che maledico le ultra sessantenni che mi fanno fermare alle strisce pedonali perché penso a tutti/e quelli/e che mi hanno superato alla mezza maratona freschi come rose tagliando il traguardo dei 21km in 1h20 se non meno o che addirittura fanno la maratona in meno di quattro ore e credimi sono tanti/e.
Le femmine qui fanno sul serio. Ciao, Simona
Corro da 25 anni. Ho fatto gare finché ho potuto. Mezze maratone, dieci chilometri. Da quando ho un lavoro cogente (orario, riunioni) come quello di assessore, corro un po' meno, ho tempi parecchio più lenti (facevo 10 chilometri 4 volte a settimana, e quasi sempre dentro l'ora, adesso corro a 6 e mezzo, certe volte anche a sette, cerco di essere regolare ma ci sono giornate proprio impossibili). Cambio le mie fide Mitzuno ogni sei-otto mesi. Ho un tapis in casa se proprio il tempo mi è nemico. Insomma: non mollo. Mi godo il vantaggio di vivere in un palazzotto medievale, a Trastevere, all'ultimo piano, con gradini alti quanto una sedia e senza l'ombra di un ascensore. Mi godo anche i tre piani interni, (perché l'appartamento è su tre piani). La sera, sul telefono, consulto l'applicazione "salute" della Apple: risulta che ho salito 28 piani di scale, 32, 45... insomma: potrei vivere in cima a una grattacielo, e fare su e giù senza patire. Sono d'accordo con te: correre è entusiasmante, ballano le endorfine, migliora l'umore, hai le gambe di un ciclista e un sedere di marmo. Puoi permetterti di mangiare normale, non ossessioni te stessa e il prossimo tuo con diete di chicchi d'uva. Alzi le difese immunitarie. E soprattutto: ti senti "ganza". Correre, con tutto il suo corredo di prestanza, ti alza il tasso di autostima. Tuttavia non disprezzo i lenti, quelli che tagliano i vari traguardi delle età zoppicando, col mal di schiena o una protesi all'anca. Quella degli "old- runner" è una tribù felice, in genere composta da persone che corrono da anni. Un cauto proselitismo è concesso, anzi, raccomandato, ma il disprezzo per i sedentari no, quello trasforma una famiglia allargata, allegra e tollerante, in una setta, con gli inclusi e gli esclusi. Ai sedentari (sia quelli che lo sono per carattere, sia quelli che devono far fronte ad ostacoli di vario genere) consiglio di incominciare, comunque, a camminare veloce. Buone scarpe, musica in cuffia, maglietta mangia-sudore e andate. Se non vi va, fatelo come prendereste una medicina. Andate quanto potete, guardatevi attorno, pensate. Il traguardo sono 10 mila passi. 10 mila passi al giorno. Provate.
Sì, parliamone
Cara Lidia, sto leggendo Il terzo tempo e mi ha catturato subito, non ci sono tipi di donne le tue sono tipi di femmine, cercavo di spiegarlo oggi ad un amico ma è troppo difficile per loro capire la differenza ancor di più riuscire a leggere un tuo libro, una conquista inaspettata l'esprimere una sua interpretazione del titolo che per me era il terzo tempo dei film di una volta la parte finale mentre per lui è il terzo tempo di una partita di rugby quando a giochi finiti si va a far bisboccia vincitori e vinti, perché no?! Mi piacerebbe leggere la tua personale interpretazione. Grazie, è sempre un piacere leggere le tue femmine.
Simona
Carissima, Il terzo tempo, è il tempo della conciliazione dei giocatori di rugby. Si picchiano per due tempi, poi vanno al pub. E brindano, perché, in fondo, “Jesus, we were only kidding" (come da inno in epigrafe). Il terzo tempo è la terza parte dell'avventura, secondo la tripartizione Proppiana, nella morfologia della fiaba. Il compimento. L'eroe trionfa? Il terzo tempo è la terza età, che viene dopo la seconda, e prima della quarta. Il terzo tempo è un romanzo imprevedibilmente allegro. È una sfida: a chiamare le cose con il loro nome vero (vecchiaia incipiente, senza giri di parole), a godere la libertà l'energia l'intelligenza che caratterizza questa fase. A combattere gli stereotipi che umiliano la nostra intelligenza energia libertà, dietro formule offensive e razziste. Non siamo nonnine sagge, né ex belle depresse dalle rughe, non siamo pensionati lamentosi né sociopatici e ipocondriaci e inutili, non siamo sfaccendati in attesa della discarica finale. Siamo persone, con più passato e che futuro. Ciascuno invecchia a modo suo. Io bene, grazie. E anche tu, carissima lettrice. A proposito: quanti anni hai?